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29/07/2026 06:00:00

Mafia in Sicilia, boss di ritorno, crack e cellulari in carcere

Cosa nostra non ha bisogno di fare rumore per farsi sentire. Quando occorre spara, gambizza, mostra le armi. Più spesso, però, compra, investe, impone forniture, “segnala” lavoratori da assumere, ricicla denaro nell’economia legale. E riesce persino a telefonare dal carcere.

È questa la fotografia della mafia siciliana che emerge dalla relazione annuale della Commissione Antimafia dell’Assemblea regionale siciliana, presieduta da Antonello Cracolici.

Un documento che racconta l’attività svolta nel 2025, ma che soprattutto mette in fila gli elementi raccolti durante gli incontri tenuti nelle nove province dell’Isola con prefetti, magistrati, forze dell’ordine e sindaci.

Il risultato è un quadro tutt’altro che rassicurante. La mafia siciliana appare ancora profondamente radicata, priva di una guida riconosciuta ma impegnata a ricostruire una struttura di comando. Nel frattempo fa affari, mantiene il controllo dei territori e sfrutta le debolezze della pubblica amministrazione.

Non è scomparsa. Ha semplicemente imparato a presentarsi meglio.

 

Una mafia senza capo, ma non senza strategia

 

La relazione descrive una Cosa nostra ancora “acefala”, cioè priva di un vertice unitario, ma costantemente orientata alla ricostituzione della cupola.

L’assenza di un capo riconosciuto non significa, dunque, disorganizzazione. Le famiglie mafiose continuano a controllare porzioni di territorio, attività economiche e mercati illegali, adattando le proprie strategie alle caratteristiche delle diverse province.

La mafia agricola non si comporta esattamente come quella che investe nel turismo. Quella che controlla il gioco d’azzardo utilizza strumenti differenti rispetto alle organizzazioni interessate ai servizi, agli appalti o all’economia digitale.

Cambia il vestito, insomma. Non il metodo.

L’obiettivo rimane quello di accumulare denaro, riciclarlo e trasformarlo in potere economico, relazioni sociali e capacità di condizionamento.

 

La droga resta il grande affare

 

Il traffico di sostanze stupefacenti si conferma la principale fonte di guadagno delle organizzazioni mafiose siciliane.

Cosa nostra ha sviluppato rapporti con altre strutture criminali italiane, soprattutto con la ’ndrangheta, e con gruppi operanti all’estero. La necessità di proteggere un mercato tanto redditizio avrebbe favorito anche una sorta di tregua tra organizzazioni concorrenti.

La relazione parla di una pax mafiosa mantenuta con la Stidda, laddove presente, e tra famiglie che agiscono nello stesso territorio.

Non si tratta di una conversione alla non violenza. È una scelta aziendale.

Le guerre attirano l’attenzione delle forze dell’ordine, interrompono i traffici e fanno perdere denaro. Meglio quindi evitare conflitti aperti, almeno fino a quando gli interessi economici rimangono compatibili.

Ci sono, però, territori nei quali la tensione resta alta. Nel Catanese vengono segnalate fibrillazioni, gambizzazioni ed esplosioni di colpi d’arma da fuoco. Fenomeni di violenza sono stati registrati anche nel Ragusano, con il coinvolgimento di minorenni e la presenza di armi da guerra.

 

Il crack ormai è arrivato ovunque

 

Uno dei segnali più preoccupanti riguarda la diffusione del crack.

Durante il precedente ciclo di audizioni la sostanza risultava concentrata soprattutto a Palermo e Catania. Nel corso del 2025, invece, investigatori e amministratori hanno segnalato una presenza ormai capillare in tutta la Sicilia.

Il crack non è più soltanto un’emergenza delle grandi periferie metropolitane. È entrato nei centri più piccoli, nei quartieri popolari e nei territori nei quali fino a pochi anni fa la sua circolazione appariva limitata.

La conseguenza non è soltanto sanitaria. Attorno alla dipendenza crescono microcriminalità, debiti, violenza familiare, abbandono scolastico e reclutamento di ragazzi da utilizzare come vedette o piccoli spacciatori.

La droga diventa così il punto di contatto tra l’organizzazione mafiosa e un disagio sociale sempre più diffuso.

