Gentile direttore di TP24,
è il paradosso della conoscenza. Siamo nell’era dell’iper disponibilità delle informazioni senza sapere cosa voler sapere.
La riflessione nasce da due avvenimenti di questa settimana, apparentemente lontani tra loro, che stimolano due mie passioni: il verismo e la politica.
Il primo fatto è la notizia dell’asta delle lettere di corrispondenza tra Giovanni Verga e i fratelli Pietro e Mario dove si legge tra le altre cose, di affetti, di amministrazione di beni agricoli, di pagamenti, di rapporti con gli editori e dei problemi legati alle attività teatrali.
Insomma, si parla di vita e della società a cavallo di due secoli, dove si è espresso il maggior esponete del verismo italiano.
Uno stupore e una meraviglia che fa venire voglia di leggerle tutte per capire e per conoscere.
Una notizia che eleva al quadrato il verismo attraverso sfumature di vita vera scritte da Verga.
L’altra notizia riguarda la nuova narrazione politica e sociale di un personaggio a dir poco pericoloso come Vannacci, che in questo esordio di autonomia politica è riuscito a svuotare di significato le parole.
Un’azione che potrebbe essere definita “incostituzionale" per le regole dell’etica che sono regolate dalla parola, dal linguaggio e dalle azioni.
È riuscito nello stesso istante a dare valore alla parola “feccia” e a svuotare di significato il termine “femminicidio”.
Il terreno della politica non dovrebbe essere questo, dovrebbe essere lo stesso campo condiviso dove i Partiti coltivano frutti diversi. Poi le persone decideranno di cosa nutrirsi e cosa sia giusto continuare a coltivare.
Vannacci invece inquina il terreno della politica diffondendo veleno in mezzo alla frutta, sia quella di destra che di sinistra, e finirà per disseccare tutto e rimarranno il deserto e il veleno.
Non si può accettare che venga svuotato di significato un dramma come quello dei femminicidi con un teatrino etimologico che cerca consensi addirittura sui corpi di donne uccise da uomini.
È un pericoloso autore di novelle velenose che ha creato un nuovo stile letterario, il “Falsismo”.
É uno stile perfetto per sfruttare proprio gli algoritmi dell’AI per diffondere il pensiero del vuoto, oscurando la verità e svuotando il significato delle parole.
E in questi giorni siamo involontariamente e incolpevolmente invasi sui nostri social.
Rimarrà sempre il dubbio se sono i generatori di paure a sfruttare gli algoritmi o se sono i padroni degli algoritmi a sfruttare loro.
Ecco quindi che gli scritti, i libri, i saggi, non sono archeologia culturale, sono la parola, il vero strumento per il pensiero umano.
Se è vero che tutto ciò che è digitale è potenzialmente disponibile, è altresì vero che gli algoritmi ricercano, pescano, riordinano e ricostruiscono le nozioni secondo regole che non possono seguire meccanismi del pensiero umano che è invece il prodotto sinergico di etica, di valori, di sogni, di intuizione, di ricerca della verità.
Gli algoritmi definiranno cosa rimarrà della nostra storia e della nostra memoria.
Ciò che apparentemente non servirà verrà scartato dalla statistica dell’output, e prima o poi cancellato. E questo è un pericolo per l'omologazione culturale e per l’umanità.
Il sistema dell'AI e degli algoritmi hanno delle potenzialità formidabili, per la tecnica, l’innovazione, il commercio e la velocità del progresso.
Non dovrebbero essere utilizzati per l’informazione, la politica e per l’influenza sociale.
Sono lo strumento sbagliato, e il più velenoso, per coltivare il pensiero critico, che deve invece auto costruirsi e non essere preconfezionato o pre-digerito, altrimenti lo anestetizzano, lo annullano.
Ed ecco che da questa riflessione nasce anche la preoccupazione per la democrazia, per le rappresentanze, per le governance del futuro.
Se queste si svilupperanno con consensi privi di pensiero critico umano, sarà un potenziale pericolo per la libertà.
L’uomo correrà il rischio di cadere nel baratro dell’inettitudine, toccherà il fondo per poi dover provare ad emanciparsi dalle tecnocrazie che sono le nuove tirannie dittatoriali e imperiali.
Ma senza gli strumenti del pensiero critico sarà impossibile uscirne.
Per questo dobbiamo ricominciare a fare politica sui contenuti e non sui contenitori come FN che sembrano vuoti, ma purtroppo celano il baratro.
PS: finiamola di chiamarlo “Generale” visto che dobbiamo ridare un significato alle parole, e in Italia i Generali prestano solenne giuramento di fedeltà oltre che alla Repubblica, anche alla Costituzione. E la fedeltà prevede il rispetto.
Mattia Filippi