Dopo il 2 giugno e il festeggiamento degli 80 anni della Repubblica Italiana, il 10 giugno si commemorerà Giacomo Matteotti, ucciso in quel giorno del 1924. Il 3 gennaio 1925, alla Camera dei deputati, Benito Mussolini ammise il delitto del Segretario Generale del Partito Socialista Unitario: «Io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto».
Giacomo Matteotti è considerato universalmente simbolo di quella "libertà liberatrice" che decretò la sua condanna a morte il 30 maggio precedente, quando denunciò a Montecitorio le violenze e i brogli elettorali perpetrati nelle elezioni di aprile dal Partito Nazionale Fascista. Il 22 maggio scorso la Presidente del Consiglio dei Ministri ha ricordato: «Nel giorno dell’anniversario della scomparsa di Giorgio Almirante, il mio pensiero va a una figura che ha segnato profondamente la storia della destra italiana. Di lui restano il carattere, la forza delle idee, l’amore per l’Italia e una concezione della politica vissuta con passione, dignità e rispetto. Un ricordo che continua a vivere nel percorso della destra italiana e nella memoria di una comunità politica che, ancora oggi, non si risparmia, per aggiungere il proprio pezzo di cammino, con coraggio e determinazione.» Il segretario del Movimento Sociale Italiano fu redattore capo della rivista La Difesa della Razza, dal 1938 al 1943, che rappresentò il principale strumento di propaganda dell’antisemitismo di Stato in Italia.
Fu funzionario del regime fascista durante la Repubblica Sociale Italiana (RSI), per la quale ricoprì la carica di capo di gabinetto al Ministero della Cultura Popolare e, nell’esercizio di questa mansione, firmò l’editto emanato dalla RSI, noto anche come «manifesto della morte». Il decreto imponeva ai partigiani e ai soldati sbandati di presentarsi ai posti di polizia e militari italiani o tedeschi entro le ore 24 del 25 maggio 1944; chiunque non si fosse presentato sarebbe stato dichiarato «fuorilegge» e condannato all’esecuzione immediata mediante «fucilazione nella schiena». Almirante si avvalse nel 1946 dell’amnistia del comunista e stalinista, nonché ministro della Giustizia, Palmiro Togliatti.
Lo stesso fece nel 1972 per la strage di Peteano: rinviato a giudizio per favoreggiamento, grazie a un’amnistia decise di avvalersene ancora prima del dibattimento. Dichiarò esplicitamente: «La parola fascista ce l’ho scritta in fronte». Pur accettando le regole della democrazia parlamentare per fare opposizione durante la Prima Repubblica, mantenne sempre una linea di totale continuità ideale ed etica con il regime. Certamente, parafrasando la Meloni, restano le idee fasciste, mai rinnegate. La Storia racconta che Giacomo Matteotti è morto per la democrazia, che salvò Giorgio Almirante.
Vittorio Alfieri