Negli ultimi giorni è stato reso noto che in zona Partinico, in provincia di Palermo, sorgerà un enorme parco divertimenti. Il parco si chiamerà Meraviglia - l’Italia che incanta e punta ad essere uno dei più grandi d’Italia; da ciò che è stato reso noto, pare che si estenderà su di una superficie di 27 ettari e prevederà parcheggi che potranno ospitare fino a 1800 autovetture e 22 stalli per autobus, con una capienza di circa 4000 visitatori al giorno e una ricaduta occupazionale di 300 posti di lavoro, per un investimento complessivo di circa 80 milioni di euro.
La notizia è stata accolta con grande entusiasmo da tutta la comunità locale, come d’altronde ci si aspetta quando si annunciano progetti faraonici e visionari, che promettono rivoluzioni e assunzioni di massa, in un territorio economicamente depresso, con un declino demografico strutturale da più di 10 anni e con un tasso di disoccupazione giovanile del 60%.
Insomma, tutto molto bello, ma qualche domanda in più, forse, converrebbe farsela, per evitare che l’eccessivo entusiasmo ci faccia chiudere un occhio su questioni altamente problematiche.
Sul progetto ancora non si sa moltissimo e, vista la portata e l’impatto dell’investimento sul territorio, questo non è un bene. Sappiamo che è stato commissionato da un ignoto fondo italo-spagnolo e presentato da S&P Project srl, un’azienda con sede a Partinico e che si occupa di progettazione di impianti fotovoltaici.
I terreni su cui sorgerà il parco sono stati individuati e risulterebbero già acquistati. Tuttavia, presentano un piccolo “problema”: sono agricoli, ergo non destinabili ad un’attività come un parco divertimenti. Ma questo probabilmente per gli investitori è un contrattempo solo temporaneo, visto che la Giunta Comunale si è affrettata ad approvare all’unanimità un atto di indirizzo, che punta a cambiare la destinazione d’uso di quei terreni. Un iter lungo ma dalla volontà politica chiara.
D’altronde, di fronte ad un privato con il portafogli pieno di soldi e la promessa di centinaia di assunzioni, vuoi continuare ad insistere sull’agricoltura?
Tuttavia, si dà il caso che Bosco Falconeria -la contrada prescelta per questo progetto- sia una zona a forte vocazione agricola. Si chiama così proprio perché originariamente in essa si estendeva un grande bosco che ospitava numerosi rapaci, a tal punto che Federico II l’aveva scelta come riserva di caccia. Con l’affermarsi di insediamenti urbani nelle vicinanze e la successiva costruzione di un importantissimo invaso -il lago Poma- nel tempo, è divenuta un’area prevalentemente agricola. Azzeccata, infatti, è la sua conformazione: affacciata sul golfo di Castellammare, leggermente collinare, attraversata dal fiume Jato e caratterizzata da venti che la rendono climaticamente ideale per colture come vigne e ulivi, Bosco Falconeria ospita oggi numerosissime aziende agricole. Come del resto, il vissuto di Partinico, più in generale, con le sue lotte contadine per il possesso della terra, l’insediamento dei fasci siciliani e la protesta gentile di Danilo Dolci, è storicamente connesso all’attività agricola.
Ma l’agricoltura, si sa, rende poco. O meglio, rende poco in un territorio che non ne vede le potenzialità e non investe su di essa, in cui i consorzi di bonifica sono del tutto inefficienti e la distribuzione dell’acqua a scopi agricoli è severamente compromessa, dato che più di metà dei terreni non riceve acqua (o solo saltuariamente) da decenni, a causa di infrastrutture fatiscenti. E così, un’importante area agricola, pezzo dopo pezzo, anno dopo anno, delibera dopo delibera, si sta trasformando in una zona sempre più industrializzata.
E questo pare sarà anche il destino di quei 27 ettari.
In Sicilia ad oggi abbiamo cementificato quasi il 7% della superficie regionale: 170.000 ettari, l’equivalente di oltre 243.000 campi da calcio definitivamente sottratti al territorio. Un fenomeno che contribuisce significativamente ad aggravare problemi già evidenti, come l’aumento delle temperature, l’eccessiva impermeabilizzazione del terreno e il crescente dissesto idrogeologico. Temi che, all’indomani di uno degli inverni più devastanti per la nostra regione, dovremmo come minimo tenere in considerazione.
Ma non finisce qui. Perché i parchi divertimento sono un’industria altamente energivora.
Secondo uno studio condotto a Taiwan, un grande parco divertimenti può produrre in media oltre 4.000 tonnellate di CO₂ all’anno, equivalenti a circa 20 milioni di chilometri percorsi in automobile. A questo si aggiunge un consumo energetico medio di 7.700 MWh annui, pari a quello di un piccolo comune italiano.
Per non parlare dell’ingente consumo d’acqua, dell’aumento del traffico, dell’inquinamento acustico, luminoso ed atmosferico, che inevitabilmente inciderebbero sull’equilibrio ambientale e sugli ecosistemi locali.
Ma se vogliamo ancora di più allargare lo sguardo, ci sarebbe da interrogarsi anche sul tipo di turismo che intendiamo sviluppare. Quello che stiamo perseguendo e celebrando è, infatti, un turismo tipicamente estrattivo, che assorbe tantissime risorse e restituisce troppo poco alle comunità locali. È un turismo mordi e fuggi, in cui chi arriva è esclusivamente attratto dal parco e da ciò che si concentra all’interno dello stesso: i suoi ristoranti, le sue attività commerciali, le sue strutture ricettive. E tutto il resto rischia di diventare uno sfondo, un contorno da attraversare più che una comunità da conoscere e da vivere. Quella dei grandi parchi, è un’industria che tende a favorire grandi gruppi e catene del settore turistico e della ristorazione, con il rischio che una parte consistente del valore prodotto venga generata nel nostro territorio, ma trasferita altrove.
Questo non significa ignorare il peso che centinaia di posti di lavoro possono avere in una provincia che vive una crisi occupazionale così profonda. Una prospettiva del genere rappresenta, comprensibilmente, una speranza concreta. Proprio per questo è doveroso chiedersi quale tipo di occupazione verrà generata e con quali ricadute nel lungo periodo. Ci accontentiamo, insomma, che i nostri giovani trovino un posto dentro modelli economici costruiti da altri -e che restano qui solo finché gli conviene- oppure pretendiamo che siano messi nelle condizioni di fare impresa e creare ricchezza, partendo dalle risorse e dalle potenzialità locali?
Per quanto comoda ed affascinante sia l’idea che qualcuno, venendo da fuori, possa risolvere i nostri problemi, risollevando l’economia di un luogo, la storia -neppure troppo lontana- ci insegna che questo modello degli investimenti faraonici al sud spesso non funziona. Lo abbiamo visto con la Cassa del Mezzogiorno, e avremmo dovuto imparare che, non solo non è sufficiente calare dall’alto un’idea di sviluppo in un territorio che è fatto di altro, ma nel lungo periodo si rivela del tutto deleterio.
Di fronte a 27 ettari agricoli da sacrificare, 80 milioni di euro di investimento, promesse occupazionali così importanti e fondi privati non ancora rivelati, una comunità ha il dovere di interrogarsi e di pretendere trasparenza. Nella consapevolezza che il punto non è essere pro o contro questo parco o il lavoro che genererà, bensì confrontarsi apertamente sul modello di sviluppo che immaginiamo per il nostro territorio, sul tipo di lavoro che produrrà, a quale prezzo, su quali terre, e a vantaggio di chi.
Mariangela Figlia