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05/08/2026 06:00:00

Chi è De Martino, il neomelodico “vietato” a Marsala. E la musica che strizza l’occhio alla mafia

Il caso di Daniele De Martino a Marsala non è il primo e difficilmente sarà l’ultimo. Il cantante neomelodico avrebbe dovuto esibirsi il 24 ottobre al Teatro Impero. Il Comune aveva già concesso la struttura, ma dopo le polemiche e una verifica sui testi controversi e sui precedenti concerti vietati, la sindaca Andreana Patti ha avviato il procedimento per revocare la concessione.

La vicenda riapre una questione più grande del singolo spettacolo: il rapporto tra una parte della musica neomelodica e la cultura mafiosa, fatto di boss trasformati in benefattori, collaboratori di giustizia descritti come traditori e detenuti al 41 bis presentati come vittime dello Stato.

 

Marsala, lo stop al concerto

Il concerto era stato organizzato da un’associazione privata, che aveva chiesto e ottenuto l’utilizzo del Teatro Impero. La concessione risale al giugno 2026, quando la sindaca Patti era già insediata, e l’associazione aveva versato 732 euro.

La sindaca Patti nelle scorse ore ha annunciato l’avvio della procedura di revoca. Secondo l’amministrazione, gli spazi pubblici non possono ospitare messaggi incompatibili con i valori della legalità e della lotta alla mafia.

Resta il fatto che il nome dell’artista fosse indicato negli atti e che i precedenti fossero facilmente reperibili. Insomma, l'amministrazione sapeva dell'esibizione. Il Comune avrebbe potuto effettuare prima le verifiche. Resta la scelta politica compiuta dalla sindaca: fermare uno spettacolo ritenuto non compatibile con il valore simbolico di un teatro pubblico.

 

Il sostegno del Movimento 5 Stelle

Alla decisione della sindaca è arrivato anche il sostegno del Gruppo territoriale del Movimento 5 Stelle di Marsala, guidato dal referente Franco Rapisarda.

Per il M5S si tratta di una scelta coerente con la storia di Marsala, città insignita della Medaglia d’oro al valore civile e profondamente segnata dalla lotta alla mafia. Il movimento richiama le fotografie del cantante con persone appartenenti a famiglie mafiose e i testi nei quali verrebbe denigrata la figura dei collaboratori di giustizia.

«Gli spazi pubblici sono patrimonio della collettività e devono restare coerenti con i principi costituzionali e con la memoria di quanti, in questa terra, hanno pagato con la vita la lotta alla mafia», afferma Rapisarda.

 

Chi è Daniele De Martino

Daniele De Martino è il nome d’arte di Agostino Galluzzo, cantante palermitano nato nel 1995. È uno degli interpreti più popolari della scena neomelodica siciliana, con un seguito costruito attraverso feste private, concerti, YouTube e social network.

Il successo è arrivato soprattutto con le canzoni sentimentali. Il suo repertorio comprende però anche brani e passaggi che negli anni hanno attirato l’attenzione delle autorità.

In Si nu pentito, per esempio, il collaboratore di giustizia viene raccontato attraverso un linguaggio molto vicino al codice mafioso: è colui che tradisce gli amici, rompe un patto e consegna altre persone allo Stato. È il capovolgimento dei ruoli sul quale prospera la narrazione criminale: chi parla diventa l’infame, chi tace conserva l’onore.

In diversi provvedimenti adottati nei confronti del cantante, le autorità di pubblica sicurezza hanno inoltre richiamato espressioni considerate benevole verso i detenuti al 41 bis, offensive nei confronti delle forze dell’ordine o capaci di esaltare la criminalità organizzata.

Il legale di De Martino ha contestato questa ricostruzione, sostenendo che il cantante non avrebbe mai eseguito brani favorevoli ai detenuti al carcere duro o ostili alle forze dell’ordine e ai collaboratori di giustizia. Una precisazione che va registrata.

