Castelvetrano, dai 5 milioni di fatturato al crac in pochi mesi. La storia
Nel 2023 l’impresa olearia di Claudio Genco aveva registrato ricavi per oltre 5,3 milioni di euro. Nell’aprile del 2024 è arrivata la liquidazione giudiziale, con quasi 1,9 milioni di debiti e appena 65 mila euro di attivo. Nel mezzo, secondo la Procura, una serie rapidissima di operazioni societarie e finanziarie.
Un’azienda che fattura più di cinque milioni di euro. Poi, quasi all’improvviso, il vuoto.
Quando il Tribunale di Marsala dichiara la liquidazione giudiziale della ditta individuale di Claudio Genco, il 4 aprile 2024, il quadro è sorprendente: un passivo accertato di oltre 1,9 milioni di euro e un attivo realizzato di appena 65.378 euro.
Il deficit supera così 1,8 milioni di euro.
Ma il punto centrale dell’indagine non è soltanto il dissesto. È ciò che sarebbe accaduto nei mesi immediatamente precedenti: quote societarie cedute, crediti trasferiti, immobili venduti, somme incassate e non più rintracciate nel patrimonio dell’impresa.
Tutto molto velocemente. Tra l’estate e il dicembre del 2023, mentre la crisi si avvicinava e la contabilità diventava sempre più difficile da ricostruire.
Cinque milioni di ricavi, poi restano 65 mila euro
Il dato che colpisce più di tutti riguarda il fatturato.
Nel 2023 la ditta di Claudio Genco, attiva nel settore della produzione e del commercio dell’olio, avrebbe registrato ricavi per 5.336.831 euro. Non proprio un’azienda ferma, dunque. Non una piccola attività ormai priva di mercato.
Eppure, quando viene aperta la liquidazione giudiziale, pochi mesi dopo, il patrimonio disponibile risulta quasi prosciugato.
A fronte di debiti per 1.900.498 euro, la procedura riesce a ricostruire un attivo di appena 65 mila euro. Una distanza enorme, che gli investigatori hanno cercato di spiegare seguendo i movimenti compiuti nei mesi precedenti al crac.
Il Gip parla di operazioni concentrate tra agosto e dicembre 2023, realizzate in una fase ormai vicinissima alla liquidazione giudiziale. Operazioni che, secondo il giudice, non sarebbero state occasionali, ma inserite in una strategia “consapevole” di sottrazione patrimoniale.
I quattro mesi decisivi
La sequenza temporale è impressionante.
Il 30 agosto 2023 Genco cede alla madre, Mariangela Ferracane, alcuni immobili situati a Castelvetrano. Il prezzo indicato nell’atto è di 128 mila euro, mentre il valore stimato dei beni è di circa 231 mila euro.
Il pagamento sarebbe avvenuto attraverso la compensazione con un presunto credito vantato dalla madre nei confronti del figlio. Ma la compravendita è stata successivamente dichiarata simulata dal Tribunale civile di Marsala.
Gli immobili sono quindi rientrati nel patrimonio della liquidazione giudiziale e, proprio per questo, non sono compresi nel nuovo sequestro.
Ma quella degli immobili è soltanto una delle operazioni esaminate.
Pochi mesi dopo, nel dicembre 2023, comincia un rapido giro di quote e crediti tra società collegate a Genco e a Giuseppe Della Polla, indicato negli atti come figura centrale del circuito economico.
La quota da 574 mila euro ceduta senza pagamento documentato
L’11 dicembre 2023 Genco trasferisce la propria partecipazione del 27,23% nella società agricola Le Contrade alla Servizi Agricoli Siciliani.
Il prezzo dichiarato è di 574.600 euro.
Una somma consistente. Il problema, secondo gli investigatori, è che non sarebbe stato trovato alcun pagamento effettivo. Nessun bonifico, nessun movimento bancario, nessun documento capace di dimostrare che quei 574 mila euro siano realmente entrati nel patrimonio di Genco.
La cessione, dunque, sarebbe rimasta soltanto sulla carta: la quota esce dal patrimonio dell’imprenditore, ma il prezzo non entra.
Per il Gip si tratta di un’operazione che avrebbe prodotto un immediato impoverimento della garanzia patrimoniale destinata ai creditori.
Una partecipazione da quattro milioni ceduta per mille euro
Sempre l’11 dicembre 2023 avviene un’altra operazione.
Genco trasferisce a Giuseppe Della Polla la propria partecipazione nella Servizi Agricoli Siciliani. Il valore nominale della quota è indicato in quattro milioni di euro.
Il prezzo della cessione? Mille euro.
Anche in questo caso, il decreto evidenzia che non sarebbe stato rinvenuto alcun pagamento. Mancano inoltre, secondo il giudice, elementi capaci di spiegare economicamente una differenza tanto clamorosa tra il valore nominale della partecipazione e la cifra dichiarata nell’atto.
