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22/07/2026 06:00:00

Tranchida e la parola "fallito"

Non è una singola parola a determinare la diffamazione, ma il contesto in cui viene pronunciata. È il principio che emerge dalle motivazioni con cui la Corte di Cassazione ha assolto definitivamente il sindaco di Trapani, Giacomo Tranchida, annullando senza rinvio le condanne emesse nei primi due gradi di giudizio. Per i giudici della Suprema Corte, definire Riccardo Agliano un "imprenditore fallito" non ha assunto, nel caso concreto, una valenza penalmente rilevante, poiché l'espressione è stata pronunciata nell'ambito dell'esercizio del diritto di critica e non come un'offesa gratuita alla persona.

 

La parola da sola non basta

Le motivazioni depositate dalla Cassazione segnano un punto fermo nell'interpretazione del reato di diffamazione. La Corte chiarisce che un'espressione potenzialmente offensiva non può essere valutata isolatamente, ma deve essere letta alla luce del contesto nel quale viene pronunciata, del significato che assume nella discussione e della finalità perseguita da chi la utilizza.
In altre parole, il termine "fallito" non costituisce automaticamente un insulto o una diffamazione. Per stabilire se sia stato leso il diritto alla reputazione occorre verificare se quelle parole siano state utilizzate come mera aggressione personale oppure come espressione di un giudizio critico legato ai fatti oggetto del dibattito.
È proprio questa valutazione complessiva che, secondo la Suprema Corte, è mancata nelle precedenti sentenze.

 

Il diritto di critica può essere anche severo

Uno dei passaggi più significativi delle motivazioni riguarda il diritto di critica, che la Cassazione richiama come espressione della libertà di manifestazione del pensiero garantita dall'articolo 21 della Costituzione.
Secondo i giudici, la critica non deve necessariamente essere misurata o accomodante. Può ricorrere a toni aspri, forti e persino sferzanti, purché rimanga collegata al tema della discussione e non degeneri in un'aggressione personale fine a sé stessa.
Il limite viene superato solo quando le espressioni utilizzate mirano esclusivamente a denigrare la persona, esponendola al pubblico disprezzo senza alcun collegamento con il confronto in corso.

 

Perché Tranchida è stato assolto

Applicando questi principi al caso concreto, la Cassazione conclude che le dichiarazioni rese da Giacomo Tranchida durante la conferenza stampa non integrano il reato di diffamazione.
Le parole contestate, osservano i giudici, furono pronunciate mentre il sindaco replicava pubblicamente alle accuse rivolte all'amministrazione comunale nell'ambito di una vicenda che aveva assunto rilevanza pubblica.
In quel contesto, l'espressione "imprenditore fallito" non viene interpretata come l'attribuzione di un fallimento dichiarato da un tribunale, bensì come un giudizio critico sull'affidabilità dell'interlocutore e sulla credibilità delle accuse che aveva mosso nei confronti dell'amministrazione.
Per la Suprema Corte, dunque, quelle parole erano funzionali alla posizione che Tranchida stava sostenendo nel dibattito pubblico e non rappresentavano un attacco personale sganciato dal contesto.

 

Il ribaltamento delle sentenze di merito

Le motivazioni prendono nettamente le distanze dall'impostazione seguita dal Tribunale di Trapani e successivamente confermata dalla Corte d'Appello di Palermo.
Secondo la Cassazione, i giudici di merito hanno attribuito alla parola "fallito" un significato esclusivamente denigratorio, senza considerare adeguatamente il quadro complessivo nel quale era stata pronunciata.

L'errore, secondo la Suprema Corte, è stato proprio quello di isolare il termine dal contesto della conferenza stampa e dal confronto istituzionale in cui si inseriva, trascurando che la dichiarazione rappresentava la risposta politica alle accuse rivolte all'amministrazione.
Per questo motivo viene escluso che l'espressione abbia provocato una lesione della reputazione tale da integrare il reato di diffamazione.

 

Otto anni di processo, poi l'assoluzione definitiva

La vicenda trae origine dalle dichiarazioni rese da Tranchida nel corso di una conferenza stampa convocata nel febbraio 2019 dopo le indagini che avevano interessato il Comune di Erice.
Per quelle affermazioni il sindaco era stato condannato nel 2023 dal Tribunale di Trapani al pagamento di una multa di 1.500 euro e al risarcimento di 3.000 euro in favore di Riccardo Agliano. La decisione era stata confermata dalla Corte d'Appello di Palermo nell'ottobre del 2025.
La Cassazione ha invece annullato senza rinvio entrambe le sentenze, stabilendo che "il fatto non costituisce reato" e revocando anche le statuizioni civili.

 

Un principio destinato a fare riferimento

Al di là dell'esito del processo che ha coinvolto il sindaco di Trapani, le motivazioni della Suprema Corte ribadiscono un principio di carattere generale: nella valutazione di un'ipotetica diffamazione non basta soffermarsi sulle singole parole utilizzate.
Occorre esaminare il contesto, la finalità della dichiarazione e il significato che quelle espressioni assumono nel confronto pubblico.
È sulla base di questo criterio che la Cassazione ha ritenuto le frasi pronunciate da Giacomo Tranchida riconducibili all'esercizio del diritto di critica, escludendo che avessero oltrepassato il confine della rilevanza penale e chiudendo definitivamente una vicenda giudiziaria durata oltre otto anni.

 

Beatrice Progni



Diritti | 2026-07-22 06:00:00
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Tranchida e la parola "fallito"

Non è una singola parola a determinare la diffamazione, ma il contesto in cui viene pronunciata. È il principio che emerge dalle motivazioni con cui la Corte di Cassazione ha assolto definitivamente il sindaco di Trapani, Giacomo...