La cassaforte di Messina Denaro: arrestati Giacomo Tamburello, il figlio Luca e Maria Antonia Bruno
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Una montagna di soldi accumulati con la droga e reinvestiti in società offshore, resort di lusso e conti all’estero. È questo, secondo la Procura di Palermo, il cuore della gigantesca rete economico-finanziaria che per decenni avrebbe alimentato la “cassaforte” di Matteo Messina Denaro.
La maxi operazione internazionale coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo e condotta dalla Guardia di Finanza ha portato a tre arresti e al sequestro di beni per oltre 200 milioni di euro tra Italia, Spagna, Andorra, Gibilterra, Isole Cayman, Svizzera, Lussemburgo, Libano e Principato di Monaco.
In carcere finiscono Giacomo Tamburello, 65 anni, fermato a Campobello di Mazara, il figlio Luca, di 42 anni, e l’ex moglie Maria Antonia Bruno, 62 anni, rintracciati a Malaga. Secondo gli investigatori, i loro nomi sarebbero legati a una fitta rete di fondi patrimoniali, società immobiliari e di investimento, attività commerciali e disponibilità finanziarie sparse in diversi Paesi.
Le indagini del Nucleo di polizia economico-finanziaria di Palermo, coordinate dal procuratore Maurizio de Lucia, dall’aggiunto Vito Di Giorgio e dai sostituti Luisa Bettiolo e Bruno Brucoli, avrebbero ricostruito un sistema costruito nel tempo grazie ai proventi del narcotraffico internazionale.
Fondamentali, in questo quadro, sarebbero state le dichiarazioni di due nuovi collaboratori di giustizia finora rimasti riservati: Vincenzo Spezia e Francesco Bruno. Secondo il loro racconto, sin dagli anni Ottanta la famiglia Messina Denaro avrebbe incassato una quota fissa, il 10%, sui traffici internazionali di droga. È in questo scenario che Giacomo Tamburello sarebbe diventato socio in affari del boss di Castelvetrano.
Gli investigatori raccontano di capitali reinvestiti in ogni forma possibile: immobili, holding, società schermo, quote societarie, metalli preziosi e perfino partecipazioni in un istituto di credito libanese.
Ma dalle carte dell’inchiesta emerge ancora una volta anche il nome dell’avvocato Antonio Messina, figura storica e controversa dell’entourage economico del boss. Ottantenne, massone “in sonno” del Grande Oriente d’Italia, già coinvolto in processi per sequestro di persona e traffico di droga, sarebbe il “Solimano” citato nelle lettere che Matteo Messina Denaro si scambiava con Laura Bonafede durante la latitanza.
Secondo la Procura, Messina avrebbe avuto un ruolo centrale nella gestione della cassa mafiosa utilizzata anche per finanziare la latitanza del padrino arrestato nel gennaio 2023.
Nelle lettere sequestrate emerge perfino la rabbia del boss nei confronti dell’avvocato. In un pizzino del dicembre 2022 Laura Bonafede scriveva: “Quando dici che gliela farai pagare, ti conosco anche sotto questo aspetto”.
Tra le intercettazioni spunta anche un dialogo del 2016 tra Tamburello e Antonio Messina. “Mandaglieli”, dicevano parlando, secondo l’accusa, di soldi destinati alla “famiglia” Messina Denaro. In quei giorni il boss, sotto il falso nome di Andrea Bonafede, si stava sottoponendo a un intervento chirurgico per ernia inguinale.
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