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20/07/2026 06:00:00

Quando l'antimafia diventa liturgia del potere

C'è un'immagine che racconta bene l'evoluzione della memoria antimafia in Sicilia. È quella delle reliquie di padre Pino Puglisi. Dopo averlo ucciso con un colpo di pistola alla nuca, Cosa nostra lo ha consegnato alla storia. Poi è arrivata la beatificazione e, con essa, le reliquie: un frammento di dito, piccoli pezzi del suo corpo custoditi, venerati, trasportati da una chiesa all'altra. È la tradizione cattolica, nulla di nuovo.

 

Più recente è invece il fatto che anche l'antimafia sembri aver adottato gli stessi codici. Non bastano più il ricordo, lo studio, l'esempio. Servono oggetti da esporre, teche da inaugurare, luoghi da consacrare. La memoria diventa sempre più una liturgia.

 

Giovanni Falcone, però, poneva un problema. Di lui non è rimasto praticamente nulla. La strage di Capaci del 23 maggio 1992 ha cancellato anche la possibilità di una reliquia. Nessun frammento del corpo da venerare. E allora si è scelto ciò che resta: la Fiat Croma bianca blindata sulla quale viaggiavano Falcone, Francesca Morvillo e gli uomini della scorta. La lamiera contorta prende il posto delle ossa. La teca sostituisce il reliquiario.

 

Così,  Palermo ha accolto il ritorno della Croma nel Museo del Presente della Fondazione Falcone. Alla cerimonia c'erano la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, i ministri Matteo Piantedosi e Carlo Nordio, le autorità, le telecamere. Tutto secondo il rituale.

 

 

L'eretico della liturgia

 

Ogni rito, però, ha sempre qualcuno che decide di restarne fuori.

Nel caso della Croma è Giuseppe Costanza, l'autista di Giovanni Falcone. L'uomo che quella macchina la guidava. Uno dei pochissimi sopravvissuti alla strage.

«In quella Croma c'è anche il mio sangue», ha ricordato in un'intervista a Repubblica. Eppure ha scelto di non partecipare all'inaugurazione. L'invito gli era arrivato. La risposta è stata un no.

«Non mi piace la spettacolarizzazione dell'antimafia.»

Parole che pesano, perché arrivano da chi avrebbe tutte le ragioni per sedere in prima fila e invece preferisce restarne lontano.

Costanza racconta di avere chiesto anni fa di utilizzare quella stessa Croma per un progetto itinerante di educazione alla legalità destinato agli studenti. Gli dissero che non era possibile. Oggi, invece, la vettura diventa il centro di una grande cerimonia istituzionale.

La sua non è una polemica sull'auto. È una riflessione sul modo in cui la memoria viene amministrata. Il 23 maggio scorso ha preferito ricordare Falcone in una scuola di Parma, insieme ai ragazzi, piuttosto che partecipare alle celebrazioni ufficiali di Palermo. «La vera antimafia passa dall'esempio che ognuno di noi dà ogni giorno», dice.

È una distinzione importante. Da una parte la memoria come ricerca, educazione, testimonianza. Dall'altra la memoria come rappresentazione.

Chi custodisce la memoria

Dietro questa trasformazione c'è una regia precisa. Da oltre trent'anni la memoria pubblica di Giovanni Falcone passa soprattutto attraverso la Fondazione Falcone e la figura di Maria Falcone.

Nessuno può negare il ruolo fondamentale svolto dalla Fondazione nel tenere viva la figura del magistrato, coinvolgendo scuole, istituzioni e migliaia di giovani. Ma proprio perché la memoria è anche potere, il modo in cui viene costruita e amministrata non è mai neutrale.

Il giornalista e scrittore Gery Palazzotto lo ha scritto con chiarezza: «Non sono mai stato diffidente nei confronti dei simbolismi, a patto che ci tramandino significati che stanno nelle loro origini e non siano oggetto di spettacolarizzazione. La memoria gode del perdurare dei significati originari, ma soffre per gli effettismi».

