Mafia a Petrosino, la tassa sulle slot: 850 euro al mese e il clan alla cassa
La terza parte dell’inchiesta di Tp24 sull'organizzazione mafiosa in campo a Petrosino, tra Marsala e Mazara. Secondo le indagini, il denaro delle estorsioni veniva consegnato ogni mese, entro il giorno 15. Gli incontri nei bar, i contanti contati davanti alle telecamere, la quota destinata ai detenuti. E il sistema che avrebbe consentito alla mafia di decidere chi poteva lavorare nel settore del gioco
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A Petrosino la scadenza arrivava ogni mese. Entro il giorno 15 bisognava preparare 850 euro in contanti. Non era una bolletta, non era il canone di un affitto, non era la rata di un finanziamento. Secondo l’accusa, era la tassa imposta da Cosa nostra sul business delle slot machine.
Una tassa regolare, puntuale, organizzata. Con una cifra stabilita, un calendario, gli incaricati alla consegna, i beneficiari e perfino una distribuzione interna del denaro. C’era chi incassava, chi tratteneva una parte, chi portava il resto ai familiari dei detenuti. E quando la scadenza slittava di qualche giorno, c’era chi si preoccupava, chi sollecitava e chi ricordava che il 15 era arrivato.
È questa la mafia che emerge dalle indagini sull’organizzazione criminale operante a Petrosino: non soltanto pistole, droga e intimidazioni, ma una struttura che pretendeva di amministrare pezzi dell’economia locale. Una specie di ufficio licenze clandestino. Decideva chi poteva collocare le macchinette, chi poteva lavorare, chi doveva pagare e chi aveva diritto alla “protezione”.
Adesso bisogna seguire il denaro. Perché è lì, tra le banconote consegnate nei bar e le quote destinate ai carcerati, che si vede la mafia nella sua forma più concreta.
Il canone per lavorare
Il settore era quello delle slot machine e degli apparecchi elettronici da intrattenimento installati nei bar, nelle sale giochi e in altri esercizi commerciali.
Al centro della ricostruzione compare l’attività imprenditoriale di Vincenzo Corvitto, operatore del settore proveniente dall’Agrigentino. Per la zona di Petrosino, l’ordinanza lo descrive come un soggetto sottoposto a una pressione estorsiva continuativa. La sua posizione in altri procedimenti è distinta e più complessa, ma nel segmento dell’inchiesta che riguarda i pagamenti alla famiglia mafiosa petrosilena il dato contestato è preciso: ogni mese sarebbero stati versati 850 euro.
A consegnare materialmente il denaro sarebbero stati due dipendenti, Fabio Agnello e Alberto Lo Presti. I destinatari, secondo l’accusa, erano inizialmente Marco Buffa e Antonino Maltese.
Non un pagamento occasionale. Non una richiesta legata a una singola emergenza. Era una mensilità.
L’ordinanza parla di un sistema già sperimentato in altre parti della provincia: l’impresa che voleva installare e gestire le slot otteneva l’autorizzazione mafiosa e, in cambio, pagava. Una parte delle somme veniva poi redistribuita alle articolazioni territoriali di Cosa nostra e utilizzata per il sostentamento degli associati e delle loro famiglie.
La mafia, insomma, non si limitava a chiedere il pizzo. Si attribuiva il potere di concedere l’accesso al mercato.
La seconda "amministrazione" del paese
A Petrosino esisteva l’amministrazione pubblica, quella visibile, con i suoi uffici e le sue autorizzazioni. Ma, secondo la ricostruzione della Procura e del Gip, ce n’era anche un’altra, abusiva e criminale.
Questa seconda amministrazione stabiliva chi potesse installare le macchinette. Garantiva che nessun concorrente alterasse gli equilibri. Interveniva nelle controversie tra operatori. E assicurava una particolare forma di protezione: quella contro i pericoli generati dallo stesso sistema mafioso.
Il meccanismo è antico. Prima si crea il bisogno di sicurezza. Poi si vende la sicurezza. Chi paga può lavorare “tranquillo”. Chi non paga rischia di incontrare ostacoli, intimidazioni o concorrenti autorizzati da qualcun altro.
