Giacomo Tamburello ha scelto di rispondere alle domande nell’interrogatorio di garanzia. L’imprenditore di Campobello di Mazara, indicato dagli investigatori come figura centrale nell’inchiesta sul patrimonio riconducibile a Matteo Messina Denaro, è comparso davanti al gip Antonella Consiglio. E' stato arrestato nei giorni scorsi nell'inchiesta della DDA di Palermo e Guardia di Finanza con cui sono stati sequestrati beni per 200 milioni di euro sparsi per l'Europa.
Secondo l’accusa, Tamburello avrebbe reinvestito il denaro accumulato attraverso il commercio di droga fin dagli anni Ottant. Gli investigatori ritengono che l’uomo, oggi finito al centro del sequestro milionario, fosse legato agli interessi economici del boss.
Nell’inchiesta sul cosiddetto tesoro di Messina Denaro sono coinvolte anche l’ex moglie di Tamburello, Maria Antonina Bruno, e il figlio Luca, arrestati a Malaga con le stesse accuse. Nei prossimi giorni il giudice spagnolo dovrà convalidare l’arresto, mentre per l’interrogatorio di garanzia la madre e il figlio si dovranno attendere l’eventuale estradizione in Italia.
Secondo l’inchiesta, una parte delle ricchezze della famiglia Tamburello sarebbe stata movimentata all’estero. Vengono citati trasferimenti di oro custodito in una banca in Lussemburgo, rapporti con Monaco, investimenti in paradisi fiscali e immobili di lusso.
Gli accertamenti puntano anche sui rapporti societari e finanziari che, secondo la Procura, avrebbero consentito di schermare e reinvestire patrimoni di origine illecita. Tamburello, davanti al gip, ha scelto dunque di parlare. Resta ora da capire quali elementi abbia fornito ai magistrati e se le sue dichiarazioni potranno incidere sullo sviluppo dell’inchiesta.
L’indagine prosegue sul fronte patrimoniale e societario, con l’obiettivo di ricostruire la rete economica che, secondo gli investigatori, avrebbe sostenuto e custodito parte del patrimonio del boss di Castelvetrano.
Sull'indagine è intervenuto il presidente del Libero Consorzio di Trapani, Salvatore Quinci. Questa la sua dichiarazione:
Il sequestro del “tesoro” di Matteo Messina Denaro – è facile prevedere che non sarà l'ultimo – impone una serie di riflessioni. La prima rimanda alla forza dello Stato e delle sue Istituzioni. Magistratura e Forze dell'Ordine non fanno soltanto il loro lavoro con grande dedizione e responsabilità. Hanno dalla loro parte un metodo, un sistema che sta infliggendo i colpi più duri al potere mafioso. Seguono i flussi dei soldi, così come aveva intuito ed indicato il giudice Giovanni Falcone. Gli interventi repressivi rimangono centrali, perché il potere criminale condiziona i territori ma è ormai decisivo e dirimente l'attacco ai patrimoni economici e finanziari costruiti sull'illegalità. L'operazione che ha portato al sequestro del “tesoro” di Messina Denaro conferma la necessità di affrontare la mafia disarmandola rispetto ad un suo punto di forza: la cultura mafiosa che ne consolida l'invisibilità e la pervasività. I giri di soldi da un capo all'altro del mondo, con un evidente impatto mediatico, non devono lasciarci sfuggire il nodo da sciogliere. Le alleanze, le convivenze, gli interessi che legano i mafiosi alla società, agli insospettabili, a quelli che chiamiamo colletti bianchi, ma che forse è arrivato il momento di definire colletti sporchi. Le operazioni, le inchieste degli inquirenti e dei magistrati rilevano diversi livelli di contatto e di ruoli. La stratificazione della mafia nella società, che si fa cultura mafiosa avvelena tutti i pozzi che danno metaforicamente acqua vitale ad una società libera, senza condizionamenti di alcun tipo. La facile retorica del dover fare tutti la nostra parte, da cittadini e da rappresentanti delle Istituzioni, va superata da una strategia, altrimenti si porranno seri problemi di credibilità e soprattutto la mafia riuscirà ad infiltrarsi ancora meglio. Servono azioni concrete ma anche con valore simbolico. I beni sequestrati e poi confiscati vanno gestiti ancora meglio. Le politiche antimafia devono entrare nei programmi scolastici con maggiore efficacia. La contro cultura mafiosa si costruire tra i banchi. Le regole condivise non possono lasciare spazio a scorciatoie, nel lavoro come nelle professioni, nell'attività politica come in quella amministrativa. Non possono essere consentite zone grigie e neanche comode aree vischiose, difficili da interpretare. Agli atti tangibili e pragmatici vanno affiancati i simboli, le manifestazioni che diventano percorso storico ed identitario. La sfida culturale si vince anche così, opponendo eventi di valore, che puntano a condividere e ad aggregare. Penso ad oggi, alla quarta edizione di “A Nome Loro – musiche e voci per le vittime di mafia”. Alla Città di Castelvetrano che si fa sede e strumento di cambiamento.