La mafia e le elezioni, parla Papania
Per la prima volta entra direttamente nel merito dell’accusa che lo ha portato a processo. Nino Papania prende la parola davanti ai giudici del Tribunale di Trapani e prova a smontare, punto per punto, la ricostruzione della Procura antimafia sul presunto voto di scambio politico-mafioso alle Regionali del 2022.
Lo fa con dichiarazioni spontanee, senza sottoporsi all’esame delle parti. E mette al centro della sua versione tre affermazioni: non conosceva Giosuè Di Gregorio, non conosceva Francesco Coppola e non avrebbe mai concordato con esponenti mafiosi la raccolta di voti per Angelo Rocca.
È uno dei passaggi più importanti finora del processo “Eirene”.
Papania prende la parola
L’udienza del 23 giugno si è celebrata davanti al collegio presieduto dal giudice Franco Messina, con Lucia Fontana e Oreste Fabio Marroccoli giudici a latere. Per l’accusa erano presenti i pm Pier Angelo Padova e Maria Pia Ticino. Papania, agli arresti domiciliari con braccialetto elettronico, era presente in aula.
Alla fine dell’udienza chiede di parlare.
«Desidero fare delle dichiarazioni spontanee in merito a questo processo, in particolare riguardo al presunto voto di scambio per le elezioni regionali siciliane del settembre 2022».
E parte proprio dalla campagna elettorale.
“Rocca non aveva nessuna possibilità di essere eletto”
Papania conferma di avere sostenuto Angelo Rocca e Giuseppe Hopps nella lista del Movimento per le Autonomie. Spiega che il progetto politico era quello di chiudere le esperienze di Via e Ora Sicilia per confluire nel movimento di Raffaele Lombardo.
Ma soprattutto insiste su un punto: secondo lui Rocca non aveva realisticamente possibilità di ottenere un seggio.
Ricorda che il Movimento per le Autonomie raccolse circa 10 mila voti e Rocca 3.360 preferenze. Numeri, sostiene Papania, comunque insufficienti per conquistare uno dei cinque seggi trapanesi.
E racconta di avere persino invitato Rocca a non investire troppo nella campagna:
«Dissi allora a Rocca: non spendere molti soldi per questa campagna elettorale, limitati a qualche spesa voluttuaria, qualche pubblicità, qualche pizza, niente di importante».
È evidente la tesi difensiva sottostante: perché cercare un accordo mafioso per un candidato che, secondo lo stesso Papania, non aveva alcuna possibilità concreta di essere eletto?
Il ruolo di Perricone: “Gli chiesi qualche centinaio di voti”
Papania, però, non nega di essersi mosso per raccogliere consenso.
E conferma un passaggio importante dell’inchiesta: fu lui a coinvolgere l’ex vicesindaco di Alcamo Pasquale Perricone.
«Con Pasquale Perricone ho un’antica amicizia», dice. E aggiunge di averlo cercato per coinvolgerlo nella campagna elettorale e raccogliere «qualche centinaia di voti» per Rocca.
Secondo Papania, Perricone gli avrebbe risposto di avere già deciso autonomamente di sostenere il candidato, che conosceva personalmente.
È sul passaggio successivo, quello dei soldi e dei rapporti con Giosuè Di Gregorio, che le versioni si separano nettamente.
I 1.500 o 2.000 euro
Papania sostiene che Perricone non gli avrebbe mai parlato della richiesta di un contributo da 1.500 o 2.000 euro per organizzare incontri elettorali.
E aggiunge che, anche se quella richiesta gli fosse stata prospettata, non vi avrebbe visto di per sé nulla di illecito:
«Tanti sono coloro che si aspettano un contributo per organizzare eventi elettorali, ma nulla a che vedere con i fatti che qui mi sono contestati».
Il punto è centrale perché proprio intorno al denaro, agli incontri organizzati durante la campagna elettorale e alla raccolta dei voti ruota una parte dell'accusa di scambio elettorale politico-mafioso.
“Di Gregorio? L’ho conosciuto in carcere”
Poi arriva Giosuè Di Gregorio.
Per l’accusa è uno dei personaggi centrali del sistema ricostruito dall’indagine “Eirene”. Papania, invece, sostiene che all’epoca dei fatti non sapesse neppure chi fosse.
«Non conoscevo nemmeno di vista il signor Di Gregorio, poi l’ho visto nel carcere di Pagliarelli, e nemmeno ne conoscevo l’esistenza».
E ancora:
«Non ci siamo mai incontrati e mai abbiamo concordato nulla di nulla».
La dichiarazione si inserisce nella linea già seguita dalla difesa nel corso del dibattimento: distinguere ciò che altri dicevano di Papania dall’esistenza di un rapporto diretto tra l’ex senatore e gli esponenti ritenuti mafiosi.
E Francesco Coppola?
Stesso discorso per Francesco Coppola, altro imputato del processo e figura centrale nella ricostruzione della Dda sulla mafia alcamese.
Papania afferma di non averlo mai conosciuto.
