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14/08/2026 06:00:00

L'illusione di capire: se persino Salvini canta De André

di Katia Regina

 

Esiste una spiegazione squisitamente scientifica per cui ciascuno di noi, almeno una volta nella vita, si è ritrovato a cantare il ritornello di un brano di cui non capiva una singola parola. Che si tratti di un pezzo in inglese storpiato, di un canto fiammingo o di Crêuza de mä urlata a squarciagola senza masticare un solo fonema di dialetto genovese, il nostro sistema cognitivo funziona esattamente così: per pura sintonia primordiale.

 

Prima che la mente decodifichi la semantica di una frase, le neuroscienze ci insegnano che il cervello risponde all’altezza tonale, alla prosodia e al timbro della voce. È la risposta del circuito di ricompensa dopaminergico: l'amigdala e la corteccia uditiva primaria percepiscono il colore emotivo dei suoni, innescando una risonanza affettiva indipendente dal significato letterale. Amiamo una canzone per la vibrazione delle frequenze, per la grana fonica e per l'illusione di comprensione che essa produce. È un meccanismo fisiologico comune a tutti gli esseri umani: la musica ci accarezza i sensi, scavalca la ragione e ci fa credere di aver capito tutto, anche quando non abbiamo capito assolutamente nulla.

 

È l'unica chiave di lettura scientificamente valida e biologicamente compassionevole per interpretare l'approdo di Matteo Salvini sui prati dell’Agnata, in prima fila per la commemorazione di Fabrizio De André.

 

 

Il dibattito che ha infiammato la rete e la stampa – tra la garbata fermezza della giovane spettatrice che ha scelto di contestare la presenza del ministro, la mediazione dialogica di Dori Ghezzi, le reazioni di Paolo Fresu e la dura presa di posizione della nipote Alice De André – si è concentrato quasi interamente sulla legittimità o sull'opportunità di quella presenza. Ma soffermarsi sul diritto di sedere in prima fila rischia di sviare dall'aspetto più paradossale dell'intera vicenda. Non è una questione di "patenti politiche" né di censura democratica. La verità è molto più banale e riguarda proprio quel cortocircuito sensoriale che ci fa amare ciò che non comprendiamo.

Matteo Salvini ama Fabrizio De André per la stessa identica ragione per cui un turista cantonese può commuoversi ascoltando una romanza lirica senza conoscere l'italiano. Se non fosse così, se vi fosse anche solo un briciolo di decodifica del testo, la collisione tra la narrazione politica del ministro e la poetica del cantautore provocherebbe una spaventosa esplosione cognitiva. Sarebbe un paradosso analogo a quello di un Benjamin Netanyahu che intona Imagine di John Lennon sotto un bombardamento, o di un Donald Trump che canta Streets of Minneapolis durante un concerto di Bruce Springsteen.

A dimostrazione di questa totale opacità semantica basta osservare la replica social con cui il ministro ha tentato di difendere la propria presenza, invocando la figura del «libero suonatore Jones a cui piaceva lasciarsi ascoltare. Da tutti».

 

Nel citare il Suonatore Jones, il ministro dimostra di aver recepito la melodia, ma di aver completamente smarrito il testo. Per Jones la libertà non è una concessione istituzionale né un perimetro protetto, ma un bene sottratto al calcolo e alla recinzione. Nel brano, De André fa dire al suo suonatore di aver visto la libertà dormire «nei campi coltivati a cielo e denaro, a cielo ed amore, protetta da un filo spinato», per poi vederla svegliarsi ogni volta che suonava. È un’immagine d’inaudita chiarezza: la libertà muore quando viene imbrigliata nella logica della proprietà, del confine e – letteralmente – del filo spinato. Usare quel personaggio per giustificare la presenza di chi ha fatto dei decreti di chiusura, dei blocchi e della contabilità delle frontiere la propria identità politica significa scambiare la poesia per un'assoluzione a buon mercato.

 

Se davvero il ministro mettesse alla prova la propria prassi quotidiana sui testi di Faber, l'incompatibilità sarebbe totale. La narrazione sovranista vive di sacralità del confine e di criminalizzazione dello straniero. De André ha edificato la sua opera sull'esatto opposto. Quando in Khorakhané cantava la civiltà rom – bersaglio d'elezione di campagne sulle "ruspe" e censimenti etnici – evocava un'identità che reca «il nome di tutti i battesimi» e fa di ogni nome «il sigillo di un lasciapassare / per un guado una terra una nuvola un canto / per la stessa ragione del viaggio viaggiare». È la consacrazione del diritto al movimento come condizione originaria dell'essere umano, l'antitesi di qualsiasi respingimento.

 

 

E quando in Smisurata preghiera invoca la benedizione per «i servi disobbedienti alle leggi del branco» e per «chi viaggia in direzione ostinata e contraria / col suo marchio speciale di speciale disperazione», rivendicare il diritto di godersi in prima fila l'elogio della disobbedienza mentre si incarna la legge del branco significa confermare che la mente sta ascoltando solo la musica, schermando completamente le parole.

