Muore dopo essersi sentito male in strada. La figlia: «Nessuno ha tentato di salvarlo»
Aveva 84 anni e si trovava a pochi metri da casa, in pieno centro storico. Filippo Carollo si è accasciato su una panchina dopo una passeggiata. Attorno a lui c’erano conoscenti, passanti, giovani seduti a mangiare. Qualcuno ha chiamato il 118, altri hanno provato a bagnargli il viso. Ma, secondo quanto racconta la figlia, nessuno avrebbe iniziato immediatamente le manovre di rianimazione.
Filippo Carollo è morto giovedì 30 luglio, a Cefalù, Sua figlia Nair vive e lavora a Marsala e ha deciso di scrivere alla redazione di Tp24 per raccontare quegli ultimi minuti, ripresi anche da una telecamera di sicurezza.
È una lettera piena di dolore e di rabbia. Non è possibile stabilire se un intervento diverso avrebbe salvato l’uomo. Ma la domanda posta dalla figlia resta: quante persone, davanti a qualcuno che perde conoscenza, saprebbero davvero cosa fare?
La ricostruzione dei momenti precedenti all’arrivo dei sanitari è quella fornita dalla famiglia.
La passeggiata e la sosta sulla panchina
Filippo Carollo era cardiopatico, ma cercava di mantenersi attivo. Quel pomeriggio era uscito per portare a controllare il decoder della televisione, che non funzionava più.
Sulla strada del ritorno si era fermato su una panchina di via Vittorio Emanuele, a pochi metri da casa, per parlare con un conoscente e osservare il passeggio nel centro storico di Cefalù.
Poi il malore.
Secondo la figlia, dalle immagini registrate da un negozio si vedrebbe l’anziano flettere lentamente la testa e accasciarsi. L’uomo seduto accanto a lui si sarebbe allontanato, mentre due giovani avrebbero continuato a mangiare. Alcuni passanti si sarebbero invece avvicinati, provando a bagnargli il volto e a scuoterlo.
Qualcuno ha chiamato il 118. Ma nessuno, denuncia Nair Carollo, avrebbe fatto sdraiare l’uomo e iniziato il massaggio cardiaco in attesa dell’ambulanza.
«Mio padre sarebbe potuto essere chiunque»
Riceviamo e pubblichiamo la lettera di Nair Carollo.
«Gentile redazione, vivo e lavoro a Marsala e ho perso mio padre. Abitava a Cefalù. Voglio spiegare come è morto perché trovo allucinante che una cosa del genere possa accadere nel 2026. Sarebbe potuto capitare a chiunque, in qualsiasi città e in qualsiasi contesto.
Forse questa riflessione sembrerà fuori luogo in piena estate, mentre molti sono impegnati a godersi le vacanze. Io, invece, penso a una società nella quale l’umanità rischia di diventare un concetto astratto: tanto proclamato e poco praticato nella vita quotidiana.
Giovedì 30 luglio ho perso mio padre nella quasi totale indifferenza delle persone che si trovavano attorno a lui. Un massaggio cardiaco praticato tempestivamente avrebbe forse potuto dargli una possibilità.
Mio padre era cardiopatico, ma teneva a mantenersi in forma. Faceva passeggiate lente, scambiava qualche parola con i conoscenti e si fermava a comprare frutta e verdura.
Quel pomeriggio era uscito per fare controllare il decoder del digitale terrestre. Tornando a casa si era seduto su una panchina, in via Vittorio Emanuele, per parlare con un conoscente.
A un certo punto ha perso i sensi. Nel video di una telecamera di sicurezza si vede mio padre iniziare a piegare la testa e ad accasciarsi.
La persona seduta accanto a lui si alza e si allontana. Due ragazzi continuano a mangiare il loro panino. Alcuni passanti si avvicinano e provano a bagnargli le mani e il volto, dandogli delle pacche sulla spalla.
Ringrazio chi ha chiamato il 118. Ma nessuno ha pensato di farlo sdraiare e iniziare immediatamente un massaggio cardiaco.
Nelle vicinanze ci sono negozi, ristoranti e altre attività. Possibile che nessuno sapesse come intervenire? Possibile che nessuno avesse ricevuto una formazione di primo soccorso?
Non so se sia stata paura, ignoranza, superficialità o indifferenza. So soltanto che sono trascorsi minuti preziosi, mentre mio padre era privo di sensi e gli veniva proposta dell’acqua.
Non posso sapere con certezza se sarebbe sopravvissuto. Ma non riesco ad accettare che non sia stato fatto neppure un tentativo immediato di rianimazione.
Mio padre si chiamava Filippo Carollo, aveva 84 anni. Mio padre sarebbe potuto essere chiunque.
È morto circondato da persone che non hanno saputo, o non hanno avuto il coraggio, di intervenire. E questo dovrebbe farci riflettere tutti.
Meditate, gente. Meditate».
Sapremmo intervenire?
La lettera di Nair Carollo non chiede di individuare colpevoli tra i passanti. Racconta soprattutto la paura di una figlia: quella che, nei minuti decisivi, nessuno abbia saputo riconoscere una situazione gravissima e mettere in pratica le prime manovre di soccorso.
I corsi di primo soccorso e di rianimazione non possono garantire che ogni vita venga salvata. Possono però evitare che, davanti a una persona priva di sensi, ci si limiti a guardare, a scuoterla o a offrirle dell’acqua.
Filippo Carollo aveva 84 anni. Era uscito per aggiustare il decoder della televisione. Non è più tornato a casa.
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