Il clan si comportava come un’autorità territoriale. Non rilasciava documenti, ma pretendeva obbedienza. Non emetteva fatture, ma fissava un canone. Non aveva un regolamento, ma disponeva della forza necessaria a farlo rispettare.
L’ordinanza richiama anche una precedente vicenda giudiziaria legata al settore delle slot. Dopo un furto avvenuto in un esercizio commerciale nel quale erano installati gli apparecchi, vi sarebbe stata una reazione violenta della consorteria. Marco Buffa e Dario Messina furono processati e condannati per l’incendio dell’autocarro utilizzato da uno dei complici del furto.
Il messaggio era elementare: le macchinette poste sotto la protezione mafiosa non si toccano.
La “protezione”, quindi, non era un servizio. Era la dimostrazione del controllo.
Il Bar Woodhouse e gli appuntamenti del pizzo
Molti degli incontri documentati dagli investigatori avvengono nei pressi del Bar Woodhouse, a Petrosino. Il locale compare come punto di riferimento, luogo di appuntamenti e di consegne. Il fatto che un esercizio venga ripreso dalle telecamere o indicato come luogo d’incontro non comporta, naturalmente, alcuna responsabilità automatica per i suoi titolari.
Il 2 dicembre 2021 le telecamere registrano l’arrivo di Agnello e Lo Presti a bordo di una Fiat Punto. Poco dopo arriva anche Corvitto. Buffa fa chiamare Maltese e dispone che l’incontro si tenga nella parte posteriore del bar, lontano dalla strada.
Sono scene ordinarie: automobili che arrivano, uomini che entrano ed escono, brevi telefonate. Ma, secondo gli investigatori, dietro quella normalità si nascondeva la riscossione.
Il 24 gennaio 2022 Agnello torna al Woodhouse. Maltese telefona a Buffa usando poche parole: «È arrivato».
Buffa capisce immediatamente. Raggiunge il bar insieme a Maltese. L’incontro dura pochi minuti.
Qualche giorno più tardi, il 28 gennaio, Buffa racconta a Maltese di avere incontrato Agnello, chiamato nelle conversazioni con il soprannome di “testa pelata”. Riferisce le parole che gli sarebbero state rivolte: l’uomo non voleva problemi e intendeva continuare ad avere rapporti direttamente con lui.
Buffa commenta: «Lo sai come sono i discorsi? Mi ha detto: sì, a posto. Chiuso».
“A posto” è una delle espressioni più ricorrenti in questo genere di rapporti. Non serve aggiungere altro. Significa che l’accordo è confermato, che il pagamento continuerà, che gli equilibri non verranno messi in discussione.
«Mi trovo senza una lira in tasca»
Il 4 febbraio 2022 Agnello e Lo Presti arrivano ancora una volta al Woodhouse. Maltese avvisa Buffa e propone di accelerare la consegna del denaro.
Buffa gli dice di lasciarli stare. Maltese protesta: «Li devo lasciare stare e io mi trovo senza una lira in tasca».
È una frase che racconta meglio di molte analisi il carattere del sistema. Il pizzo non era soltanto dimostrazione di potere. Era anche liquidità. Denaro necessario alle esigenze quotidiane degli uomini del gruppo.
Nelle conversazioni non c’è l’immagine cinematografica del boss circondato da ricchezze. Ci sono problemi molto più prosaici: soldi finiti, spese da affrontare, macchine da riparare, somme da anticipare, quote da consegnare.
Il 2 giugno Maltese chiama Buffa. Spiega di essere in difficoltà economica e propone di chiedere ad Agnello e Lo Presti un anticipo sulla mensilità. Dice che gli servirebbero «qualche pezzo da cento euro».
Buffa risponde che si può fare, ma invita a non creare equivoci: «Il prestato è prestato e il dato è dato».
Bisogna mantenere i conti separati. Da una parte il pizzo mensile, dovuto in base agli accordi. Dall’altra l’eventuale prestito. Perfino l’estorsione aveva la sua contabilità.