Ammette però una contraddizione rispetto al suo interrogatorio di garanzia: in quella occasione aveva detto di sapere dai giornali che Coppola fosse mafioso. Adesso sostiene di avere successivamente appreso, sempre dalla stampa, che Coppola sarebbe stato incensurato.
Papania attribuisce quella precedente risposta alla condizione in cui si trovava dopo l'arresto: «Questo per dire cosa si prova quando una persona è sbattuta in galera e deve leggere poche carte per capire che cosa è successo e di cosa deve rispondere».
La cena di Trapani e gli “spacciatori”
C’è poi la cena organizzata a Trapani durante la campagna elettorale.
Papania racconta che Rocca gli riferì di avere partecipato all’incontro, di avere pagato la cena e che tra gli invitati c'erano Paolo Messina e altre persone che gli erano sembrate «degli spacciatori».
Ma sostiene di non avere saputo della presenza di Di Gregorio.
Dice di averlo appreso soltanto successivamente da Davide Piccichè. Sempre Piccichè gli avrebbe poi raccontato dei rapporti tra Di Gregorio e Francesco Coppola e del fatto che quest’ultimo veniva indicato come «quello di via Veneto».
La frase più difficile: “Ci hanno fatto buttare 2.000 euro per prendere 30 voti”
Ed eccoci a uno dei passaggi più delicati.
Agli atti c'è una conversazione nella quale Papania, parlando con Piccichè, dice:
«Questo Giosuè e questo di Via Veneto ci hanno fatto buttare 2.000 euro per prendere 30 voti».
È una frase che, letta isolatamente, pesa. E Papania prova a darle una spiegazione.
Subito dopo, ricorda, criticava Perricone perché dopo «50 anni che fa politica» non sarebbe riuscito a raccogliere cento voti. E lo definiva in dialetto «nuddu miscatu con nente».
Secondo Papania, quell'espressione era rivolta esclusivamente a Perricone e non a Di Gregorio o Coppola. Quanto alle altre parole, le definisce sostanzialmente uno sfogo, «parole da senfuggite», pronunciate in un contesto di confidenza.
Ed è qui che si concentra uno dei nodi che il processo dovrà sciogliere: quelle conversazioni dimostrano la consapevolezza di un accordo per procurare voti oppure sono, come sostiene Papania, commenti successivi su iniziative elettorali organizzate da altri?
Sarà il Tribunale a stabilirlo.
“Mai avuto rapporti con mafiosi”
La conclusione delle dichiarazioni spontanee è netta.
Papania rivendica la propria storia politica e parlamentare e sostiene di essere stato per oltre vent'anni oggetto di indagini e intercettazioni senza che siano mai stati dimostrati rapporti con Cosa nostra.
«Non ho mai conosciuto o avuto rapporti con mafiosi».
Fa anche riferimento ad altri nomi emersi nelle indagini sulle campagne elettorali, sostenendo di avere avuto conoscenze indirette senza essere consapevole di eventuali problemi giudiziari delle persone citate.
E chiude ribadendo di non avere «mai fatto nulla contro i valori di legalità e di giustizia».
Non solo Papania: cosa è successo nell’udienza
Quella del 23 giugno è stata un’udienza significativa anche per altre posizioni.
È stato esaminato l’imputato Giuseppe Sciacchitano, che ha ricostruito il proprio rapporto con Francesco Coppola come un rapporto di amicizia familiare. Ha raccontato di averlo accompagnato numerose volte al Bis Bar di Alcamo e per visite mediche, negando di avere partecipato a incontri illeciti.
Alla domanda della difesa di Papania, Sciacchitano ha inoltre dichiarato di non avere mai visto l’ex senatore al Bis Bar né insieme a Coppola o a Di Gregorio.
È stato sentito anche Vito Asta, teste della difesa di Perricone. Ha confermato la lunga amicizia con l’ex vicesindaco e ha raccontato che, durante la campagna per le Regionali, Perricone gli chiese se poteva dare «una mano d’aiuto, qualche voto a Rocca». Asta ha riferito di avere rifiutato perché aveva già assunto altri impegni politici.
Adesso il processo riparte a settembre
Con le dichiarazioni di Papania si chiude, dunque, una fase importante del dibattimento. Ma non il processo.
Il presidente Franco Messina ha fissato tre udienze a settembre, l’8, il 22 e il 29, destinate in particolare ai testi delle difese. Il verbale registra formalmente il rinvio del procedimento all’8 settembre 2026 alle 9.30.
Dopo mesi nei quali a parlare sono stati investigatori, intercettazioni, testimoni e altri imputati, adesso nel processo “Eirene” c’è anche la versione di Nino Papania.
Una versione semplice nella sua impostazione: ho fatto politica, ho cercato voti, ho chiesto a Perricone di aiutare Rocca. Ma non sapevo che dietro quei voti ci fossero – se c'erano – uomini di mafia. E con loro non ho mai stretto alcun patto.
È esattamente questo il confine sul quale si gioca l’accusa di voto di scambio politico-mafioso. E sarà il processo a stabilire da quale parte di quel confine si trovassero i fatti.
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