Sotto il Mar Ionio, davanti alla costa di Catania, non ci sono soltanto pesci, canyon e silenzio. A oltre 1.500 metri di profondità si estende una grande frattura della crosta terrestre, lunga circa 80 chilometri e potenzialmente capace di generare terremoti di magnitudo compresa tra 6 e 6,3.
Si chiama Faglia Nord Alfeo ed è una struttura geologica ancora attiva.
La faglia, naturalmente, non è comparsa all’improvviso. Era già conosciuta dagli studiosi. La vera novità è che un gruppo internazionale di ricercatori è riuscito a osservarla e ricostruirla con una precisione mai raggiunta prima, realizzando una sorta di radiografia tridimensionale del fondale marino.
Una scoperta importante per comprendere meglio la geologia della Sicilia orientale. Ma anche per aggiornare gli studi sulla pericolosità sismica di una delle aree più delicate del Mediterraneo.
La faglia davanti alla costa di Catania
Lo studio è stato pubblicato sulla rivista scientifica internazionale Tectonics ed è stato condotto da ricercatori francesi e italiani, tra i quali il professore Giovanni Barreca del dipartimento di Scienze biologiche, geologiche e ambientali dell’Università di Catania.
La Nord Alfeo è inserita in un sistema di faglie che si sviluppa per circa 140 chilometri nel Mar Ionio, dal versante sudorientale dell’Etna verso il margine occidentale dell’arco calabro. L’Università di Catania indica per la struttura settentrionale una lunghezza di circa 80 chilometri.
Gli scienziati hanno studiato in particolare un tratto di circa 15 chilometri, situato a profondità marine comprese tra 1.600 e 2.300 metri.
Per farlo sono stati utilizzati il robot sottomarino Victor 6000, un veicolo controllato dalla superficie, e il mezzo autonomo IdefX. Gli strumenti hanno navigato a poche decine di metri dal fondale, raccogliendo immagini e dati con una risoluzione vicina al metro.
Una “San Andreas” nel Mar Ionio
La Nord Alfeo è una faglia trascorrente destra. Significa che i due blocchi di crosta terrestre posti ai suoi lati si spostano prevalentemente in senso orizzontale, scorrendo uno accanto all’altro.
Il meccanismo è simile, anche se su scala e in un contesto geologico diversi, a quello della celebre Faglia di San Andreas, in California.
Sul fondale gli studiosi hanno individuato scarpate, depressioni, fratture secondarie e rilievi prodotti dai movimenti della crosta. Tra le strutture più evidenti c’è una piattaforma rialzata formatasi in corrispondenza di una curva della faglia.
Sono state rilevate anche tracce di frane sottomarine. Segnali che descrivono un paesaggio tutt’altro che immobile, lentamente modellato dai movimenti tettonici e dagli eventi sismici.
Gli esperimenti con gli strati di sabbia
Per comprendere come si muove la faglia, i ricercatori non si sono limitati alle immagini raccolte in mare.
In laboratorio hanno costruito modelli composti da strati di materiali granulari, utilizzando la sabbia per simulare il comportamento delle rocce e dei sedimenti.
Facendo scorrere le basi del modello in direzioni opposte, sono riusciti a riprodurre le stesse fratture, i rilievi e le depressioni osservate sul fondale ionico.
Gli esperimenti hanno così confermato il movimento laterale della Nord Alfeo e spiegato la formazione delle numerose faglie secondarie che si diramano dalla struttura principale.
L’eruzione dell’Ellittico come orologio geologico
Un aiuto decisivo è arrivato anche dai sedimenti prelevati sul fondale.
All’interno delle carote marine è stato individuato uno strato di lapilli prodotto dall’enorme eruzione del vulcano Ellittico, avvenuta circa 16.700 anni fa. Quello strato rappresenta una specie di data impressa nella roccia, un orologio geologico naturale.
Osservando come i depositi vulcanici sono stati deformati, i ricercatori hanno misurato spostamenti compresi tra tre e sei metri.
Questo significa che la faglia si è mossa ripetutamente negli ultimi millenni. Il suo aspetto ancora netto sul fondale e le deformazioni dei sedimenti confermano che si tratta di una struttura geologicamente attiva.
Può generare terremoti di magnitudo 6,3
Sulla base delle dimensioni dei diversi segmenti e degli spostamenti osservati, gli autori ritengono che alcune porzioni della Nord Alfeo possano generare terremoti di magnitudo compresa tra 6 e 6,3.
È un dato significativo, considerando che la faglia si trova davanti a una zona densamente popolata e in una parte del Mediterraneo già caratterizzata da un’elevata pericolosità sismica.
La Sicilia orientale e la Calabria meridionale sono state colpite da alcuni dei terremoti più distruttivi della storia europea: dal sisma del Val di Noto del 1693 al terremoto di Messina e Reggio Calabria del 1908.
Ma lo studio non annuncia un terremoto imminente e non permette di stabilire quando la faglia tornerà a muoversi.
Nessuna previsione, ma più conoscenza
È bene chiarirlo, prima che la faglia finisca nel consueto frullatore social: individuare una struttura capace di produrre un terremoto non significa prevedere che quel terremoto avverrà domani, tra un anno o tra dieci anni.
La Protezione civile ricorda che, allo stato attuale delle conoscenze, non è possibile prevedere con certezza dove, quando e con quale intensità si verificherà un terremoto. È possibile, invece, studiare le sorgenti sismiche, calcolare la pericolosità dei territori e ridurre la vulnerabilità di edifici e infrastrutture.
Ed è proprio questo il valore della ricerca sulla Nord Alfeo.
Conoscere meglio la geometria, i movimenti e la storia di una faglia consente di costruire modelli più accurati e migliorare la prevenzione. Perché i terremoti non si possono impedire. I disastri, almeno in parte, sì: con edifici sicuri, controlli seri e una pianificazione che non si ricordi del rischio sismico soltanto dopo che la terra ha già tremato.