 

 

Il pizzo serve soprattutto a ricordare chi comanda

 

Il racket delle estorsioni continua a essere un pilastro dell’azione mafiosa. Ma la relazione sottolinea un cambiamento importante.

Il pizzo non viene imposto soltanto per fare cassa. Serve soprattutto ad affermare il controllo del territorio.

Le richieste possono essere economicamente modeste, quasi simboliche, purché siano estese al maggior numero possibile di attività. Il messaggio è semplice: tutti devono sapere che per lavorare bisogna riconoscere l’autorità della famiglia mafiosa.

Accanto alla richiesta di denaro resistono forme meno appariscenti di estorsione. L’imprenditore viene obbligato ad acquistare prodotti da una determinata azienda, a utilizzare un preciso servizio oppure ad assumere una persona “segnalata”.

È il pizzo senza busta, spesso più difficile da dimostrare e persino da raccontare.

 

Le vittime negano anche davanti alle prove

 

Il dato più grave riguarda il numero delle denunce: sono scarsissime, quasi inesistenti.

Secondo quanto riferito dagli investigatori, i fenomeni estorsivi emergono generalmente durante indagini avviate per altri reati. Quasi mai è la vittima a presentarsi spontaneamente alle forze dell’ordine.

La relazione descrive casi nei quali commercianti e imprenditori avrebbero continuato a negare l’estorsione persino di fronte a intercettazioni, immagini e altri elementi investigativi, arrivando a rischiare a loro volta un procedimento penale.

È una forma di acquiescenza che talvolta si trasforma in collaborazione attiva.

Il problema, quindi, non è soltanto la paura. In alcuni territori il rapporto con la mafia viene ancora considerato una scorciatoia, una garanzia, una forma malata di protezione. Ci si adegua perché denunciare appare complicato, mentre convivere con il sistema sembra più conveniente.

Anche il movimento antiracket, secondo la Commissione, appare più debole rispetto a qualche decennio fa. L’usura, fenomeno non sempre direttamente riconducibile alle organizzazioni mafiose, resta a sua volta quasi mai denunciata.

 

I boss tornano a casa e ritrovano le vecchie relazioni

 

Tra le novità più allarmanti c’è il ritorno nei territori d’origine di boss che hanno terminato di scontare le condanne inflitte negli anni Novanta e Duemila.

La lunga permanenza in carcere non avrebbe cancellato il loro prestigio criminale. Alcuni sarebbero riusciti a reinserirsi con “immutata pericolosità”, sfruttando reti di rapporti mai realmente interrotte e, in qualche caso, persino ampliate.

Non soltanto contatti con uomini delle cosche. La relazione parla di relazioni che coinvolgono anche esponenti dell’economia e delle istituzioni.

È uno dei punti politicamente più delicati del documento.

Il mafioso che ritorna dopo venti o trent’anni non trova necessariamente il deserto. Può ritrovare una comunità di riferimento, parentele, interessi economici e soggetti disposti a riconoscerne ancora il ruolo.

Il tempo trascorso in carcere rischia così di diventare una parentesi, non la fine della carriera criminale.

 

Dal carcere si continua a comandare

 

L’altro allarme riguarda le prigioni.

Telefoni cellulari riescono a entrare con una frequenza preoccupante anche nelle sezioni di massima sicurezza. Attraverso questi dispositivi alcuni boss sarebbero in grado di mantenere i contatti con l’esterno e continuare a esercitare funzioni di comando.

La Commissione chiede un rafforzamento urgente delle misure di controllo.

La questione è decisiva. Se la comunicazione tra il detenuto e l’organizzazione non viene interrotta, il carcere perde una parte essenziale della propria funzione. Il capo rimane il capo, anche dietro le sbarre, e può continuare a impartire indicazioni, mediare conflitti e gestire interessi.

La cella diventa così un ufficio con qualche problema di ricezione.

 

Il riciclaggio ha bisogno di professionisti

 

La mafia investe dove l’economia legale funziona.

Nel Siracusano guarda con interesse al turismo e al terziario. In altri territori punta sull’agricoltura, sul gioco d’azzardo o su differenti settori produttivi.

Dietro le operazioni più sofisticate, però, non ci sono soltanto uomini d’onore e prestanome. Magistrati e forze dell’ordine hanno segnalato il coinvolgimento di professionisti con competenze economiche, informatiche, finanziarie e giuridiche.

