Alex Britti in concerto alle Cantine Fina. Kebrillerà 2026
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Il voto in aula consiliare è durato il tempo dell'appello nominale. Le conseguenze politiche, invece, rischiano di pesare fino alla fine della consiliatura.
Nella seduta del Consiglio comunale del 1° luglio, l'Aula ha bocciato la proposta di anticipare la discussione sulla relazione di mandato del sindaco, un documento che da settimane attende di essere esaminato e che, tra rinvii, sospensioni e continue bagarre, non riesce mai ad approdare al confronto politico. La proposta arrivava dalla conferenza dei capigruppo, dove era stata discussa, ed invece è stata votata contraria senza neanche dichiararne il voto, come é prassi.
È stata l'ennesima fotografia dei nuovi equilibri dentro Palazzo Cavarretta.
E subito dopo il voto è esplosa la polemica.
Il gruppo consiliare del Pd ha accusato l'opposizione di essersi sottratta al confronto,
per non discutere dell'azione amministrativa e non fare ascoltare ai cittadini i risultati raggiunti.
E rincara che, chi annuncia una mozione di sfiducia, dovrebbe essere il primo a chiedere di discutere l'operato del sindaco.
L'opposizione ha replicato che la priorità era approvare gli atti propedeutici al bilancio e che sarebbe stato il sindaco, piuttosto, ad abbandonare l'Aula prima della discussione.
Per i consiglieri di minoranza, questa é stato il modo di dimostrare come governino anche i lavori dell'aula con la maggioranza numerica.
Due versioni opposte della stessa seduta, entrambe funzionali alla rispettiva narrazione politica.
Ma il vero tema non è chi vota cosa.
Il dato politico che emerge ormai con chiarezza è un altro: il sindaco Giacomo Tranchida non dispone più di una maggioranza consiliare stabile.
Lo dimostrano le votazioni delle ultime settimane e lo ha confermato anche quella del primo luglio. Ogni proposta proveniente dalla maggioranza rischia ormai di essere respinta, indipendentemente dal merito, perché il confronto si è trasformato in un braccio di ferro permanente.
È una condizione di debolezza politica evidente.
Il re, per usare un'immagine efficace, è stato spogliato dei suoi abiti.
Ma proprio qui emerge la seconda contraddizione.
Se da un lato l'opposizione è oggi in grado di fermare praticamente qualsiasi iniziativa dell'amministrazione, dall'altro continua a non compiere l'unico passo che potrebbe davvero cambiare il quadro politico: presentare la mozione di sfiducia.
Eppure proprio i numeri emersi in Aula sembrano dimostrare ciò che da settimane é chiaro: la maggioranza non esiste più.
Quella che, fino a poco tempo fa, veniva liquidata come una ricostruzione giornalistica trova ormai conferma nelle votazioni del Consiglio.
La domanda, allora, diventa inevitabile.
Che cosa aspetta davvero l'opposizione?
Ha due strumenti a disposizione: decadenza e mozione di sfiducia, che passerebbero entrambi al voto di Palazzo Cavarretta.
Ma una sfiducia non è soltanto un atto simbolico. È un'assunzione di responsabilità. Significa dichiarare conclusa un'esperienza amministrativa e chiedere ai cittadini di tornare alle urne.
Tra un anno, certo.
Ed è forse proprio questo il punto.
Bloccare l'attività del sindaco è politicamente meno impegnativo che assumersi il peso di aprire una nuova fase.
E l'impressione è che, almeno per ora, l'opposizione preferisca esercitare un potere di interdizione piuttosto che trasformarlo in una proposta di governo.
Così Trapani vive un paradosso tutto politico.
Un sindaco che non ha più i numeri per governare serenamente e un'opposizione che dimostra di avere la forza per mettere in difficoltà l'amministrazione, ma non quella – o forse non ancora la volontà – di chiudere davvero la partita.
Nel frattempo il Consiglio comunale continua a consumarsi tra votazioni procedurali, rinvii e schermaglie regolamentari.
La relazione di mandato resta ancora senza discussione. Il bilancio procede a fatica.
E la città assiste a una partita che, almeno finora, sembra avere un solo obiettivo: misurare i rapporti di forza, senza che nessuno sia disposto a compiere la mossa decisiva.
Perché, dopo il voto del primo luglio, una cosa appare difficile da contestare: la crisi politica non è più un'ipotesi. È un dato.
La vera incognita riguarda chi avrà il coraggio di trarne fino in fondo le conseguenze.
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