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28/07/2026 06:00:00

La clava sui ragazzi: quando la politica delibera ignorando la pedagogia

di Katia Regina

 

C’è una sottile, amara ironia nell’idea che per risolvere una devianza sociale basti un tratto di penna su una gazzetta ufficiale. È la tentazione irresistibile della politica della pancia: di fronte a un fenomeno complesso, si evita con cura di stanziare quattrini, ci si guarda bene dal creare strutture o dal formare educatori, e si sceglie la via più comoda. Si prende il Codice Penale, si sparano cifre a caso sugli anni di galera, si sforbiciano le tutele e si sventola davanti alla piazza lo scalpo del quattordicenne di turno come trofeo di fermezza. Contento il popolo, contento il bilancio.

L’ultima trovata in ordine di tempo riguarda l'imputabilità dei minori tra i 14 e i 18 anni. Questo esecutivo, ormai è chiaro, nutre una vera e propria passione per l'inversione di marcia: giuridica, culturale e probatoria. Lo abbiamo già visto nel dibattito sulla violenza di genere, dove la scelta di accantonare la centralità del consenso rischia sistematicamente di costringere la vittima a dover dimostrare di aver detto NO abbastanza forte. Ora la stessa geniale intuizione viene applicata agli adolescenti: con un pirotecnico capovolgimento logico, si decide di invertire l'onere della prova anche con i ragazzini. Non sarà più la giustizia a dover dimostrare che un quattordicenne avesse la maturità per capire cosa stesse facendo, ma si presumerà che fosse lucido come un presidente di sezione della Cassazione, a meno che la difesa non riesca a dimostrare il contrario. Un banale dettaglio tecnico, sosterrà la propaganda. Un disastro educativo e scientifico, dicono quelli che hanno studiato.

 

Dal punto di vista neuroscientifico, del resto, la pretesa di considerare un quattordicenne alla stregua di un adulto consapevole fa sorridere, o meglio, fa venire i brividi. La scienza lo ripete fino alla noia: la corteccia prefrontale, ovvero quella centralina cerebrale deputata al controllo degli impulsi, alla valutazione dei rischi e alla comprensione delle conseguenze a lungo termine, completa la sua maturazione verso i 25 anni. Stabilire per decreto che a 14 anni si possiede la piena maturità emotiva significa semplicemente scambiare la biologia con la burocrazia. Come se bastasse il timbro di un sottosegretario per far fiorire d'incanto la mielinizzazione dei neuroni di un adolescente.

 

Ma al di là delle neuroscienze, ciò che lascia davvero basiti è la totale allergia di questa maggioranza ai numeri. Si grida all'emergenza nazionale, si evoca l'invasione delle baby gang e si rispolvera l'elmetto della legge speciale, mentre le statistiche del Ministero della Giustizia raccontano una storia imbarazzante per i propagandisti. I dati parlano da soli: nel 2004 i minori sotto i 14 anni segnalati erano 256; nel 2014 erano scesi a 110; nel 2024 siamo arrivati alla bellezza di 60 casi in tutta Italia. Un crollo di oltre il 76% in vent'anni, fino a rappresentare un misero 2% sul totale delle prese in carico dei servizi sociali.

 

Ci si chiede allora: perché fare un decreto d'urgenza per un fenomeno in palese estinzione statistica? La risposta è disarmante: perché la prevenzione richiede tempo, visione, lavoro silenzioso e risorse economiche. Un comunicato stampa che promette di sbattere in cella i delinquenti in calzoncini, invece, si scrive in sette minuti, guadagna le prime pagine e non costa un solo euro.

La ricetta è la solita, stantio copione: inasprimento delle pene a costo zero. Nessun fondo destinato alle scuole di frontiera, zero risorse per i servizi sociali territoriali, nessun investimento sulla pedagogia di strada, sull'ascolto o sulla messa alla prova – che restano gli unici presìdi capaci di abbattere la recidiva anziché alimentarla. E, naturalmente, nessun euro per le strutture penitenziarie.

 

Dove pensano di stipare, i signori del governo, i nuovi giovanissimi detenuti che questa furia demagogica riverserà nel circuito penale? Gli Istituti Penali per Minorenni in Italia sono appena 17. Il recente rapporto di Antigone scatta una fotografia desolante: presenze schizzate a quota 580 e oltre metà delle strutture stabilmente al di sopra della capienza massima. Il Cesare Beccaria di Milano ne è il monumento quotidiano: sovraffollato, segnato da tensioni continue, con l'uso di psicofarmaci diventato ammortizzatore sociale per contenere la disperazione e un personale lasciato solo a gestire le macerie. Aumentare gli ingressi per legge senza mettere un euro nell'edilizia o negli organici educativi significa un'unica cosa: ammassare ragazzini in veri e propri master di perfezionamento del reato, pagati a spese della collettività.

Rispondere al disagio giovanile con la clava del diritto penale è la resa di uno Stato che ha rinunciato a educare e sceglie di regredire al riflesso condizionato di Pavlov: campanella del reato, bavetta punitiva. Un automatismo primordiale e meccanico che ignora le cause, assolve le colpe degli adulti e rinuncia a costruire qualsiasi futuro.

Se si vuole davvero affrontare la devianza giovanile, la strada non passa dalle sbarre del Beccaria. Passa da un piano imponente di prevenzione primaria, dal restituire centralità alla scuola e dalla presenza fisica delle istituzioni dove oggi ci sono solo abbandono e degrado. Tutto il resto è propaganda da somministrare alla pancia del paese. Una merce a buon mercato il cui conto, come al solito, verrà recapitato ai ragazzi.

Consigli per la lettura: 

Ragazzi senza. Educare nell'era del disagio e delle baby gang di Daniele Novara 


 

Consigli per la visione: 
Mery Per Sempre - trailer