L’umanità si è fermata a Ceuta.
Come nel celebre romanzo di Primo Levi, Cristo si è fermato a Eboli, migliorare la propria esistenza, per migliaia di marocchini che hanno raggiunto l’exclave spagnola, resta una chimera.
Migliaia di persone, in poche ore, hanno superato il confine tra il Marocco e Ceuta, arrivando a nuoto, con materassini gonfiabili o scavalcando le barriere di frontiera. Secondo le prime ricostruzioni diffuse dalle autorità spagnole, gli ingressi sarebbero stati circa 50 mila, con oltre 100 morti.
Quella che, venerdì mattina di fine luglio, appariva come una delle più gravi crisi migratorie della storia recente della Spagna e dell’Europa, nel giro di poche ore si è “sgonfiata”. Delle 50 mila persone entrate nell’exclave, oltre 48.300 sono tornate volontariamente in Marocco dopo una giornata drammatica, anche perché molti hanno compreso quanto fosse difficile raggiungere l’Europa continentale.
La chiave di lettura, condivisa da parte della comunità internazionale, è che l’esodo sia stato utilizzato come strumento di pressione politica. Secondo questa interpretazione, si inserirebbe in un intreccio di interessi internazionali che coinvolgono anche il Marocco, storico alleato di Washington.
In questo contesto, Rabat – guidata dal re Mohammed VI – ha concesso la grazia reale a 1.788 persone in occasione della Festa del Trono di fine luglio. Un elemento che, secondo alcune analisi, avrebbe contribuito a creare le condizioni per l’assalto.
Sul piano geopolitico, resta centrale la questione del Sahara occidentale. Il Marocco ne rivendica la sovranità e ne occupa gran parte da decenni, mentre l’Algeria sostiene il movimento indipendentista locale. La Spagna, ex potenza coloniale, ha sempre cercato di mantenere un ruolo di mediazione.
Il 20 luglio, il premier spagnolo Pedro Sánchez è stato in visita di Stato in Algeria, una mossa che Rabat non ha gradito. La combinazione di questi fattori avrebbe contribuito a generare la crisi umanitaria a cui si è assistito.
La risposta dell’Italia è stata la sospensione del trattato di Schengen, nel timore che i migranti potessero raggiungere il Paese attraverso rotte indirette. Una scelta che, in un contesto così complesso, rischia di apparire più simbolica che risolutiva.
Ancora una volta, la vicenda mette in evidenza l’incapacità dell’Europa di dare una risposta strutturale al fenomeno migratorio. Con il rischio che sia la disumanità a prevalere, dimenticando che il luogo di nascita è spesso solo un accidente della storia.
Vittorio Alfieri