La scadenza del 15
Il calendario emerge chiaramente da una conversazione del 14 giugno 2022. Maltese comunica a Buffa che gli incaricati sono già passati. Buffa si sorprende: «E domani ne abbiamo 15, ma tu sei impazzito?».
La consegna era attesa per il giorno successivo. Maltese insiste: erano venuti in anticipo, forse perché il 15 cadeva in una giornata particolare. Buffa non si allarma. Un giorno prima o un giorno dopo non cambia molto. Quello che conta è che il pagamento venga effettuato.
Il 15 di ogni mese non era soltanto una data. Era la rappresentazione della stabilità del sistema.
Una richiesta estorsiva occasionale può essere il frutto di un’emergenza criminale. Una somma che arriva tutti i mesi, sempre nello stesso periodo e attraverso gli stessi intermediari, è invece un’imposta. È il segnale che il controllo mafioso si è fatto struttura.
Le banconote contate fuori dal bar
La scena più significativa è quella del 18 luglio 2022.
Quella mattina Fabio Agnello arriva al Woodhouse. Marco Buffa si trova già all’interno del locale. Dopo alcuni minuti Buffa esce.
Le telecamere lo riprendono mentre si ferma davanti al bar e conta le banconote appena ricevute.
Non c’è bisogno di interpretare metafore o decifrare parole in codice. Ci sono un uomo, del denaro contante e il luogo nel quale, secondo gli investigatori, avveniva la riscossione.
Alle 10:01 Agnello si allontana. Un quarto d’ora dopo Buffa telefona a Maltese. Gli dice che sta per raggiungerlo insieme alla moglie e che deve consegnargli una parte di quei soldi.
La mafia alla cassa non è un modo di dire. In quel momento, secondo la ricostruzione investigativa, è esattamente ciò che accade.
L’arresto non ferma il pagamento
Nel settembre del 2022 Marco Buffa viene arrestato nell’ambito di un altro procedimento. Ma il sistema non si interrompe.
La riscossione passa nelle mani di Antonino Maltese. I dipendenti dell’impresa continuano a consegnare il denaro. Maltese ne trattiene una parte per sé e per i propri familiari e si occupa di far arrivare la quota restante alla famiglia di Buffa.
Il passaggio avverrebbe attraverso Vito Salvatore Licari, genero di Buffa. Licari riceve il denaro e lo consegna alla moglie e alla figlia del detenuto, Cecilia Cinzia Alagna e Chiara Buffa.
È la cassa comune mafiosa: il carcere non interrompe il rapporto con l’organizzazione e non lascia senza risorse il detenuto. Al contrario, il sostegno economico serve a conservare fedeltà, prestigio e capacità di comando.
Un affiliato che sa che la sua famiglia continuerà a essere mantenuta avrà una ragione in più per non rompere il vincolo. La cassa non è soltanto assistenza. È uno strumento di disciplina.
Gli ordini dal carcere
Dai colloqui nel carcere Pagliarelli di Palermo emerge, secondo gli investigatori, che Buffa continua a interessarsi del denaro.
Le conversazioni sono fatte di gesti, soprannomi, parole pronunciate lentamente e tentativi di evitare che il contenuto venga compreso. Maltese viene indicato con il soprannome di “manuzza”, accompagnato dal gesto di una mano. Il Bar Woodhouse è semplicemente “il bar”.
Buffa chiede alla moglie se Maltese sia passato. Poi incarica Licari di domandargli: «Com’è finita?».
E precisa: «Al bar».
Il riferimento, secondo l’ordinanza, è alle somme che continuavano a essere consegnate.
Il 22 novembre 2022 Buffa riesce a parlare con Licari. Gli chiede quanto denaro abbia portato Maltese. Licari indica con le dita il numero tre: 300 euro.
La reazione di Buffa è immediata. La somma attesa sarebbe stata 450 euro.
Gli ordina di riferire a Maltese che deve mettere da parte il denaro mancante. Se dovesse fare storie, Licari dovrà dirgli che sarà lo stesso Buffa a occuparsi personalmente della questione.
