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20/06/2026 06:00:00

Burrafato, un altro "insospettabile"

 Ancora una volta, le cronache giudiziarie ci consegnano il profilo di un “fedelissimo” di Matteo Messina Denaro, e ancora una volta ci troviamo di fronte a una figura che, a guardare bene le carte, di “insospettabile” ha ben poco. È Francesco Burrafato, medico chirurgo in pensione, indagato per favoreggiamento e procurata inosservanza di pena con l’aggravante mafiosa. È un copione già visto, che dimostra come la rete del boss, salvo poche eccezioni, non era fatta di fantasmi, ma di volti noti, legati alla famiglia da decenni.

 

Secondo gli inquirenti, è lui il “parmigiano” dei pizzini trovati più di  tre anni fa, dopo l’arresto di Messina Denaro. Durante le perquisizioni, gli hanno trovato pure una pistola con la matricola abrasa. Ed è finito ai domiciliari.

Ma Burrafato non è un insospettabile perché sarebbe stato una presenza costante nell’universo della famiglia del boss. Una figura che appariva già in un “pizzino” di Salvatore Messina Denaro nel lontano 1996, quando il fratello del capomafia, trent’anni fa, scriveva proprio di un certo  “parmigiano” come mittente di una borsa.

Elemento, questo, considerato dagli inquirenti una prova fondamentale del legame storico tra l’indagato (identificato appunto come “parmigiano”) e la famiglia del boss.

Inoltre, quando nel 1998 morì Francesco Messina Denaro (padre di Matteo), il dottor Burrafato sarebbe stato presente all’autopsia come consulente di parte della famiglia. E per ultimo, sarebbe comparso ripetutamente negli album fotografici di famiglia.

 

Ma ciò che colpisce di più è un messaggio in cui Matteo Messina Denaro fornisce istruzioni

alla sorella Rosalia (nota con il nome in codice “fragolone”) su come ottenere un prestito di 40 mila euro proprio da “parmigiano”. Colpisce perché la richiesta arriva da uno al quale avrebbero sequestrato recentemente beni per 200 milioni di euro. Ma la liquidità per gestire la latitanza è un’altra cosa, e i contanti lasciano meno tracce.

 

Insomma, a più di tre anni dall’arresto di Messina Denaro, grazie al ROS che nel maggio 2026 rielabora la documentazione sequestrata nel 2023, si sarebbe finalmente trovato “parmigiano”.

E l’inchiesta su Burrafato non può che mettere in luce il solito paradosso. Se da un lato si stringe il cerchio attorno all’area relazionale storica, dall’altro non si assiste ancora a quel “grande salto” investigativo verso i cosiddetti colletti bianchi. Si continua a scavare tra medici, familiari e fiancheggiatori storici, che appartengono a quella zona grigia già ampiamente nota agli archivi.

 

Le particolari coperture istituzionali, imprenditoriali e massoniche di cui si è sempre parlato come pilastri della trentennale latitanza del boss sembrano restare, per ora, fuori dal perimetro di queste “novità” giudiziarie. Certo, il sequestro dei beni di Burrafato è un atto dovuto e necessario, ma la sensazione è che si stia continuando a recidere i rami di un albero di cui si conosce già molto bene la radice, mentre le alte sfere che avrebbero garantito l’impunità al “fantasma” di Castelvetrano restano ancora nell’ombra. Ammesso che siano esistite davvero.

 

Egidio Morici



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