È ritornata prepotentemente alla ribalta, come ogni estate, la condizione delle carceri italiane. Quest'anno la cassa di risonanza è stata molto amplificata perché a uscire da un penitenziario è stato Gianni Alemanno. Tralasciando le motivazioni per le quali l'ex sindaco di Roma ha dovuto scontare 18 mesi, dopo qualche giorno dalla liberazione ha ribadito un concetto decisamente condivisibile: «Se non tange, non punge». Poi, in un'intervista, ha riferito: «Ero stato a Rebibbia nel 1982 per motivi di militanza, mi sono ritrovato nello stesso reparto e nella stessa cella, ma allora era uno studentato, con pochissimi detenuti. Ora il sovraffollamento è del 160%, la media nazionale è del 140%. In questa situazione lo Stato ci perde la faccia, è una vergogna che deve rimuovere».
L'ex ministro delle Politiche agricole e forestali dimentica che dal 1994 al 2008 è stato, senza soluzione di continuità, deputato della Repubblica italiana, quindi dello Stato. La congestione carceraria è un problema strutturale iniziato nei primi anni Novanta e aggravato dall'entrata in vigore della legge Fini-Giovanardi del 2006, voluta da Gianfranco Fini, presidente del suo partito, e da Carlo Giovanardi, che ha aumentato il numero dei detenuti per reati di droga. Non risulta che Alemanno, in quel periodo, abbia fatto della condizione dei detenuti una cifra della propria azione politica.
Poi, per perorare la causa dei reclusi, ha pensato di entrare in Futuro Nazionale, movimento fondato da Vannacci, il quale sui detenuti afferma: «Oggi le vittime della criminalità sono abbandonate a loro stesse, senza tutela, senza supporto, senza giustizia. Io non ho dubbi: sono sempre dalla parte di Abele e Caino deve marcire in carcere». Con buona pace dell'articolo 27, comma 3, della Costituzione, sulla quale hanno giurato, che sancisce: «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato».
Dal buio e dal dolore delle carceri emerge una speranza da Marsala, dove è nata l'associazione "Caterina Di Girolamo", in omaggio alla memoria dell'educatrice penitenziaria scomparsa prematuramente nel 2025. Un'altra sofferenza si trasforma in un progetto, come ha spiegato il padre Alberto: «Vogliamo aiutare i detenuti non soltanto durante la permanenza in carcere, dove spesso si vive in condizioni difficili, ma anche quando tornano in libertà. Molti escono senza un lavoro, senza un'istruzione, senza alcun punto di riferimento. Noi vogliamo contribuire al loro reinserimento nella società. Questo è il vero obiettivo dell'associazione».
La dignità e il reinserimento nella società dei rei e delle ree rappresentano una sfida culturale che uno Stato di diritto non può permettersi di fallire.
Vittorio Alfieri