De Martino, inoltre, non risulta condannato per associazione mafiosa. Non si tratta, quindi, di attribuirgli appartenenze criminali mai accertate, ma di interrogarsi sul messaggio culturale trasmesso da determinate canzoni e sull’opportunità di ospitarle in uno spazio pubblico.

 

I concerti già vietati

Marsala non è la prima città nella quale un’esibizione di De Martino viene fermata.

Nel 2022 il questore di Palermo vietò un suo concerto già tutto esaurito al teatro Vito Zappalà di Mondello. Nel 2024 arrivarono altri stop. La Questura di Agrigento sospese le autorizzazioni per uno spettacolo previsto a Sant’Anna, frazione di Caltabellotta. Altri divieti riguardarono Capistrello e Isola del Gran Sasso: contro quei provvedimenti venne presentato un ricorso, respinto dal Tar dell’Abruzzo.

Nell’ottobre dello stesso anno il questore di Salerno vietò un concerto a Eboli per ragioni di ordine e sicurezza pubblica. Anche in quel caso tornarono al centro della discussione i testi contro i collaboratori di giustizia e i riferimenti al carcere duro.

 

Quando il mafioso diventa la vittima

Il caso De Martino si inserisce in un fenomeno raccontato pochi anni fa nel libro La mafia che canta. I neomelodici, il loro popolo, le loro piazze, scritto da Calogero Ferrara e Francesco Petruzzella per Zolfo Editore.

La premessa è necessaria: non tutta la musica neomelodica è mafiosa. Il genere comprende artisti e produzioni che non hanno nulla a che vedere con la criminalità organizzata. Confondere tutto sarebbe falso e fin troppo facile.

Esiste, però, una parte di questo mondo che da anni prende in prestito parole, simboli e valori delle mafie. Non sempre attraverso un’appartenenza criminale. Più spesso mediante un immaginario condiviso.

Il boss viene raccontato come un uomo rispettato, generoso e legato alla famiglia. Il carcere diventa una persecuzione. L’omertà viene chiamata lealtà. Il collaboratore di giustizia non è una persona che rompe il muro mafioso, ma un traditore che vende gli amici.

Dalla narrazione spariscono le vittime, gli omicidi, le estorsioni, il traffico di droga e il controllo violento del territorio. Rimane soltanto il dolore dell’uomo detenuto, lontano dai figli e abbandonato da chi ha deciso di parlare.

È una mafia ripulita, sentimentalizzata e infine trasformata in prodotto popolare.

 

Da “zio Totò” alle dediche per il 41 bis

Uno degli esempi siciliani più espliciti è quello di Alfredo Di Martino, da non confondere con Daniele. In alcuni suoi brani Salvatore Riina viene chiamato affettuosamente “zio Totò” e celebrato come un uomo d’onore, quasi fosse un personaggio epico.

Il capo di Cosa nostra non viene ricordato per le stragi, gli omicidi e il terrore imposto alla Sicilia. Diventa un uomo carismatico, rispettato e degno di ammirazione. La storia viene cancellata e sostituita dal mito.

C’è poi Niko Pandetta, cantante e trapper catanese, nipote del boss Salvatore “Turi” Cappello, detenuto al 41 bis. Pandetta ha dedicato una canzone allo zio e durante alcune esibizioni ha rivolto dediche ai detenuti sottoposti al carcere duro.

 

La mafia ha bisogno anche di una colonna sonora

La mafia non vive soltanto di armi, droga, appalti ed estorsioni. Per sopravvivere ha bisogno di essere accettata, giustificata e qualche volta persino ammirata.

Ha bisogno di un racconto nel quale il boss sia un uomo forte che aiuta il quartiere, lo Stato un nemico lontano e chi collabora con la giustizia un infame. Una parte della musica neomelodica offre proprio questo racconto, confezionandolo con melodie immediate, storie familiari e ritornelli capaci di raggiungere milioni di persone.

Non significa che chi ascolta una di queste canzoni sia mafioso. Significa, però, che parole ripetute, condivise e trasformate in intrattenimento possono rendere familiare un sistema di valori che si inserisce nella cultura mafiosa.