“L’ho fatto per il suo bene”. il caso del cane a catena a Triscina, le idee errate e la realtà penale
La vicenda avvenuta recentemente a Triscina di Selinunte è questa: un signore ha punito la sua cagnolina, tenendola a catena in un terrazzo, per 45 minuti. La colpa di Jenny, un pastore tedesco di 15 mesi, sarebbe stata quella di aver mangiato un tappeto. Un vicino però ha girato un video che il noto attivista animalista Enrico Rizzi ha diffuso nelle sue pagine social, provocando l’immaginabile indignazione e l’intervento di Asp e polizia municipale.
Il sindaco ha poi dichiarato che gli agenti “hanno disposto gli interventi necessari affinché venissero ripristinate le corrette condizioni di custodia e di benessere del cane”. Che tradotto fa: gli hanno detto di non metterlo più a catena.
Un giornale locale ha poi pubblicato una video intervista con il proprietario dell’animale, il signor Alesi, che ammette di averlo legato per punirlo, ma che i veterinari dell’Asp avrebbero confermato con documenti ufficiali le perfette condizioni di salute di Jenny, regolarmente microchippata e vaccinata. Insomma, il messaggio dell’intervista alla fine è che si sia esagerato, scambiando una punizione per un caso di maltrattamento: “Mentre nessuno si indigna se un rubinetto comunale resta aperto a correre acqua per una settimana – ha spiegato il direttore di Castelvetrano news - ci si è indignati per un cane legato momentaneamente dal proprietario”. Per altro intorno alle sette e mezzo del mattino, in base a quanto dichiarato dal signor Alesi.
Dalle immagini del video però emerge un orario molto diverso: le ombre indicano che il fatto si sia invece verificato tra le 13,30 e le 14,30. Una differenza di sei ore che non è un dettaglio trascurabile. Se alle 7:30 del mattino le temperature sono ancora miti, nel primo pomeriggio di una giornata in pieno agosto, ci saranno stati più di 30 gradi. Esporre un cane al sole diretto per 45 minuti in quella fascia oraria non può che aumentare drasticamente il rischio di uno stress termico o di un colpo di calore. Soprattutto se l’animale non ha nemmeno dell’acqua a disposizione.
Certo, i veterinari dell’Asp hanno accertato che era in buona salute. Questo però non esclude il reato di maltrattamento, ci dice soltanto che il cane non ne presentava i segni. E qui entriamo nella polemica che forse si allontana da come si sono svolti i fatti. Sì, perché il punto non è stabilire se il signor Alesi sia uno che maltratta i cani oppure no, ma capire se l’episodio in sé abbia dei risvolti penali.
Intanto, con ogni evidenza, c’è un illecito amministrativo: dal primo luglio del 2025 la legge vieta di tenere gli animali a catena. E la multa va dai 500 ai 5.000 euro. Non si può e basta, senza limiti minimi di tempo, tranne che per documentate ragioni sanitarie certificate da un veterinario o per temporanee esigenze di sicurezza.
Poi, con altrettanta evidenza, c’è il risvolto penale: il comportamento del proprietario integra in modo immediato una condotta penalmente rilevante. Resta semmai da appurare, in sede giudiziaria, se il reato debba essere qualificato come detenzione incompatibile (Art. 727 c.p.) o come maltrattamento di animali (Art. 544-ter c.p.).
Probabilmente, proprio perché sul cane l’Asp non ha rilevato conseguenze di quell’esposizione prolungata al sole, sarà molto difficile dimostrare il maltrattamento. Anche perché, nel video diffuso, l’eventuale presenza di una ciotola d’acqua potrebbe essere stata occultata da un muro. In ogni caso, rimarrebbe la detenzione incompatibile. Poi, sui social si può fare polemica all’infinito, ma la legge in proposito è molto chiara. E al di là dell’aspetto giuridico, un paio di considerazioni diventano necessarie.
La prima è che i cani associano un premio o un rimprovero solo a ciò che stanno facendo nell’esatto secondo in cui avviene. La punizione data dopo (ammesso che abbia senso legarlo alla catena sotto il sole) non produrrà alcuna associazione col tappeto masticato. Senza contare il fatto che manca la capacità di comprendere concetti astratti come quello di vendetta o di colpa. Insomma, il rimprovero avrebbe funzionato soltanto con un fermo “No!”, una volta colto sul fatto.
La seconda considerazione è che appare davvero pretestuosa e contraddittoria la giustificazione del signor Alesi, quando dice di averlo legato fuori, per avere il tempo di raccogliere i pezzi di plastica, nel timore che l’animale potesse ingerirli e poi ricorrere all’intervento veterinario. Un’affermazione che non ha molto senso, anche alla luce di quell’osso che Jenny stava sgranocchiando durante l’intervista. E’ da più di trent’anni infatti che la medicina veterinaria sconsiglia di dare gli ossi ai cani, perché possono spezzarsi in frammenti appuntiti e taglienti, perforare le pareti di esofago, stomaco e intestino, causando peritoniti e richiedendo – in quel caso sì - interventi chirurgici per salvargli la vita.
Per finire, noi non pensiamo affatto che bisognerebbe indignarsi di più per un rubinetto comunale aperto da una settimana. Un conto è un disservizio, un altro un reato contro chi non può difendersi. E la buona fede non può essere una scusante assolutoria.
Egidio Morici
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