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13/07/2026 06:00:00

Trapani, “Lot C”: quando un giro in auto diventa arte e racconto dell’accessibilità

Può un semplice giro in auto diventare un'opera d'arte? A prima vista no. Eppure è proprio da questa domanda che prende forma Lot C, la mostra degli artisti statunitensi Jason Hirata e Park McArthur, inaugurata negli spazi di INCURVA, nel centro storico di Trapani, e visitabile fino all'8 novembre.

 

La risposta arriva già all’ingresso: l’arte, quando riesce davvero a dialogare con la realtà, non ha bisogno di effetti speciali. Le basta osservare la quotidianità.

Il progetto nasce da un gesto comune ai trapanesi, il giro al Lazzaretto. Un’abitudine che gli artisti trasformano in Circle: un pulmino accompagna i visitatori lungo quel percorso, facendo di uno spostamento ordinario un’esperienza condivisa. Ma proprio durante la realizzazione dell’opera emerge un dato che cambia completamente il punto di vista: per oltre venti giorni gli organizzatori cercano invano un veicolo realmente accessibile alle persone con disabilità. Una ricerca sorprendentemente difficile, risolta solo grazie alla disponibilità di una realtà del territorio.

 

Ed è qui che l’opera smette di essere solo arte e diventa racconto della realtà.

Per chi non vive una condizione di disabilità, uscire di casa o raggiungere il mare è un gesto automatico. Per altri, ogni spostamento può trasformarsi in un percorso a ostacoli, fatto di servizi che mancano, mezzi non disponibili e barriere invisibili a chi non le incontra ogni giorno. Circle rende visibile proprio questa distanza, senza retorica e senza alzare la voce.

 

L’intera mostra segue la stessa direzione. Jason Hirata costruisce Bubblegum utilizzando materiali recuperati nel magazzino di INCURVA: cartoni, nastri, elastici e forniture normalmente destinate a restare dietro le quinte diventano protagonisti, raccontando tutto ciò che sostiene una mostra ma che il pubblico difficilmente vede.

Park McArthur, artista da anni impegnata sui temi dell’accessibilità, porta invece a Trapani fotografie e installazioni che trasformano strumenti quotidiani in immagini di cura. La rampa artigianale di Kilometer Ramp e la fotografia How to get a wheelchair over sand, che mostra semplici assi di legno utilizzate per attraversare la spiaggia con una carrozzina, ricordano come un gesto minimo possa cambiare completamente l’esperienza di una persona.

 

Il cuore emotivo del percorso è forse l’installazione sonora. Una voce accompagna il visitatore in una giornata immaginaria al mare, fatta di soste, vento, risate e silenzi. Un racconto delicato di amicizia, fatica, corpi che si muovono con tempi diversi e paure condivise. Le parole evocano immagini che restano addosso: «i disegni creati dal nostro essere intrappolati» raccontano le tracce lasciate sulla sabbia da chi procede con fatica ma continua ad avanzare insieme agli altri; «i gabbiani piangono e noi con loro» trasformano un suono familiare in una metafora della vulnerabilità condivisa.

 

La narrazione procede con un ritmo sospeso. Non c’è pietismo né denuncia urlata. C’è piuttosto una lettera d’amore contro l’isolamento, come gli stessi autori definiscono il testo che accompagna la mostra. Un invito a rallentare, ad ascoltare e a guardare ciò che normalmente sfugge.

In questo senso Lot C non parla soltanto di disabilità. Parla di tutti. Perché l’accessibilità non riguarda una minoranza, ma il modo in cui una comunità sceglie di prendersi cura delle persone che la abitano. Una rampa, un mezzo accessibile o un percorso senza ostacoli non sono concessioni: sono strumenti che permettono a ciascuno di vivere gli stessi luoghi con la stessa libertà.

 

Per capire meglio come nasce questo progetto e quale messaggio vuole lasciare ai visitatori, abbiamo incontrato Giulio D’Alì, presidente di INCURVA. Ne è nata una conversazione sul ruolo dell’arte contemporanea, sul rapporto con il territorio e su una mostra che invita a guardare ciò che, troppo spesso, resta invisibile.

