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19/08/2026 00:00:00

Le Supplici di Eschilo a Segesta: la democrazia antica parla ancora alla Sicilia

Le Supplici rappresentano l'opera principale di una trilogia tragica di Eschilo. Una linea temporale di quasi 2.500 anni collega il Teatro di Dioniso, ad Atene (dove avvenne la rappresentazione inaugurale), al teatro di Segesta, dove Moni Ovadia e Mario Incudine sono stati artefici di una pregevole interpretazione dell'opera eschiliana.

 

Tutto inizia con un'invocazione a Zeus: le suadenti danze, ricche di pathos, delle Danaidi (figlie di Danao) si ergono al dio greco e, contemporaneamente, a Pelasgo (re di Argo), magistralmente interpretato da Moni Ovadia, capace, attraverso una miscellanea di neogreco e siciliano, di incarnare la figura del despota illuminato che, dopo una iniziale ritrosia ad accogliere le Supplici-Danaidi sul proprio territorio, infine propende per l'accoglienza, appoggiando la legittima causa di Danao (Paride Benassai) di sottrarre le proprie figlie alle grinfie dei cugini, intenzionati a rapirle e sposarle.

 

Danao, co-sovrano egiziano insieme al fratello, individua nella fuga dalla propria terra l'unica ancora di salvezza per proteggere le figlie. Tuttavia, l'incursione degli sgraditi parenti non tarda ad arrivare. Lo scontro dialettico tra Pelasgo e l'Araldo egizio sarà salvifico per le sorti delle giovani donne e, insieme, rappresenterà un momento di confronto con l'incursore stesso, che, tuttavia, non recederà dal proprio intento.

La parte musicale risulta centrale per la struttura di questa rappresentazione e difficilmente poteva essere altrimenti: Mario Incudine, polistrumentista e profondo conoscitore di canti popolari e musiche mediterranee, ha dato vita, attraverso strumenti musicali che rimandano a suggestioni sonore a cavallo tra il sud Europa e il mondo magrebino, a un'atmosfera ammaliante.

Hanno fortemente contribuito a ciò anche i costumi, 'azzeccatissimi', degli attori scelti da Elisa Sav (del corpo di ballo di Dario La Ferla in primis), grazie ai tessuti dai colori intensi che, sinuosi, seguivano l'esotico ancheggiare delle Danaidi, e le luci: intense e precise, capaci di far risaltare lo sfondo cromatico in una valle ricca di storia e bellezza come quella di Segesta.

 

La direzione di questa rappresentazione ha posto volutamente l'accento sulla modernità e sull'universalità del messaggio del grande drammaturgo greco. Se la trama de Le Supplici può risultare più scarna e lineare rispetto ad altre opere tragiche (in questo caso, grazie anche alla spiegazione di un Mario Incudine in versione voce narrante sul palco), tuttavia sono l'intensità persuasiva e la forza del linguaggio (anzi, dei linguaggi, con la loro vis semantica) a trainare la narrazione.

L'elemento catartico risiede proprio nella contaminazione e fusione dei registri linguistici, sottolineata dal lungo monologo in neogreco e siciliano di Ovadia. La democrazia stessa risiede nell'accoglienza e nel dialogo: essi ne rappresentano i pilastri.

 

Il tema dell'asilo, va da sé, risulta tanto attuale quanto ancestrale e perfettamente incasellato in un'ode a quelli che sono i pochi, veri e indiscutibili ingredienti per la pace tra i popoli, la libertà e la democrazia: l'apertura verso lo straniero, il superamento delle diffidenze, il dialogo, la comprensione e la condivisione.

Se la Grecia è culla di democrazia, dello stesso spirito noi siciliani dobbiamo essere intrisi, vista la straordinaria importanza e centralità della nostra terra nella cultura ellenistica.

 

Il finale, ricco di legittimo orgoglio siciliano espresso da Incudine, è un invito a ricordarci delle nostre vere origini etiche... e se alla fine dello spettacolo lo stesso Eschilo, nato a Eleusi (un villaggio vicino ad Atene) nel 525 a.C., sembra essere inserito erroneamente in terra di Sicilia, in realtà così non è: Eschilo morì in Sicilia, a Gela, nel 456 a.C., nella stessa terra che ha nel multiculturalismo la sua cifra caratterizzante e fondativa.

 

Giuseppe Giacalone



Native | 11/08/2026
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