Khamenei, funerali e tensioni: l’Iran tra vendetta e conflitto
Il 9 luglio, dopo 6 giorni e la partecipazione di centinaia di milioni di persone, sono terminati i funerali di Ali Khamenei, guida suprema dell'Iran, con la tumulazione nella sua città natale, Mashhad, nell’est del Paese.
La salma, al terminal dell’aeroporto, è stata accolta da centosessantotto zaini colorati, ciascuno con la foto di un bambino morto nella scuola elementare di Minab, ucciso il 28 febbraio in uno dei primi raid israelo-americani, la strage più grande della guerra.
Il corteo che accompagna la bara di Ali Khamenei entra in uno spazio dell'assenza, e il “padre” della Repubblica islamica saluta per l’ultima volta i propri “figli” martirizzati.
Era assente l'āyatollāh sayyid Mojtabā Ḥoseynī Khāmeneī, erede familiare – trattandosi del figlio – e teologico di Ali, alimentando i dubbi sulla sua sopravvivenza ai bombardamenti.
Dopo quasi 5 mesi dall'inizio del conflitto, paradossalmente, il cambio di regime è avvenuto perché, nella sostanza, il controllo politico, economico e militare è saldamente nelle mani dei Pasdaran, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica.
Indipendentemente dalla sorte di Mojtaba, un suo messaggio – o chi per lui – minaccia “vendetta” contro gli assassini del padre, che sono stati inseriti in una blacklist pubblicata online dal quotidiano iraniano di Teheran Hamshari.
In cima ci sono Trump e Netanyahu, con un mirino rosso sulla fronte; poi il segretario di Stato Rubio, il capo del Pentagono Hegseth, il comandante del Centcom Cooper, l'ambasciatore Usa in Israele Huckabee; seguiti dal ministro israeliano della Difesa Katz, dal ministro degli Esteri Sa'ar e dal capo di stato maggiore delle IDF Zamir; tra loro anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni; a chiudere Merz, Macron e Starmer.
Nel frattempo, nello stretto di Hormuz si continua a combattere dopo che i Pasdaran hanno colpito “un’imbarcazione che aveva messo a rischio la sicurezza marittima spegnendo i propri sistemi”; la risposta degli Usa non si è fatta attendere.
La replica iraniana è stata il lancio di missili su Emirati, Bahrein, Qatar e Oman. L'ambasciatore di Teheran all'Onu ha chiarito che, se Washington continuerà ad attaccare, Teheran non si considererà più vincolata all'Accordo di Islamabad.
I venti di guerra, nuovamente, si sono innalzati.
Vittorio Alfieri
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