 

 Lot C è la prima mostra che riunisce Jason Hirata e Park McArthur dopo anni di collaborazione. Qual è stata l'idea da cui è nato questo progetto e perché avete scelto di realizzarlo proprio a Trapani?
«L'idea nasce dal lavoro di ricerca di Saim Demircan, il nostro direttore artistico, che segue da anni il lavoro di Jason Hirata e Park McArthur. C'è anche un'altra storia dietro questa mostra: Yvo Cho, artista che abbiamo ospitato nel 2025, avrebbe voluto organizzare una mostra di Hirata e McArthur nel suo spazio a Colonia. Gli artisti però non hanno accettato, perché lavorano solo con spazi accessibili alle persone con disabilità.
Perché a Trapani? INCURVA è nata qui dieci anni fa proprio per portare nella città natale di uno dei suoi fondatori sguardi e opere d'avanguardia, e per condividerli con chi vive qui. Ma il percorso non si ferma dentro i confini della provincia: spesso le immagini e le opere prodotte a Trapani viaggiano anche attraverso le persone che vivono lontano da qui, portando con sé uno sguardo su questo territorio che arriva ben oltre la Sicilia.
Inoltre Trapani sta vivendo una fase delicata, con il rischio concreto di essere risucchiata in una turistificazione veloce e un po' superficiale. Per questo crediamo sia importante sostenere iniziative culturali che offrano un'alternativa: non solo consumo, ma anche pensiero. Gli artisti che scegliamo di portare qui hanno spesso posizioni radicali, non sempre di immediata comprensione. Ma è proprio questo il compito dell'arte che proponiamo: chiedere attenzione, invitare all'ascolto, alla pausa, a farsi domande.»
  L'opera Circle parte da un gesto quotidiano, il giro al Lazzaretto, ma durante la sua realizzazione avete scoperto quanto fosse difficile trovare un'auto accessibile. In che modo questa esperienza ha influenzato il significato dell'opera e, più in generale, della mostra?
«Circle nasce da un gesto semplice, un giro al Lazzaretto, ma organizzare quel giro ci ha messo davanti a un problema concreto: trovare un'auto accessibile a Trapani è tutt'altro che scontato. Abbiamo impiegato oltre 20 giorni a trovare un servizio adeguato con rampa. Solo qualche giorno fa abbiamo conosciuto i signori di KIA Automondo, a Paceco, e Social Rent: gli unici servizi disponibili che siamo riusciti a individuare sul territorio. L’esperienza di quest’unica opera ci fa comprendere quanto, per le persone con disabilità, spostamenti che per i più fortunati sono semplici possono invece diventare difficili. Persino trovare un mezzo per fare una breve passeggiata può rivelarsi complicato. I mezzi accessibili sono spesso legati ad associazioni o a situazioni di emergenza sociale; invece, dovrebbero essere normalmente disponibili per tutti. Ce lo auguriamo.»
 Molte opere esposte parlano di cura, accessibilità e di ciò che normalmente rimane invisibile. Cosa vorreste che il visitatore comprendesse o si portasse via dopo aver visto la mostra?
«Vorremmo che chi visita la mostra si fermi a pensare a tutto il lavoro, spesso silenzioso, che rende possibile la vita di tante persone: chi assiste, chi accompagna, chi rende un luogo accessibile. Sono gesti che normalmente non notiamo, ma che meritano attenzione e rispetto. Vorremmo anche lasciare spazio a un sentimento di gratitudine verso chi si prende cura, spesso senza essere visto.»
  Sia Bubblegum di Jason Hirata sia le opere di Park McArthur sembrano trasformare oggetti e gesti ordinari in opere d'arte. Quanto è importante, per entrambi gli artisti, partire dalla quotidianità per affrontare temi più ampi?
«Per Hirata e McArthur cura e accessibilità non sono temi da raccontare dall'esterno, sono la loro vita quotidiana. Quello che per loro è normalità, per noi diventa qualcosa di eccezionale, perché ci costringe a porci un problema che di solito non ci sfiora nemmeno. Il lavoro di McArthur, ad esempio, ha spesso reso visibile proprio questo: la rete di persone che ogni giorno la aiutano a muoversi, a entrare in un luogo, a vivere. È un modo per ricordarci che nessuno è davvero autonomo fino in fondo, che tutti, prima o poi, dipendiamo da qualcuno. La nostra società tende a nascondere questa dipendenza, quasi fosse una debolezza, mentre per questi artisti diventa il punto di partenza per fare arte. Ed è proprio questo il valore del loro lavoro: partendo da un gesto o un oggetto della loro quotidianità, riescono a far emergere qualcosa che per la maggior parte di noi resta invisibile.»
 Se dovesse invitare i lettori a visitare Lot C con una sola frase, quale sarebbe?
«Una mostra gratuita che vi farà sentire in debito con qualcuno — e, se siete fortunati, anche un po' 
 

 

Fondata nel 2016 e oggi punto di riferimento per l’arte contemporanea a Trapani, INCURVA continua così il proprio percorso con una mostra che non chiede solo di essere osservata, ma vissuta.

Alla fine, la domanda iniziale trova una risposta: sì, anche un semplice giro in auto può diventare un’opera d’arte. Quando riesce a cambiare il modo in cui guardiamo il mondo — e chi lo attraversa ogni giorno.

 

Beatrice Progni