 

Sarebbe tuttavia fin troppo comodo usare De André come un bastone da scagliare contro gli avversari politici, dimenticando che la sua lezione è un monito spietato rivolto a chiunque. La tentazione dell'autoassoluzione rischia di travolgere anche chi oggi si erge a custode dell'ortodossia faberiana. Nessuno di noi è davvero all'altezza della sua poetica; troppo spesso rimaniamo prigionieri dei medesimi risentimenti che critichiamo, finendo – come nella Ballata degli impiccati – per «coltivare per tutti un rancore che ha l'odore del sangue rappreso».

 

Il vertice indiscusso di questa intransigenza poetica sta nel Testamento di Tito, dove di fronte alla tragedia del Golgota De André incide versi che gelano il sangue, ricordando che guardando la fine del Nazareno «un ladro non muore di meno». Mettere sullo stesso piano la sofferenza del Cristo e l'agonia del delinquente giustiziato al suo fianco è un atto di pietà così spaventoso da demolire qualsiasi gerarchia penale, morale o di tifoseria. È una vetta umana a cui nessuno di noi riesce ad arrivare.

Salvini ama De André semplicemente perché non lo capisce, ed è una fortuna per lui: se ne comprendesse il senso, non potrebbe ascoltarlo senza tremare. Quanto a noi, prima di distribuirci patenti di purità sul prato dell'Agnata, faremmo bene a ricordare che la poesia di Faber non offre assoluzioni a nessuno, ma resta uno specchio inflessibile davanti al quale siamo tutti irrimediabilmente coinvolti.

 

Consigli per la lettura: per non cascare nella trappola del nostro sistema cognitivo, leggiamo il testo del Testamento di Tito, senza il tranello della musica.


 

Non avrai altro Dio all'infuori di me/Spesso mi ha fatto pensare/Genti diverse venute dall'est/Dicevan che in fondo era uguale

Credevano a un altro diverso da te/E non mi hanno fatto del male/Credevano a un altro diverso da te/E non mi hanno fatto del male

Non nominare il nome di Dio/Non nominarlo invano/Con un coltello piantato nel fianco/Gridai la mia pena e il suo nome

Ma forse era stanco, forse troppo occupato/E non ascoltò il mio dolore/Ma forse era stanco, forse troppo lontano/Davvero lo nominai invano

Onora il padre, onora la madre/E onora anche il loro bastone/Bacia la mano che ruppe il tuo naso /Perché le chiedevi un boccone

Quando a mio padre si fermò il cuore/Non ho provato dolore/Quanto a mio padre si fermò il cuore/Non ho provato dolore

Ricorda di santificare le feste/Facile per noi ladroni/Entrare nei templi che rigurgitan salmi/Di schiavi e dei loro padroni

Senza finire legati agli altari/Sgozzati come animali/Senza finire legati agli altari/Sgozzati come animali

Il quinto dice non devi rubare/E forse io l'ho rispettato/Vuotando, in silenzio, le tasche già gonfie/Di quelli che avevan rubato

Ma io, senza legge, rubai in nome mio/Quegli altri nel nome di Dio/Ma io, senza legge, rubai in nome mio/Quegli altri nel nome di Dio

Non commettere atti che non siano puri/Cioè non disperdere il seme/Feconda una donna ogni volta che l'ami/Così sarai uomo di fede

Poi la voglia svanisce e il figlio rimane/E tanti ne uccide la fame/Io, forse, ho confuso il piacere e l'amore/Ma non ho creato dolore

Il settimo dice non ammazzare/Se del cielo vuoi essere degno/Guardatela oggi, questa legge di Dio/Tre volte inchiodata nel legno

Guardate la fine di quel nazzareno/E un ladro non muore di meno/Guardate la fine di quel nazzareno/
E un ladro non muore di meno

Non dire falsa testimonianza/E aiutali a uccidere un uomo/Lo sanno a memoria il diritto divino/E scordano sempre il perdono

Ho spergiurato su Dio e sul mio onore/E no, non ne provo dolore/Ho spergiurato su Dio e sul mio onore/E no, non ne provo dolore

Non desiderare la roba degli altri/Non desiderarne la sposa/Ditelo a quelli, chiedetelo ai pochi/Che hanno una donna e qualcosa

Nei letti degli altri già caldi d'amore/Non ho provato dolore/L'invidia di ieri non è già finita/Stasera vi invidio la vita

Ma adesso che viene la sera ed il buio/Mi toglie il dolore dagli occhi/E scivola il sole al di là delle dune/A violentare altre notti

Io nel vedere quest'uomo che muore/Madre, io provo dolore/Nella pietà che non cede al rancore/Madre, ho imparato l'amore



Native | 11/08/2026
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