Per camuffare il significato della conversazione, Buffa presenta quei soldi come la restituzione di un prestito. Ma contemporaneamente strizza l’occhio, si toglie gli occhiali, ripete i gesti. Gli investigatori interpretano quelle parole come il tentativo di nascondere la reale natura delle somme.
Il dato rilevante è un altro: dal carcere Buffa continua a conoscere gli importi, a verificare le quote e a impartire disposizioni.
L’arresto cambia il luogo dal quale si comanda. Non necessariamente il comando.
Gli 850 euro e la loro divisione
Dalla ricostruzione complessiva emerge dunque un sistema di distribuzione.
Gli 850 euro sarebbero stati riscossi ogni mese. Una parte rimaneva a Maltese per il proprio sostentamento e quello della sua famiglia. Un’altra parte, quantificata nelle conversazioni in 450 euro, doveva essere consegnata ai familiari di Buffa.
Non si trattava soltanto di arricchimento personale. Era una forma di welfare criminale: chi apparteneva al gruppo sapeva che l’organizzazione avrebbe provveduto ai bisogni suoi e dei suoi congiunti.
Ma quel welfare veniva finanziato dagli imprenditori e, indirettamente, dall’economia legale.
Ogni banconota consegnata al clan era denaro sottratto all’impresa, al lavoro, agli investimenti e alla libera concorrenza. Era il costo di un’autorità abusiva che si sovrapponeva allo Stato.
Non soltanto denaro, ma sovranità
Ridurre tutto agli 850 euro sarebbe però un errore.
Il denaro era il risultato visibile di qualcosa di più profondo: la pretesa della famiglia mafiosa di esercitare sovranità sul territorio.
Chi voleva operare nel settore delle slot doveva tenere conto del clan. Chi aveva già ottenuto l’autorizzazione criminale pagava il canone. Chi violava gli equilibri rischiava una reazione. Chi aveva una controversia si rivolgeva agli uomini che controllavano la zona.
La mafia decideva chi potesse lavorare e con quali condizioni. In cambio garantiva che nessun altro mettesse in discussione l’accordo.
È questo il cuore del metodo mafioso. Non soltanto la violenza, ma la possibilità concreta di usarla. Non soltanto la minaccia, ma la reputazione costruita attraverso le minacce precedenti. Non soltanto il pizzo, ma la trasformazione del pizzo in una regola riconosciuta.
Per questo la riscossione poteva avvenire alla luce del giorno, nei pressi di un bar, attraverso persone che si conoscevano e con appuntamenti ormai abituali.
Non serviva ripetere ogni volta la minaccia. La minaccia era già contenuta nel sistema.
La normalità del dominio
La parte più inquietante di tutta questa vicenda è una. È la normalità.
Una Fiat Punto bianca che arriva. Un incontro al bar. Una telefonata: «È arrivato». Un uomo che esce e conta le banconote. Una scadenza segnata per il giorno 15. Una quota da 450 euro che deve raggiungere la famiglia del detenuto.
Tutto appare ordinario.
Ed è proprio questa la forza della mafia quando riesce a radicarsi: trasformare l’eccezione criminale in abitudine. Il pagamento non viene più percepito come un’aggressione nuova ogni mese. Diventa una voce di costo. Un appuntamento. Un fatto con il quale convivere.
Le slot continuano a lampeggiare nei locali. I clienti inseriscono le monete. Le macchine producono incassi. Ma una parte di quel denaro alimenta un’economia parallela, fondata sull’intimidazione e sul controllo del territorio.
Il rumore delle macchinette copre quello delle banconote.
E mentre il paese vive la propria quotidianità, la mafia presenta il conto.
Le contestazioni riportate sono contenute nell’ordinanza cautelare e rappresentano la ricostruzione dell’accusa accolta dal Gip ai fini delle misure. Le responsabilità individuali dovranno essere accertate definitivamente nel processo e gli indagati devono essere considerati non colpevoli fino a sentenza irrevocabile.
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