Il caso Roggero, la grazia e la propaganda: perché questa vicenda riguarda tutti noi
La vicenda del gioielliere Mario Roggero è una tragedia umana. Ma trasformarla nel manifesto della "giustizia fai da te" significa colpire uno dei principi fondamentali dello Stato di diritto. Dietro la campagna per la grazia si nasconde un'operazione politica che rischia di indebolire la fiducia nelle istituzioni e nella giustizia.
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Due rapinatori morti. Un commerciante la cui vita è stata stravolta. Famiglie distrutte da entrambe le parti. Nessuno dovrebbe festeggiare una condanna al carcere. Privare una persona della libertà è sempre una sconfitta per una società civile.
Ma una cosa è la solidarietà verso chi ha vissuto un dramma, altra cosa è alterare i fatti, mettere in discussione una sentenza definitiva senza leggere le carte, insinuare che lo Stato sbagli quando applica la legge e arrivare perfino a chiedere una grazia come se fosse un premio politico.
Perché il caso Roggero non riguarda soltanto un processo. Riguarda l'idea stessa di Stato.
Il punto fondamentale: in Italia la forza appartiene allo Stato
Ogni democrazia moderna si fonda su un principio semplicissimo: lo Stato detiene il monopolio dell'uso legittimo della forza.
Non è un dettaglio tecnico.
È ciò che distingue uno Stato di diritto dal Far West.
Se ogni cittadino potesse decidere autonomamente quando uccidere chi gli ha fatto un torto, non esisterebbero più tribunali, giudici, processi, pene proporzionate. Esisterebbe soltanto la vendetta.
La giustizia privata non è comprensibile sul piano umano, ma resta illegittima sul piano giuridico.
Ed è proprio questo che una parte della politica sta cercando di confondere.
Roggero non è stato condannato per essersi difeso
Questo è il primo equivoco che viene alimentato.
Mario Roggero non è stato condannato perché ha reagito a una rapina.
È stato condannato perché, secondo tre gradi di giudizio, ha continuato a sparare quando il pericolo era già finito.
I giudici hanno accertato che:
i rapinatori erano già usciti dal negozio;
stavano fuggendo;
Roggero li ha inseguiti all'esterno;
ha esploso diversi colpi verso uomini in fuga;
non esisteva più un pericolo attuale per la sua vita né per quella della moglie.
Questo è il cuore della sentenza.
Non un'opinione.
Un accertamento giudiziario fondato su immagini, consulenze balistiche, testimonianze e ricostruzioni tecniche.
Anche la legge voluta dalla destra porta alla stessa conclusione
C'è un altro elemento che raramente viene ricordato.
Nel 2019 il governo Conte I approvò la riforma della legittima difesa fortemente voluta dalla Lega.
Quella legge ampliava le tutele per chi reagisce a un'aggressione, introducendo anche il concetto di "grave turbamento".
Eppure proprio applicando quella normativa i giudici hanno escluso la legittima difesa.
Perché?
Perché il grave turbamento può operare soltanto mentre il pericolo è ancora attuale.
Non quando l'aggressore sta già fuggendo.
Le telecamere hanno inoltre documentato un comportamento incompatibile con una reazione istintiva di difesa: uno dei rapinatori, ormai ferito e a terra, venne colpito anche con calci.
Per i giudici quella non era più difesa.
Era una condotta punitiva.
Anche le prime versioni di Roggero sono state smentite
Nel corso delle indagini sono emerse diverse incongruenze.
Roggero aveva raccontato di avere iniziato a sparare dall'interno del negozio.
Aveva sostenuto che i rapinatori potessero rapire la moglie.
Aveva riferito che uno di loro gli avesse puntato contro un'arma.
Le immagini delle telecamere hanno smentito queste ricostruzioni.
Anche questo ha pesato nella valutazione della sua responsabilità.
Nemmeno il porto d'armi copriva quella condotta
Esiste poi un ulteriore aspetto poco ricordato.
Roggero disponeva della licenza per detenere l'arma all'interno dell'attività commerciale.
Non di un porto d'armi per usarla all'esterno.
Quando uscì in strada inseguendo i rapinatori, la situazione giuridica cambiò completamente.
La pena non è affatto "esemplare"
Molti parlano di condanna durissima.
In realtà i giudici hanno riconosciuto tutte le attenuanti possibili.
La pena definitiva è stata di 14 anni e 9 mesi, molto inferiore rispetto al massimo previsto per l'omicidio volontario.
Inoltre Roggero ha superato i settant'anni.
Questo significa che, ricorrendone le condizioni previste dalla legge, potrà chiedere misure alternative alla detenzione dopo un periodo limitato di carcere.
Anche questo viene quasi sempre omesso nel racconto pubblico.
La grazia è uno strumento eccezionale, non una rivincita politica
In queste ore politici della maggioranza hanno lanciato raccolte firme e campagne per chiedere la grazia.
Ma sanno perfettamente quanto sia difficile ottenerla.
La grazia non serve a correggere sentenze considerate impopolari.
Serve a intervenire, in casi eccezionali, quando esistono particolari ragioni umanitarie o di equità.
Normalmente viene valutata anche sulla base del ravvedimento del condannato, dell'assunzione di responsabilità e del percorso compiuto dopo il reato.
Non basta dire che una sentenza non piace.
Inoltre la grazia è una prerogativa costituzionale del Presidente della Repubblica.
Non del governo.
Proprio per questo il Quirinale ha ricordato che il procedimento non può trasformarsi in uno strumento di pressione politica.
Candidarlo? È giuridicamente impossibile
Un altro slogan lanciato in questi giorni riguarda una possibile candidatura politica di Roggero.
Anche questa è una proposta che difficilmente supera il livello della propaganda.
La condanna definitiva comporta infatti:
l'interdizione perpetua dai pubblici uffici prevista dall'articolo 29 del Codice penale;
l'applicazione della legge Severino, che rende incandidabili i condannati in via definitiva per delitti non colposi con pene superiori ai limiti previsti.
Anche un'eventuale grazia inciderebbe, di norma, sulla pena detentiva e non automaticamente sulle pene accessorie.
Il vero problema non è Roggero
La questione della sicurezza esiste.
I commercianti subiscono rapine.
Molti cittadini si sentono soli.
Lo Stato deve garantire maggiore protezione.
Ma la risposta non può essere l'idea che ciascuno possa decidere quando sparare.
Perché il giorno in cui passa questo principio nessuno sarà più davvero al sicuro.
Oggi potrebbe riguardare un rapinatore.
Domani un ladro.
Dopodomani qualcuno scambiato per un aggressore.
Lo Stato di diritto serve proprio a impedire che la paura diventi criterio di giustizia.
Una propaganda che mina il patto democratico
Il punto più preoccupante della vicenda è un altro.
Anziché discutere di come migliorare sicurezza, prevenzione e capacità investigativa, una parte della politica preferisce trasformare ogni fatto di cronaca in una battaglia identitaria.
Si delegittimano i giudici.
Si alimenta l'idea che la legge sia un ostacolo.
Si suggerisce che la giustizia privata sia moralmente accettabile.
È un messaggio pericoloso.
Perché uno Stato democratico può sopravvivere anche a sentenze contestate.
Molto più difficilmente sopravvive quando i cittadini smettono di riconoscere allo Stato il diritto esclusivo di amministrare la giustizia.
La vicenda Roggero merita rispetto, umanità e comprensione.
Non merita di essere usata come un manifesto politico.
Difendere lo Stato di diritto non significa essere contro Roggero.
Significa ricordare che la legge deve valere per tutti, anche quando il caso scuote le coscienze e divide l'opinione pubblica.
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