Quando tanti granchi vengono messi dentro un secchio succede una cosa strana: se uno di loro cerca di scappare, gli altri lo afferrano e lo tirano giù.
É tutto un clac clac di chele contro chele, di chele contro il secchio, di granchi contro altri granchi. Alla fine, quello che era più coraggioso, quello che voleva trovare l’alternativa alla pentola, rimane sul fondo insieme agli altri e, con gli altri, finirà bollito.
É una scena orribile e brutale. La metafora antica di chi prova a ribellarsi ad una situazione, a fuggirne o tenta di cambiare le cose, viene tirato giù.
Dentro il secchio, con gli altri granchi. Quelli che a scappare o a cambiare le cose manco ci provano, attendono lì, di essere presi e bolliti.
Non c’è senso di branco in una colonia di granchi. C’è solo il difendere in modo viscerale il proprio destino che, se non prevale, manco può soccombere all’intraprendenza dell’altro granchio.
È proprio questo il terreno su cui si muove “La mentalità del granchio”, il nuovo romanzo di Gaspare Grammatico. Il titolo richiama l’istinto collettivo a ostacolare chi prova a cambiare le cose che si riassume nella frase: "se non posso averlo io, non devi averlo neanche tu".
In Sicilia quel secchio non è fatto di plastica. È fatto di abitudini, convenienze, silenzi.
È il luogo in cui chi prova a salire diventa immediatamente un problema, non perché abbia torto, ma perché rompe un equilibrio. La mentalità del granchio non consiste nell'impedire il successo altrui, consiste nel rendere intollerabile la differenza.
Il secchio è anche l'ambiente in cui si misura la forza di chi sceglie di non adeguarsi. Perché ogni società produce i propri granchi, ma produce anche uomini capaci di resistere alla loro presa.
É il potere che non ha bisogno di uccidere subito, raccontato da Sciascia: che preferisce prima tirarti giù nel secchio distruggendo la reputazione.
É la sicilitudine di Bufalino, all’interno della quale chi prova a fare un salto in avanti per cambiare le cose , commette un atto di "superbia" che disturba il sonno della comunità.
Ma il libro di Grammatico racconta anche un’altra Sicilia.
Non racconta una Trapani divisa in buoni e cattivi. Racconta una terra più complessa, dove il secchio e chi prova a uscirne convivono nello stesso spazio.
È la stessa provincia che ha conosciuto il potere della mafia, la massoneria, le connivenze, le zone grigie e i silenzi.
Ma è anche la provincia dei magistrati che hanno sfidato Cosa nostra, dei giornalisti che hanno seguito storie scomode, dei cittadini che hanno scelto di non voltarsi dall'altra parte. È la terra di Gian Giacomo Ciaccio Montalto, di Giovanni Falcone, di Carlo Palermo e di Mauro Rostagno. Quel posto in cui il sospetto, l'invidia e la delegittimazione hanno troppo spesso accompagnato chi cercava di cambiare le cose.
Nel racconto di Grammatico il secchio non è un luogo geografico, ma una condizione umana. E nello stesso spazio in cui qualcuno trattiene chi prova a emergere, c'è sempre qualcun altro che, con il proprio esempio, gli insegna a guardare oltre il bordo.
Per questo Nenè Indelicato e suo padre diventano il simbolo di quell'altra Trapani, meno rumorosa e meno visibile, che raramente finisce nei titoli dei giornali ma continua, ogni giorno, a costruire una coscienza civile. È una legalità che nasce lontano dai tribunali: nelle case, nelle automobili, nelle parole e nell'esempio di chi insegna, senza proclami, che esiste sempre un modo giusto di stare al mondo.
È grazie a suo padre, Uccio, che Nenè diventa l'uomo che è: uno "sbirro" attraversato da dubbi e tormenti, che guarda il fondo del secchio ma continua a cercarne il bordo. Entrambi custodiscono un'etica silenziosa, modellata su uomini reali e su una stagione della storia siciliana pesante come cinquecento chili di tritolo.
Uccio, era cancelliere al tribunale di Trapani quando Giovanni Falcone era un giovane giudice istruttore.
Nei suoi ricordi, il magistrato simbolo del “maxi processo” torna a essere soltanto un giovane giudice: non il volto stampato sulle agende o sui manifesti della memoria, non ancora il murales accanto alla Questura di Trapani.
Uccio e Falcone si somigliavano fisicamente talmente tanto che, quando il cancelliere accompagnava il giudice nei suoi spostamenti, spesso venivano scambiati.
Falcone fumava tanto, tantissimo: “se non fosse rimasto vittima della mafia, sarebbe morto per qualche neoplasia polmonare”, dice Uccio. Una fine brutta, certo, ma che “gli avrebbe lasciato il tempo di fare un culo così a Cosa Nostra”.
Poi il ricordo delle stragi, il 23 maggio e il 19 luglio del 1992, prima Falcone e poi Paolo Borsellino.
E Nenè, che aveva solo dodici anni, comprese il peso di quelle bombe, l’orrore di quei telegiornali.
É il racconto personale che chi ha vissuto quegli anni porta con sé: quando è arrivata la notizia io stavo facendo questo, ho pensato quell’altro.
Ma tutti sono accomunati dal senso di impotenza, di paura e consapevolezza di vivere in mezzo ad una guerra che non faceva prigionieri.
Il punto è cosa resta di quei ricordi, perché la giustizia, prima che dagli eroi, viene insegnata dagli uomini comuni.
È questo il lascito più profondo del romanzo. Nenè Indelicato e suo padre, personaggio costruito da Grammatico ispirandosi al proprio suocero, non sono figure straordinarie. Non salgono sui palchi, non pronunciano discorsi solenni, non cercano riconoscimenti. Trasmettono, semplicemente, un modo di stare al mondo.
E ricordano che la legalità non comincia nelle aule di tribunale, ma molto prima: nelle case, nelle automobili, nelle parole e nei gesti di chi, ogni giorno, sceglie di dare l'esempio.
Forse è proprio questa la suggestione più intensa che il libro lascia al lettore.
Giovanni Falcone viene raccontato quasi sempre a partire dalla sua fine. È l'esplosione di Capaci che illumina tutto ciò che è venuto prima.
Grammatico, invece, ci invita a percorrere la strada opposta.
Prima della toga c'era un ragazzo. Prima del maxiprocesso c'erano gli incontri, le amicizie, gli esempi. C'erano anche le serate di carnevale con Gian Giacomo Ciaccio Montalto, come ha raccontato la figlia Marene in una intervista.
È qui che la metafora del granchio smette di appartenere soltanto al romanzo.
La storia di Falcone racconta quanto possa essere feroce un ambiente quando qualcuno decide di cambiare le regole, i linguaggi, i paradigmi. La mafia, certo. Ma anche le diffidenze, le invidie, le delegittimazioni e le solitudini che, molto prima dell'attentato di Capaci, avevano già tentato di isolarlo.
Alla fine quella metafora non appartiene più alla zoologia. Appartiene a noi, che ogni giorno decidiamo se trattenere chi prova a salire o se aiutarlo a raggiungere il bordo.
La domanda, allora, resta sospesa ben oltre l'ultima pagina: quanti Giovanni Falcone continuiamo ancora a riconoscere soltanto quando è ormai troppo tardi?
Valentina Colli