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19/08/2026 18:00:00

Il cortocircuito del giornalismo nella vicenda Sigfrido Ranucci

Il cortocircuito del giornalismo nella vicenda Sigfrido Ranucci. L’ultimo, in ordine temporale, lo ha generato Il Tempo, quotidiano diretto da Daniele Capezzone, sui compensi dei colleghi della trasmissione Report. La reazione della redazione del programma di Rai3 non si è fatta attendere, con l’annuncio di una querela «per tutelare il proprio nome e il proprio lavoro, nei confronti de Il Tempo e di tutte le testate che riprenderanno le informazioni false e scorrette pubblicate».

 

Il modello di produzione adottato, con gran parte dei collaboratori a partita IVA, riduce i costi dell’azienda, dal momento che non dispone di un organico stabile. Nella retribuzione sono comprese anche le spese sostenute per la realizzazione dei singoli servizi. A ogni modo, a dipanare i dubbi potrebbe essere la Commissione parlamentare per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi.

 

Sul rapporto tra Lavitola e Ranucci, Luciano Violante, Pietro Grasso e Giuseppe Ayala hanno affermato che «Falcone non avrebbe cenato con Lavitola». Travaglio, sul Fatto Quotidiano, sostiene invece che Lavitola «lavorava solo nel governo di Giulio Andreotti».

Giovanni Falcone non lavorava per un governo, ma per lo Stato italiano. Fu tra gli ideatori della Direzione Nazionale Antimafia e delle Direzioni Distrettuali Antimafia, contribuì alla nascita della Direzione Investigativa Antimafia e promosse un più efficace coordinamento delle indagini, il rafforzamento degli strumenti legislativi contro la criminalità organizzata e della collaborazione con la giustizia. Un impianto normativo antimafia che, ancora oggi, rappresenta uno dei pilastri della legislazione italiana ed è stato preso a modello in numerosi Paesi.

 

Giovanni Falcone apparteneva e appartiene allo Stato. Anzi, forse sarebbe più corretto dire a quella parte sana dello Stato.

Infine, lo stesso Ranucci, che a oggi è una vittima dell’attentato pensato da Lavitola, viene descritto in un articolo — che vale la pena leggere — da Giacomo Di Girolamo, direttore della testata che mi ospita, come affetto da «una malattia molto più comune nel mestiere del giornalista: la vanità. Il confine che si perde tra una fonte e un amico, tra il conoscere il potere e sentirsi parte del potere».

Una vanità che, a mio avviso, si manifesta anche in questo post, dal titolo La voce che spaventa:

«Ho imparato, seguendo per anni il filo che lega Aldo Moro a Piersanti Mattarella, e Piersanti Mattarella a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che la storia italiana non uccide mai i suoi uomini migliori per debolezza: li uccide per eccesso di chiarezza. Muoiono tutti nello stesso modo, non tanto per la pallottola o per il tritolo, quanto per aver visto un attimo prima degli altri il disegno di cui erano parte, e per aver tentato, con l’ingenuità di chi crede ancora nella verità come in un bene comune, di raccontarlo a voce alta».

Questa vicenda rischia di depauperare ulteriormente la credibilità del giornalismo e dei giornalisti, anche di quelli che non portano i nomi di Capezzone, Travaglio o Ranucci.

 

Vittorio Alfieri



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