Inconsapevolmente, la direzione della fiera nazionale della piccola e media editoria “Più libri più liberi”, che si terrà dal 4 all’8 dicembre, ha fornito un’arma di distrazione di massa al governo in carica.
Giorgia Meloni ha accusato di “censura” gli organizzatori per il patentino antifascista chiesto agli editori partecipanti, aggiungendo: «È così che la sinistra concepisce la libertà di pensiero: sei libero, ma solo se dici quello che loro ti permettono di dire, se pensi quello che loro pensano, se leggi quello che loro considerano consono. La cancellazione delle idee non di sinistra, camuffata da lotta antifascista, è un vecchio vizio della sinistra, ma è una storiella alla quale ormai non crede più nessuno. Si chiama, banalmente, censura. E la censura è incompatibile con qualsiasi società democratica».
La presidente del Consiglio ha deciso che il Comitato di indirizzo e vertici della fiera, composto da Annamaria Malato (presidente di Più libri più liberi), Innocenzo Cipolletta (presidente AIE), Fabio Del Giudice (direttore operativo della fiera e direttore generale AIE) e Lorenzo Armando (presidente dei Piccoli editori AIE), sia di sinistra, quando la storia dei quattro racconta del loro pluralismo e della loro laicità.
Per creare un ordigno ancora più deflagrante è arrivato Carlo Nordio che, pensando di essere utile alla “sua” presidente del Consiglio, ha dichiarato: «Forse gli organizzatori non sanno che il libro più importante per la nostra giustizia, cioè il Codice penale, reca la firma di Mussolini».
Il testo di Alfredo Rocco, firmato dal duce, è quello penale in vigore? No, perché la normativa è stata radicalmente modificata dal legislatore e dalla Corte costituzionale per adeguarla ai valori della Carta fondamentale.
A conferma della trasformazione del codice, il governo Meloni ha introdotto nuovi reati: rave party, occupazione abusiva di immobili, blocco stradale e ferroviario, resistenza passiva, rivolte e aumento dei tempi di permanenza nei CPR, morte o lesioni come conseguenza di delitti in materia di immigrazione clandestina.
Qualsiasi matricola di giurisprudenza sa che la “legge Rocco”, di fatto, non esiste quasi più. Che un ministro ed ex magistrato la strumentalizzi, o peggio non la conosca, è inaudito.
Intanto, per qualche giorno, del fatto che in Ucraina, Gaza, Iran, Myanmar, Sudan, Messico e in altre decine di Paesi si continui a morire non se ne parlerà, e dell’Italia — culla del multilateralismo — conviene rivolgersi altrove.
Perché i tre giorni del G7, che si svolge in Francia e che vede anche la partecipazione dell’UE, del Brasile, dell’India, della Corea del Sud, del Kenya e dell’Egitto, serviranno alla Meloni per tornare a parlare con Emmanuel Macron, Donald Trump e Ursula von der Leyen.
E, si spera, anche per riferire ad Abdel Fattah al-Sisi che lo Stato italiano, grazie a una sentenza della Consulta, dopo i difensori dei quattro 007 egiziani imputati, a vario titolo, della morte di Giulio Regeni, pagherà anche gli eventuali consulenti delle difese.
E ancora: così come già accaduto per diversi testimoni sentiti in modalità protetta nel corso del processo, anche il perito nominato dalla Prima Corte d’Assise di Roma ha accettato l’incarico dietro un paravento, senza mai comparire, in modo da tutelarne l’identità, senza neanche poter declinare le proprie generalità.
A dimostrazione che chi pensa, in Europa e in Italia, che l’Egitto sia un Paese sicuro, evidentemente si sbaglia: non lo è per i testimoni, per i periti, per i consulenti, e non lo è stato per Giulio.
Vittorio Alfieri