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28/06/2026 10:11:00

Grano siciliano, Trapani rilancia la filiera: "Pane, cous cous e pizza con prodotto locale"

"Granaio di Roma”, così era chiamata la Sicilia ai tempi di Giulio Cesare. Una tradizione che ha radici antichissime, ma anche una ricchezza e un’occasione di sviluppo economico. 

Ed è ancora così, il grano nasce nei campi siciliani, ma troppo spesso il valore aggiunto prende altre strade. 

È da questa contraddizione che riparte la riflessione del Comune di Trapani, che torna a puntare i riflettori sulla cerealicoltura dell'Isola e sulla necessità di costruire una filiera capace di riconoscere un giusto reddito agli agricoltori e garantire ai consumatori una maggiore trasparenza sull'origine della pasta che arriva in tavola.

A rilanciare il tema sono il sindaco Giacomo Tranchida e l'assessore all'Agricoltura Giuseppe Pellegrino, mentre la campagna di raccolta del grano duro entra nel vivo e i produttori continuano a denunciare quotazioni considerate insufficienti. Secondo l'amministrazione comunale, agli agricoltori vengono riconosciuti circa 25 centesimi al chilogrammo, una cifra che non coprirebbe costi di produzione stimati intorno ai 35 centesimi.

"Il mercato internazionale della pasta italiana è affermato – osservano Tranchida e Pellegrino – ma continuiamo a importare circa due milioni di tonnellate di grano duro mentre in Italia restano inutilizzati circa 600 mila ettari di seminativi". 

Per il Comune è questa la fotografia di una filiera che non riesce ancora a valorizzare pienamente la produzione nazionale e, in particolare, quella siciliana.

L'amministrazione torna anche su un tema che da anni divide il comparto agricolo: quello dell'origine del grano utilizzato dall'industria della pasta. Tranchida e Pellegrino sostengono che il clima caldo e secco del Mezzogiorno consenta di ottenere un grano duro di elevata qualità e criticano il ricorso alle importazioni, richiamando il sistema delle regole europee sull'origine dei prodotti alimentari.

 In base alla normativa doganale dell'Unione, infatti, un alimento può acquisire l'origine del Paese in cui avviene l'ultima trasformazione sostanziale, anche quando la materia prima è stata coltivata altrove. È proprio questo meccanismo che, secondo gli amministratori, rende necessario rafforzare la tracciabilità della filiera.

Il tema è al centro di una battaglia che la Sicilia porta avanti da tempo. 

La Regione, insieme al Consorzio di ricerca "Gian Pietro Ballatore", sta lavorando al riconoscimento della Dop Pasta di Grano Duro Siciliano,  un marchio che certificherebbe una filiera completamente regionale: dal campo al mulino, fino al pastificio. L'obiettivo è dare un'identità precisa a un prodotto simbolo dell'agroalimentare italiano, aumentando il valore riconosciuto ai cerealicoltori e offrendo ai consumatori una garanzia sull'origine della materia prima.

In questo percorso, si inserisce anche la scelta del Comune di Trapani di istituire la Denominazione comunale di origine (De.C.O.) per alcune produzioni identitarie. 

Tra queste figurano il pane, il cous cous e la pizza, che l'amministrazione intende promuovere attraverso l'utilizzo del grano locale, rafforzando il legame tra agricoltura, artigianato alimentare e tradizione gastronomica.

Dietro la questione del grano, però, c'è molto più di una disputa sull'etichetta. 

C'è il futuro di un comparto che continua a rappresentare uno dei cardini dell'economia agricola siciliana e che oggi si trova a fare i conti con margini sempre più ridotti, concorrenza internazionale e cambiamenti climatici. 

Per questo, il dibattito sulla filiera non riguarda soltanto ciò che finisce nel piatto, ma anche la possibilità che i campi dell'entroterra continuino a essere coltivati e che il valore di quella produzione resti, almeno in parte, nei territori dove il grano nasce.