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23/06/2026 06:00:00

Giorgia e Donald: quando il sovranismo ferisce la carne della premier

di Katia Regina

 

Mia nonna avrebbe liquidato l’intera faccenda con sei parole definitive: Tagghia cà chi sangu nesci. Traduco per i forestieri: se mi tagli qua, esce il mio sangue.

C’è una sottile, spietata filosofia antropologica in questo antico modo di dire. I proverbi siciliani non si sprecano in astratte categorie morali; non indicano un’ingiustizia universale o un’offesa di principio che chiunque dovrebbe riconoscere. No, incarnano – attraverso un’immagine cruenta ma necessaria – una verità molto più terra terra: l'unica sofferenza, l'unica vera ingiustizia che certe persone riescono a percepire come reale, è quella che le ferisce personalmente, nella propria carne. Finché il coltello taglia la carne altrui, è solo dialettica, realpolitik, o magari un effetto collaterale accettabile. Ma quando la lama tocca la propria pelle, allora sì che il sangue grida.

 

E a quanto pare, stavolta la ferita è stata assestata per davvero, dritta al cuore dell’orgoglio. Uno sfregio all'onore di una donna, Giorgia Meloni, che non è certo incline – almeno entro i confini patrii – a farsi mettere in discussione in quanto a fermezza e autorevolezza.

 

E dunque, eccomi qui. In un bizzarro lunedì di giugno, abituata a non fare sconti a questo governo, mi ritrovo nell'inedito e scomodo ruolo di dover fare scudo alla Presidente del Consiglio. Non è una scelta politica, sia chiaro: è un elementare dovere di decenza nazionale contro il bullismo da osteria globale. Se non si trattasse di un’offesa sfacciata a tutta la nazione, rappresentata in quel momento dalla sua massima carica istituzionale, ci sarebbe da fare una bella scorta di pop corn, mettersi comodi sulla poltrona e godersi lo spettacolo surreale in atto tra i due.

 

Il copione, d’altronde, supera qualsiasi sceneggiatura satirica. Donald Trump, con la consueta grazia di quello che Gabriele D'Annunzio avrebbe definito un cretino fosforescente, ha pensato bene di dichiarare che al G7 la premier italiana lo avrebbe implorato per una foto, e che lui gliel'ha concessa solo perché gli faceva pena. Non contento della furiosa e fiera smentita di lei (l'Italia non implora mai), il tycoon ha rincarato la dose con la NBC, scendendo a livelli da rivalità adolescenziale: ha aggiunto che la Meloni starebbe cercando disperatamente di riavvicinarsi a lui solo perché in calo di consensi, chiosando con un definitivo: era una mia grande fan, ma non la voglio più come fan.

 

Qui, però, crolla il palcoscenico della geopolitica e si entra nel regno della psicologia clinica applicata alle alleanze. Il peccato originale della nostra premier non è la reazione di oggi, che è stata sacrosanta e istituzionalmente impeccabile, ma l’illusione ottica di ieri. Meloni ha commesso l'errore classico di chi pensa di poter addomesticare un sociopatico molesto applicando le regole del bon ton diplomatico o della vicinanza ideologica. Solo a gennaio auspicava per l'alleato americano nientemeno che il Premio Nobel per la pace. Ma già allora i sintomi erano lampanti, solo che riguardavano gli altri. Proprio in quel mese di gennaio, infatti, mentre il tycoon minacciava di annettere militarmente la Groenlandia e scriveva lettere furiose al premier norvegese perché non gli davano il Nobel, a Palazzo Chigi si sceglieva la via della pacata indulgenza. Interpellata sul punto, la premier minimizzava, faceva l'equilibrista, spiegando ai giornalisti che Trump in fondo voleva solo mandare un messaggio e che la sua era una preoccupazione strategica persino condivisibile.

Quando scegli come punto di riferimento un leader guidato esclusivamente dal proprio ego ipertrofico, non stai costruendo un asse politico: stai firmando un contratto di subalternità psicologica. In quel mondo lì, nel club esclusivo del sovranismo spinto, il concetto di amicizia dura il tempo di un reel e il principio del prima i sovranisti degli altri vincerà sempre, matematicamente, sul prima gli italiani.

Il risultato di questo cortocircuito è un quadro di solitudine amara. Mentre in patria si consuma una paradossale solidarietà nazionale con le opposizioni compatte a difendere la dignità del Paese, all’estero la Meloni si ritrova improvvisamente sola. Gli alleati europei le offrono carezze consolatorie che sanno tanto di te l'avevamo detto, mentre il grande mito d'oltreoceano la liquida come una groupie molesta che cerca visibilità per risalire nei sondaggi.

La lezione di questa settimana è racchiusa tutta in quel sangue che esce quando il taglio è sulla propria carne. Andrea Camilleri ricordava spesso come il dialetto siciliano non sia semplicemente una lingua, ma una commedia dell'arte parlata, capace di fare miracoli di sintesi lì dove l'italiano burocratico gira a vuoto. Per lo scrittore agrigentino, certe espressioni popolari sono fulmini verbali che spogliano la realtà da ogni ipocrisia, usate non per descrivere il mondo, ma per metterlo a nudo. E per chiudere consultando ancora mia nonna, a proposito del rapporto della Meloni con Trump, so già che avrebbe chiosato dicendo: si misi l'acqua dintra.

Benvenuti nel grande teatro della geopolitica sovranista. 

(In sottofondo si avverte il rumore ritmico e scoppiettante di pop-corn).

SIPARIO



 

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