Sono figure necessarie per costruire società, spostare capitali, nascondere la provenienza del denaro e investire nell’economia digitale.

Il mafioso moderno non deve conoscere ogni regola fiscale o ogni strumento finanziario. Gli basta pagare qualcuno che li conosca molto bene.

E mentre cresce la complessità delle operazioni, restano poche le segnalazioni di transazioni sospette provenienti dal mondo professionale. Un silenzio che pesa quanto quello degli imprenditori sottoposti al racket.

 

Trapani ascoltata, ma senza una fotografia separata

 

La Commissione Antimafia ha tenuto la seduta dedicata alla provincia di Trapani il 17 luglio 2025, nella sede della Prefettura.

Sono stati ascoltati i rappresentanti delle istituzioni territoriali, delle forze dell’ordine e della magistratura, insieme agli amministratori locali.

La relazione annuale, tuttavia, non contiene un capitolo autonomo dedicato alla provincia di Trapani. Le conclusioni dei nove incontri vengono presentate in forma aggregata, costruendo un quadro regionale.

È un limite del documento, soprattutto per territori nei quali le organizzazioni mafiose hanno caratteristiche, interessi e storie differenti.

Sappiamo che Trapani è stata ascoltata. Non sappiamo, leggendo questa relazione, quali siano stati nel dettaglio gli allarmi lanciati durante quella seduta, né quali settori economici siano stati indicati come maggiormente esposti.

Il rapporto consente quindi di comprendere le tendenze generali della mafia siciliana, ma non sostituisce una mappa aggiornata e dettagliata di Cosa nostra trapanese.

 

Sindaci preoccupati per baby gang e carenza di vigili

 

Gli incontri nelle province hanno coinvolto anche i sindaci dei 391 Comuni siciliani, considerati dalla Commissione veri e propri presìdi di legalità.

Gli amministratori hanno segnalato soprattutto problemi di sicurezza urbana, presenza di baby gang, diffusione del crack e carenza di personale nella polizia municipale.

In molti Comuni i vigili sono troppo pochi e non possono essere sostituiti a causa delle limitazioni alle assunzioni. Le forze dell’ordine statali finiscono così per occuparsi anche di questioni che dovrebbero essere affrontate dalla polizia locale.

La situazione diventa ancora più difficile nelle ore notturne, quando vaste porzioni di territorio restano senza un presidio sufficiente.

Ci sono stati, invece, progressi sul fronte della videosorveglianza. Grazie anche ai finanziamenti regionali, numerosi Comuni che non disponevano di telecamere stanno completando o ampliando gli impianti.

Le telecamere, però, registrano. Per intervenire servono sempre le persone.

 

 

 

Beni confiscati: la battaglia comincia dopo il sequestro

 

La gestione dei beni confiscati resta una delle grandi questioni irrisolte.

Acquisire un immobile o un’azienda al patrimonio pubblico non significa automaticamente restituirli alla collettività. Servono risorse, progetti, competenze amministrative e capacità di gestione.

Molti Comuni, soprattutto quelli più piccoli o finanziariamente fragili, non riescono a sostenere i costi necessari per recuperare gli immobili. Il risultato è che beni sottratti alla mafia rimangono inutilizzati, degradati o difficilmente accessibili.

La Commissione propone di incentivare la costituzione di consorzi tra Comuni, condividendo personale, risorse e responsabilità.

Il modello consortile avrebbe anche un altro vantaggio: ridurre quella pericolosa prossimità tra amministratori, territori e soggetti direttamente interessati alla destinazione dei beni.

Viene inoltre valutata positivamente la proposta di destinare una parte del Fondo unico di giustizia alla manutenzione e alla riqualificazione degli immobili confiscati.

Perché una villa abbandonata con un cartello “bene confiscato” non è una vittoria dello Stato. È soltanto una confisca rimasta a metà.

 

L’inchiesta sull’elisoccorso regionale

 

Una parte rilevante dell’attività della Commissione ha riguardato l’affidamento del servizio regionale di elisoccorso.

