Trapani per due giorni diventerà la capitale italiana della pallanuoto paralimpica
Trapani per due giorni diventerà la capitale italiana della pallanuoto paralimpica.
Il 23 e 24 maggio la piscina olimpionica di Piazzale Ilio ospiterà l’ultima e decisiva tappa della regular season del Campionato Italiano di Serie A paralimpica, Girone Silver.
Un appuntamento che non rappresenta soltanto una manifestazione sportiva, ma il simbolo di un movimento che in Italia sta tentando, tra enormi difficoltà, di costruire uno spazio stabile, riconosciuto e competitivo per gli atleti con disabilità.
L’evento nasce dalla collaborazione tra la società palermitana Mo.cri.ni. Linus e l’Aquarius Nuoto Trapani, che porteranno in città quattro squadre provenienti da diverse regioni italiane. A contendersi i punti decisivi per la griglia playoff saranno la ASD Cray Waves di Pisa, capolista con 9 punti, l’Octopus SSD Roma a quota 6, la Mo.cri.ni. Linus Palermo con 3 punti e la Granda Waterpolo Ability di Cuneo, ancora ferma a zero.
La classifica resta apertissima e le gare siciliane saranno decisive per definire gli accoppiamenti delle finali nazionali di giugno, quando verrà assegnato il titolo del Girone Silver. Per la squadra palermitana sarà anche l’occasione di giocare praticamente in casa, sfruttando il sostegno del pubblico siciliano in una disciplina che continua a cercare visibilità, spazi e riconoscimento.
Eppure, dietro queste partite, c’è molto più di un torneo. C’è una storia recente e pionieristica che ha portato l’Italia a diventare il primo Paese al mondo ad avere un campionato di pallanuoto paralimpica strutturato e organizzato. Una realtà che oggi viene osservata da diverse federazioni europee come modello da replicare.
Il movimento nasce formalmente tra il 2017 e il 2019 grazie all’intuizione di ex nuotatori paralimpici e dirigenti sportivi che hanno provato a trasformare il nuoto individuale in uno sport collettivo, inclusivo e competitivo. Campania, Liguria, Piemonte e Basilicata sono stati i primi laboratori di questa esperienza. Nel 2023 è arrivato il riconoscimento ufficiale come disciplina paralimpica e, nello stesso anno, si è disputata a Napoli la prima finale scudetto della storia.
Da lì prende avvio una vera opera di costruzione dal basso: cercare atleti, convincere società, trovare piscine disponibili, superare diffidenze culturali e logistiche.
Perché la difficoltà più grande non è soltanto sportiva. È sociale.
Nel nuoto paralimpico basta un atleta per costruire una gara; nella pallanuoto ne servono almeno dieci.
E convincere un atleta con disabilità ad abbandonare la “comfort zone” del nuoto per entrare in uno sport di contatto e di squadra è tutt’altro che semplice. Cambia completamente l’equilibrio motorio, cambia il modo di stare in acqua, cambia persino il rapporto con il proprio corpo.
Nella pallanuoto tradizionale gli atleti emergono quasi completamente dall’acqua grazie alla forza delle gambe; nella pallanuoto paralimpica bisogna reinventare il gesto atletico usando remate, assetto e tecnica delle braccia. Meno forza esplosiva, più precisione e intelligenza tattica. È uno sport che obbliga ad adattarsi continuamente e che, proprio per questo, diventa una straordinaria palestra di autonomia.
Ma il percorso di crescita di questa disciplina resta accidentato. Mancano strutture, spazi acqua e investimenti. Gli stessi dirigenti raccontano anni di battaglie perfino per ottenere corsie in piscina. E continuano gli episodi quotidiani che descrivono meglio di ogni convegno il rapporto del Paese con la disabilità: parcheggi riservati occupati abusivamente, impianti poco accessibili, attenzione pubblica intermittente.
C’è poi un altro grande obiettivo ancora lontano: l’ingresso della pallanuoto paralimpica nel programma ufficiale delle Paralimpiadi. Oggi la disciplina non è ancora ammessa perché il regolamento internazionale impone che venga praticata stabilmente almeno in tre continenti. Attualmente il movimento è concentrato soprattutto in Europa, dove Italia e Spagna rappresentano le realtà più avanzate. Tuttavia qualcosa si muove anche fuori dal continente europeo: Stati Uniti e Australia stanno attraversando una fase di crescita significativa e vengono osservati con attenzione dalla comunità internazionale, perché il loro sviluppo potrebbe rappresentare il passaggio decisivo verso il riconoscimento paralimpico.
In questo scenario la Sicilia prova a ritagliarsi un ruolo importante.
Palermo ospita già i “Delfini Blu”, squadra composta da atleti autistici e con sindrome di Down, cinque volte campione d’Italia Fisdir. E ora Trapani si candida a diventare una delle piazze simbolo della crescita della pallanuoto paralimpica nel Mezzogiorno, almeno per la struttura. Chissà che in un futuro prossimo non possa vedere nascere una squadra anche in città.
La pallanuoto paralimpica non è soltanto sport. È una ridefinizione dello spazio pubblico, dell’idea stessa di inclusione. In acqua spariscono molte categorie tradizionali: resta la squadra, resta il gioco, resta la capacità di essere utili agli altri.
Ed è forse proprio questo il dato più potente che arriverà nel prossimo fine settimana dalla piscina di Piazzale Ilio.
Mentre il dibattito pubblico continua spesso a ridurre la disabilità a retorica o assistenzialismo, la pallanuoto paralimpica racconta qualcosa di diverso: la possibilità concreta di competere, organizzarsi, vincere e costruire comunità.
L’Italia, oggi, è avanti rispetto al resto d’Europa. Ma la vera sfida non è soltanto mantenere questo primato sportivo.
È decidere se questo Paese vuole davvero considerare lo sport paralimpico una componente centrale della vita civile oppure continuare a celebrarlo solo quando serve una bella storia da raccontare.
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