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07/07/2026 17:48:00

"Noi bei pezzi di carne": l'esordio feroce di Colwill Brown che racconta l'adolescenza senza sconti

Ci sono romanzi che raccontano l'adolescenza con nostalgia. Altri la trasformano in un rito di passaggio romantico. Noi bei pezzi di carne, esordio della scrittrice britannica Colwill Brown, pubblicato in Italia da Sellerio Editore nella traduzione di Benedetta Dazzi, sceglie una strada completamente diversa: racconta l'adolescenza come un territorio di sopravvivenza, dove l'amicizia è l'unica vera ancora in mezzo alla violenza, alla povertà emotiva e alla 

disillusione.

 

L'ambientazione è Doncaster, nello Yorkshire del Sud, una città segnata dalla chiusura delle miniere e dalle ferite lasciate dalle politiche degli anni di Margaret Thatcher. Non è solo uno sfondo: è un personaggio vivo, sporco, rumoroso, che determina il destino dei suoi abitanti. È la periferia dell'Inghilterra, ma potrebbe essere qualsiasi luogo dimenticato dove crescere significa imparare presto che il futuro non è garantito.

 

Al centro della storia ci sono Kel, Rach e Shaz. Rubano nei supermercati, bevono vodka quando sono poco più che bambine, fumano, fanno sesso troppo presto, prendono treni senza biglietto, sfidano continuamente il limite. Non per ribellione estetica, ma perché quella sembra l'unica maniera possibile di esistere. Brown evita ogni moralismo: non giudica mai le sue protagoniste, le osserva con uno sguardo insieme feroce e pieno di compassione.

 

Il romanzo procede alternando le voci delle tre ragazze e diversi piani temporali. I continui salti tra adolescenza ed età adulta costruiscono lentamente un mistero che resta nascosto per gran parte della narrazione. C'è un trauma che ha cambiato tutto, un segreto che emerge poco alla volta senza mai trasformarsi in un semplice espediente narrativo. È il modo in cui Brown mostra come il dolore continui a vivere sotto la pelle anche molti anni dopo.

 

La forza del libro, però, non sta tanto nella trama quanto nella lingua. La prosa è nervosa, musicale, quasi orale. È fatta di dialoghi taglienti, immagini improvvise, frasi che sembrano correre senza prendere fiato e poi, all'improvviso, rallentano per lasciare spazio alla vulnerabilità dei personaggi. La traduzione di Benedetta Dazzi riesce nell'impresa non semplice di restituire il dialetto dello Yorkshire senza addomesticarlo, conservandone la ruvidità e l'energia.

 

I paragoni con Trainspotting sono inevitabili e, in parte, meritati: ci sono la stessa lingua abrasiva, la stessa marginalità sociale, lo stesso rifiuto di ogni estetizzazione della povertà. Ma Noi bei pezzi di carne ha una voce profondamente autonoma perché sposta completamente il punto di vista. Qui il centro del racconto non è la dipendenza o l'autodistruzione maschile, bensì l'amicizia femminile come forma di resistenza.

 

Anche il richiamo ai romanzi di Elena Ferrante non è casuale. Come nell'amicizia tra Lenù e Lila, anche qui il legame tra le protagoniste è fatto di affetto, rivalità, dipendenza, tradimenti e protezione reciproca. Ma Brown rinuncia a qualsiasi eleganza narrativa: il suo mondo è più sporco, più brutale, meno disposto a concedere consolazioni.

 

Colpisce soprattutto la rappresentazione degli adulti. Genitori, insegnanti, istituzioni appaiono quasi sempre incapaci di vedere davvero le ragazze. Non sono necessariamente cattivi: sono assenti, distratti, schiacciati dalle proprie fragilità. Così Kel, Shaz e Rach crescono da sole, imparando tutto tra errori, ferite e piccoli gesti di sopravvivenza.

 

Il romanzo affronta temi duri — abuso, violenza, dipendenze, sessualità, disagio sociale, identità — senza mai cercare l'effetto scandalistico. Ogni episodio è inserito dentro un contesto sociale preciso: quello di una generazione cresciuta nell'Inghilterra post-industriale, quando il sogno di mobilità sociale sembrava ormai infranto e la precarietà diventava la normalità.

 

Con le sue oltre quattrocento pagine, Noi bei pezzi di carne è un libro impegnativo, ma raramente ridondante. Alcuni passaggi risultano volutamente ripetitivi, quasi ossessivi, perché riproducono il ritmo della memoria e delle relazioni tossiche. È una scelta stilistica che può dividere, ma contribuisce a dare autenticità alla narrazione.

 

Per un romanzo d'esordio, la maturità è sorprendente. Colwill Brown dimostra una notevole capacità di costruire personaggi complessi e memorabili, evitando stereotipi e sentimentalismi. Alla fine del libro resta la sensazione di aver conosciuto davvero Kel, Rach e Shaz, come se fossero persone incontrate per caso e poi mai dimenticate.

 

Il giudizio finale è molto positivo. Noi bei pezzi di carne è uno degli esordi più convincenti della narrativa britannica recente: intenso, doloroso, ironico quando serve, capace di raccontare l'adolescenza senza trasformarla in mito. È un romanzo sull'amicizia come rifugio e condanna, sulla classe sociale come destino, ma soprattutto sulla possibilità di sopravvivere quando tutto sembra spingerti verso il fallimento.

 

Un libro che lascia addosso lividi, ma anche la rara sensazione di aver letto qualcosa di autentico.

 



Tra le righe | 2026-07-01 11:05:00
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