Lavoro nero, Sicilia tra le peggiori regioni d’Italia: uno su sette è irregolare
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La Sicilia resta tra le regioni italiane con la più alta incidenza di lavoro nero. Secondo l’analisi della Cgia di Mestre su dati Istat relativi al 2023, nell’Isola il valore aggiunto generato dal lavoro irregolare rappresenta il 6,4% del totale regionale, una quota superiore alla media nazionale, ferma al 4%.
Un dato che colloca la Sicilia al terzo posto nella classifica negativa, dietro soltanto a Calabria e Campania, entrambe al 7%. Subito dopo viene la Puglia, con il 6,3%.
Un lavoratore su sette è irregolare
Ancora più chiaro è il dato sull’incidenza occupazionale. In Sicilia il tasso di irregolarità, cioè il rapporto tra lavoratori non regolari e occupati complessivi, raggiunge il 14%. In pratica, un lavoratore su sette è irregolare.
La media italiana è del 10%. Peggio della Sicilia fanno soltanto Calabria, con il 17,9%, e Campania, con il 14,4%.
Il fenomeno riguarda soprattutto il Mezzogiorno, dove il sommerso continua ad avere un peso rilevante nell’economia reale. In Italia, secondo la Cgia, il valore dell’economia non osservata supera i 177 miliardi di euro l’anno.
I settori più colpiti
A livello nazionale, i comparti in cui il lavoro nero è più diffuso sono le attività delle famiglie come datori di lavoro, in particolare colf e badanti, dove il tasso di irregolarità arriva al 48,8%.
Segue l’agricoltura, con il 20,8% di lavoratori irregolari, pari a oltre 196 mila persone. È un dato che riguarda da vicino anche la Sicilia, regione a forte vocazione agricola, dove il tema del lavoro nei campi incrocia spesso precarietà, sfruttamento, trasporti difficili e presenza di manodopera straniera.
Altri settori critici sono le costruzioni, con il 20,3% di irregolari, e il comparto dell’alloggio e della ristorazione, con il 14,4%.
Il sommerso nel Sud
Il lavoro nero continua a essere un problema strutturale nel Sud. Nel Mezzogiorno gli occupati irregolari sono oltre un milione e 600 mila, contro i 979 mila del Centro e i 634 mila del Nord-Ovest.
La Lombardia, per numero assoluto, conta 422 mila lavoratori irregolari, ma in rapporto alla popolazione occupata l’incidenza è molto più bassa rispetto alle regioni meridionali.
Il quadro conferma una frattura antica: nel Sud il lavoro irregolare non è un fenomeno marginale, ma una componente stabile di interi pezzi di economia.
Il caso Sicilia
Per la Sicilia il dato pesa doppiamente. Da un lato fotografa la fragilità del mercato del lavoro, dall’altro mostra quanto sia ancora ampia l’area grigia in cui diritti, sicurezza e contratti restano sulla carta.
Il lavoro nero significa meno tutele per chi lavora, meno contributi, più rischio di infortuni, più ricattabilità e concorrenza sleale per le imprese che rispettano le regole.
Il punto, come sempre, non è solo reprimere. Servono controlli, certo. Ma servono anche politiche del lavoro, trasporti, servizi, emersione, contratti veri e filiere pulite.
Perché quando un’economia si regge anche sul sommerso, il conto prima o poi arriva. E lo pagano sempre gli stessi: i lavoratori più deboli e le imprese oneste.
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