L’indagine è partita da due segnalazioni della deputata Margherita La Rocca e si è concentrata sulla scelta del responsabile unico del procedimento, sull’affidamento di un incarico esterno di supporto legale superiore a 50 mila euro, sul ricorso alla procedura negoziata senza pubblicazione del bando e sulle proroghe concesse allo stesso operatore.

La Commissione ha segnalato criticità anche nella qualificazione della stazione appaltante e, più in generale, nel sistema regionale di prevenzione della corruzione.

Non è una sentenza penale e non certifica l’esistenza di fatti corruttivi. È però una diagnosi severa sul funzionamento della macchina amministrativa.

La Regione viene invitata a rafforzare la Centrale unica di committenza, trasferire personale competente all’Ufficio anticorruzione e garantire una reale rotazione degli incarichi nei settori maggiormente esposti.

Proprio sul principio di rotazione è successivamente intervenuta una norma regionale che impone ai dirigenti di motivare e comunicare le decisioni con cui scelgono di non applicarlo.

 

Il caso Mondello e le concessioni demaniali

 

L’altra grande inchiesta ha riguardato il rischio di infiltrazioni mafiose nella gestione dei beni demaniali concessi ai privati.

Il punto di partenza è stato il caso della società che gestisce il lido di Mondello. Una segnalazione del deputato Ismaele La Vardera aveva evidenziato presunti rapporti di parentela tra alcuni dipendenti e soggetti appartenenti a contesti mafiosi.

La Commissione ha ampliato l’indagine per capire se il problema potesse riguardare anche altre concessioni regionali.

Al termine degli approfondimenti sono state indicate diverse criticità: documentazione antimafia non richiesta per tutti i soggetti coinvolti, procedure di affidamento poco trasparenti, inosservanza di alcune norme del Codice della navigazione e una quasi totale assenza di controlli.

La relazione conclusiva è stata trasmessa alla Procura competente. La Commissione ha inoltre chiesto la revoca immediata della concessione alla società e una verifica su tutti gli altri concessionari dei beni demaniali regionali.

Il caso pone una questione che va ben oltre Mondello: la Regione conosce davvero chi gestisce i propri beni, chi lavora nelle società concessionarie e a chi vengono affidati i servizi?

 

Giornalisti minacciati e territori che non vogliono sapere

 

Nel 2025 è proseguito anche il ciclo di audizioni con i giornalisti impegnati nelle inchieste sulla mafia e sulla corruzione.

È stato ascoltato Salvo Palazzolo, che ha raccontato il ritorno in libertà di numerosi boss e il loro reinserimento nelle reti criminali dei territori di provenienza.

Le intimidazioni subite da Palazzolo e da altri cronisti hanno portato la Commissione a organizzare una seduta specifica presso la sede dell’Ordine dei giornalisti di Sicilia, ospitata simbolicamente in un bene confiscato.

Il problema non riguarda soltanto le minacce dirette. Nei piccoli centri il giornalista che racconta rapporti, parentele, affari e silenzi deve fare i conti con l’isolamento, con le pressioni economiche e con l’idea, ancora molto diffusa, che certe cose sia meglio non scriverle.

La mafia preferisce il silenzio. E quando il silenzio diventa abitudine non ha neppure bisogno di imporlo.

 

I numeri del lavoro della Commissione

 

Nel corso del 2025 la Commissione Antimafia dell’Ars ha tenuto 47 sedute, condotto cinque inchieste, svolto 45 audizioni, approvato tre relazioni e reso un parere su un disegno di legge.

Ha inoltre lavorato alla proposta per istituire il 10 gennaio, anniversario della denuncia pubblica di Libero Grassi, come Giornata nazionale dell’antiracket.

Numeri significativi, che però non bastano da soli a misurare l’efficacia dell’azione antimafia.

La vera domanda è quante delle indicazioni contenute nelle relazioni diventeranno atti amministrativi, controlli, assunzioni, revoche, verifiche e norme applicate.

Perché la relazione racconta una mafia che sa aspettare, adattarsi e approfittare delle falle. Le istituzioni, al contrario, continuano spesso a muoversi soltanto dopo che qualcuno ha indicato la crepa.

E qualche volta, quando finalmente arrivano, trovano già la porta aperta.

Relazione 2025 Approvata in Commissione_24 Giugno 2026 by Redazione Tp24 



Antimafia | 2026-07-28 08:23:00
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