Il problema, dunque, non è la Croma. Come non lo erano la borsa di Paolo Borsellino o il computer portatile di Giovanni Falcone, che lo stesso Palazzotto, insieme a Salvo Palazzolo, portò anni fa sul palco del Teatro Massimo come strumenti di un racconto che poneva domande ancora aperte sulle stragi.

Il problema nasce quando il simbolo smette di accompagnare una ricerca e diventa esso stesso il messaggio.

Secondo Palazzotto, la Croma esposta al Museo del Presente diventa «un totem della memoria» all'interno di un sistema che della memoria ha fatto il proprio centro di gravità. E negli anni quella gestione ha prodotto anche divisioni profonde: Alfredo Morvillo, i figli di Paolo Borsellino, lo stesso Giuseppe Costanza hanno preso progressivamente le distanze da una commemorazione percepita sempre meno come patrimonio condiviso.

La liturgia del potere

Ma forse il punto è ancora un altro.

L'antimafia non diventa soltanto liturgia. Diventa liturgia del potere.

Le reliquie non servono più soltanto a ricordare chi è morto. Finiscono, inevitabilmente, per consacrare chi è vivo. Ogni inaugurazione, ogni commemorazione, ogni fotografia davanti ai simboli delle stragi diventa anche un rito di legittimazione dell'autorità.

Il potere politico si accosta ai martiri, ne assorbe il prestigio morale, si riveste della loro memoria. È un meccanismo antico: il sovrano che entra nel santuario non soltanto per pregare, ma per ricevere un'investitura.

La memoria, da patrimonio collettivo, rischia così di trasformarsi in una risorsa politica. Non basta ricordare Falcone e Borsellino: bisogna essere presenti mentre li si ricorda.

L'apparizione di Giorgia Meloni

Ed è qui che la presenza di Giorgia Meloni assume un significato che va oltre la cerimonia.

La presidente del Consiglio è arrivata a Palermo, ha inaugurato la teca con la Croma e ha rispettato il copione istituzionale. Ma, sul piano politico, non ha lasciato alcun segnale.

Eppure, nel centrodestra siciliano, tutti aspettavano proprio quello.

Renato Schifani, intervistato da Sky Tg24, lo ha detto con grande prudenza. Vorrebbe completare il lavoro iniziato: i termovalorizzatori, le Terme di Sciacca, il polo pediatrico, i grandi progetti avviati. Ma ha anche riconosciuto che un secondo mandato non dipende da lui. «Sono espressione di una coalizione», ha ricordato.

Tradotto: la ricandidatura non arriverà senza il via libera di Roma.

Da mesi, infatti, attorno al presidente della Regione si rincorrono indiscrezioni. Da una parte la volontà di ottenere il bis nel 2027. Dall'altra l'ipotesi che possa essere accompagnato verso un prestigioso incarico nazionale, magari al Consiglio di Stato o al Consiglio superiore della magistratura, lasciando spazio a un altro candidato.

Schifani aspetta un segnale.

Meloni, però, continua a non darlo.

È venuta a Palermo, ha reso omaggio alla memoria di Falcone, ha inaugurato la nuova reliquia dell'antimafia e se n'è andata senza spendere una parola sul futuro del centrodestra siciliano.

Ed è forse questa l'ultima trasformazione della religione civile dell'antimafia. Le reliquie servono ai fedeli. Ma ogni religione, prima o poi, finisce per avere anche le sue apparizioni.

Mentre tutti guardavano la Croma custodita dietro il vetro, più di uno, nella politica siciliana, guardava un'altra figura. Non il magistrato morto, ma la leader viva. Aspettando da lei un'investitura.

Perché il rischio, alla fine, è proprio questo: che la memoria, nata per impedire che i morti vengano usati, finisca invece per diventare il luogo dove i vivi cercano legittimazione. E che, ancora una volta, sui cadaveri si costruisca un altro pezzo di potere.