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Il faccendiere è una figura che si cimenta in affari, traffici o manovre losche, spesso segrete e ai confini della legalità. Sovente agisce come mediatore o intermediario politico per risolvere situazioni complesse attraverso intrighi, corruzione o raccomandazioni. Tende a celarsi dietro le quinte della politica o dell’economia. Offre i suoi servigi per sbloccare problemi o tessere accordi usando metodi non ufficiali.
Nel Belpaese soggetti del genere sono stati Licio Gelli, Michele Sindona, Francesco Pazienza, solo per citarne alcuni. Le cronache giudiziarie di questi giorni hanno fatto emergere un altro elemento, di piccolo cabotaggio, con queste caratteristiche: Valter Lavitola.
Arrestato con l’accusa di essere uno dei mandanti, con l’aggravante del metodo mafioso, dell’attentato avvenuto nell’ottobre passato contro Sigfrido Ranucci, il conduttore di Report, si è dichiarato responsabile con questa motivazione: «Ho fatto mettere quella bomba perché Ranucci era in pericolo, era minacciato. Una bomba per il suo bene, per fargli alzare i livelli di protezione».
Lavitola ha lavorato come giornalista ed editore. Nel corso della sua carriera ha costruito una fitta rete di rapporti con il mondo della politica e dell’imprenditoria e ha spesso frequentato quella «zona grigia» che flirta con politica e affari.
Si è candidato alle Europee del 2004 con Forza Italia: con 54 mila voti non fu eletto. Nel 2008 ha poi ribadito di essere stato, insieme a Sergio De Gregorio, l’organizzatore della compravendita dei senatori per far cadere il governo di Romano Prodi e riconsegnare il Paese a Berlusconi. C’è una sentenza definitiva che lo ha stabilito, sia pur con la prescrizione in appello del reato di corruzione per il quale era stato condannato a tre anni insieme al leader di Forza Italia.
Fu lui a scovare per primo, ai Caraibi, un documento che collegava l’appartamento di Montecarlo al cognato dell’ex leader di An, Giancarlo Tulliani, vicenda che decretò la fine politica di Gianfranco Fini dopo il burrascoso divorzio dal Caimano.
Poi ricattò il Cavaliere sulla vicenda delle escort, sulla quale indagava la Procura di Bari. Berlusconi rifiutò, ma Lavitola fu condannato per tentata estorsione a due anni e otto mesi.
Ha patteggiato tre anni e otto mesi per la truffa sui finanziamenti pubblici all’editoria. Ha viaggiato su aerei di Stato. Alla fine, tra arresti e condanne definitive, si è fatto un bel po’ di carcere.
Il quesito, allora, è uno solo: appurato il suo spessore ridotto, c’è un altro mandante dietro il faccendiere Lavitola?
Vittorio Alfieri
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