Naturalmente il valore nominale di una quota non coincide necessariamente con il suo valore reale di mercato. Ma la sproporzione, unita alla mancanza di documentazione bancaria e alla vicinanza temporale con il dissesto, ha attirato l’attenzione della Procura.
In sostanza, una partecipazione formalmente valutata milioni di euro sarebbe passata di mano per il prezzo di uno scooter usato. E senza che si trovi traccia neppure di quello.
I crediti ceduti tra Castelvetrano e Caracas
Il giorno successivo, il 12 dicembre 2023, vengono trasferiti due crediti.
Il primo, da 319.042 euro, viene ceduto alla società venezuelana Complejo Industrial Licorero del Centro, la Cilcca, attraverso la Estelar Trading Incorporated, società con sede alle Barbados.
Il secondo, da 292.310 euro, viene ceduto alla società Le Contrade.
Anche qui il provvedimento solleva numerosi dubbi. Nel caso del credito verso Cilcca, non sarebbe stata trovata documentazione sufficiente a dimostrarne con chiarezza l’origine, l’entità e l’effettiva esistenza.
Gli investigatori avrebbero rintracciato soltanto un precedente rapporto commerciale risalente al 2019 e relativo a una somma inferiore.
Nel caso di Le Contrade, invece, la cessione sarebbe stata giustificata con una compensazione legata a una presunta richiesta di risarcimento da oltre 574 mila euro. Ma agli atti non risultano, secondo il decreto, diffide, cause, contestazioni o altri documenti capaci di dimostrare concretamente quella pretesa.
Due crediti escono quindi dal patrimonio di Genco. Il corrispettivo, ancora una volta, non si vede.
Il milione e 400 mila euro per l’olio mai consegnato
Poi c’è la parte più consistente del sequestro: 1,4 milioni di euro.
Secondo la ricostruzione investigativa, nel corso del 2023 la società Olio di Sicilia avrebbe versato a Genco diverse somme come anticipo per la fornitura di olio.
Si parla inizialmente di trenta autobotti per 560 mila euro. Poi di un ulteriore pagamento di 200 mila euro e, infine, di altri 840 mila euro per quattro autobotti.
Le forniture, però, non sarebbero mai state eseguite.
Nel settembre del 2023 Genco avrebbe emesso un assegno da 1,2 milioni di euro per restituire almeno una parte delle somme. L’assegno sarebbe risultato privo, totalmente o parzialmente, della necessaria copertura.
Un successivo accordo transattivo, sottoscritto nell’ottobre dello stesso anno, non avrebbe portato al recupero del denaro.
La Procura sostiene che una parte rilevante delle somme sarebbe passata sul conto personale di Genco e sarebbe stata utilizzata per finalità non immediatamente riconducibili alle forniture commerciali promesse.
Quando arriva la liquidazione giudiziale, quel denaro non viene consegnato al curatore e non viene ritrovato nel patrimonio dell’impresa.
La contabilità che diventa nebbia
A rendere ancora più difficile la ricostruzione c’è il problema dei documenti contabili.
Proprio a causa del volume d’affari raggiunto nel 2023, la ditta avrebbe dovuto adottare, dal gennaio del 2024, il regime di contabilità ordinaria.
Secondo il decreto, però, sarebbero stati consegnati soltanto registri Iva, fatture del 2023 e alcuni mastrini incompleti.
Mancano il libro giornale, il libro degli inventari, il registro dei beni ammortizzabili, i registri dei corrispettivi e parte della documentazione bancaria.
Nel febbraio del 2025 Genco avrebbe annunciato che avrebbe consegnato i libri contabili relativi agli anni dal 2019 al 2024. Ma quella documentazione non sarebbe mai arrivata.
Il risultato è che il curatore e gli investigatori non sono riusciti a ricostruire completamente i movimenti finanziari, i rapporti tra le società coinvolte e la destinazione finale delle somme incassate.
Non una semplice contabilità disordinata, secondo il Gip, ma un’assenza di documentazione strettamente collegata alle operazioni patrimoniali contestate.
Un patrimonio spostato prima che arrivassero i creditori
È questo, in fondo, il cuore dell’inchiesta.
Non soltanto un’azienda che entra in crisi. Ma un’impresa che, mentre si avvicina al dissesto, vede uscire dal proprio patrimonio quote, crediti, immobili e denaro.
Una quota da 574 mila euro ceduta senza che risulti il pagamento. Una partecipazione dal valore nominale di quattro milioni trasferita per mille euro. Crediti per oltre 600 mila euro spostati tra società italiane ed estere. Un milione e 400 mila euro ricevuto per olio mai consegnato e non ritrovato nei conti aziendali.
Tutto nel giro di pochi mesi.
Il sequestro disposto dal Gip serve adesso a congelare ciò che resta di quei valori: denaro, quote societarie e crediti, evitando che possano essere ulteriormente trasferiti o dispersi.
Il procedimento si trova ancora nella fase delle indagini preliminari. Le accuse dovranno essere verificate nel contraddittorio tra le parti e tutti gli indagati devono essere considerati innocenti fino a un’eventuale sentenza definitiva di condanna.
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