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21/08/2026 06:00:00

Vendemmia 2026, in Sicilia si raccoglie con le cantine ancora piene. E la crisi del vino non si cura solo con i ristori

La raccolta è già partita dal Trapanese. Ma nei serbatoi siciliani ci sono ancora quasi 2,7 milioni di ettolitri di vino e oltre la metà è concentrata proprio in provincia di Trapani. La Regione prepara 20-25 milioni per la distillazione di crisi. Il problema, però, è molto più grande: consumi che cambiano, rossi in difficoltà, costi elevati e produttori sempre più deboli nella formazione del prezzo.

 

La vendemmia 2026 in Sicilia è cominciata. Le prime forbici hanno tagliato i grappoli già a luglio nel Trapanese, partendo dalle varietà bianche più precoci. Le uve, dicono i primi riscontri, sono sane e le prospettive qualitative sono buone. Il problema è che il grappolo sta bene, il mercato molto meno.

Perché mentre nei vigneti si raccoglie, nelle cantine c'è ancora moltissimo vino della campagna precedente. E questa volta non siamo soltanto davanti al consueto allarme di mezza estate delle organizzazioni agricole. I numeri ufficiali spiegano che la questione esiste davvero.

Al 31 luglio 2026 negli stabilimenti enologici italiani risultavano 42,52 milioni di ettolitri di vino, il 6,9% in più rispetto allo stesso giorno del 2025. In Sicilia le giacenze erano pari a 2.690.094 ettolitri.

E c'è un dato che interessa molto da vicino la Sicilia occidentale: 1.406.607 ettolitri, più della metà delle scorte siciliane, si trovano in provincia di Trapani. Trapani è addirittura la settima provincia italiana per quantità di vino detenuto negli stabilimenti, dopo Treviso, Verona, Cuneo, Siena, Chieti e Firenze.

Insomma, la vendemmia nuova è arrivata mentre una parte importante di quella vecchia deve ancora trovare la strada del mercato.

 

Trapani, il cuore del problema

 

Il dato trapanese non sorprende, ma impressiona.

La provincia di Trapani continua ad essere il principale territorio vitivinicolo della Sicilia. Secondo l'ultimo quadro dell'Irvo, sulla media delle annate 2021-2024 il Trapanese ha prodotto circa 2,12 milioni di ettolitri di vino e mosto l'anno, pari al 42,3% della produzione regionale. Agrigento segue con il 32%, Palermo con l'11,6%. Le tre province della Sicilia occidentale concentrano dunque circa l'86% della produzione isolana.

Se si mette a confronto, con tutte le cautele necessarie, la giacenza attuale di Trapani con quella produzione media annuale, nei magazzini della provincia c'è oggi un volume equivalente a circa due terzi di un'annata media.

Naturalmente bisogna evitare un equivoco: giacenza non significa automaticamente vino invendibile o senza compratore. Nei serbatoi sono compresi anche vini in affinamento, prodotti già certificati, partite destinate all'imbottigliamento o quantità già impegnate commercialmente. Lo sottolineano le stesse organizzazioni cooperative, che invitano a non trasformare ogni ettolitro presente in cantina in un ettolitro “invenduto”.

Ma il problema resta. Quando le scorte crescono più rapidamente della capacità del mercato di assorbirle, aumentano le esigenze di stoccaggio, diminuisce la liquidità delle cantine e soprattutto cresce la pressione sui prezzi.

E alla fine della catena c'è sempre lui: il viticoltore.

 

La vendemmia è partita, ma il prezzo dell'uva fa paura

 

La vendemmia siciliana è stata tra le prime a partire in Italia. Già negli ultimi giorni di luglio Cantine Ermes aveva iniziato nel Trapanese la raccolta delle varietà bianche precoci. Le prime indicazioni parlavano di una buona qualità delle uve, anche se con rese potenzialmente inferiori a quelle di un'annata ordinaria.

È il paradosso del 2026: si può avere una buona vendemmia e contemporaneamente una pessima campagna economica.

Perché il valore dell'uva non dipende soltanto da quello che accade nel vigneto. Dipende anche da quanto vino c'è già nelle cisterne, da quanto ne chiedono i mercati, dalle disponibilità finanziarie delle cantine e dalle prospettive di vendita.

Ed è proprio qui che si concentrano le preoccupazioni.

Nell'Agrigentino il neo deputato regionale Luigi Salvaggio, eletto nel collegio di Agrigento e oggi nel gruppo Misto all'Ars, ha lanciato l'allarme per le cantine sociali del Canicattinese e del Menfitano, chiedendo distillazione di crisi, liquidità e controlli sui prezzi riconosciuti ai produttori.

La paura è semplice: se la cantina ha difficoltà a vendere il vino dell'anno scorso, quando arriva l'uva nuova cercherà inevitabilmente di contenere il costo della materia prima. E il prezzo rischia di scaricarsi verso il basso.

È il classico imbuto agricolo: tutti i problemi della filiera, prima o poi, finiscono nel conto del produttore.

 

 

 

Perché si beve meno vino

 

La crisi siciliana, naturalmente, non nasce tutta in Sicilia.

Il mercato mondiale del vino sta attraversando una trasformazione profonda. L'Organizzazione internazionale della vigna e del vino ha certificato per il 2025 un ulteriore indebolimento dei consumi globali, legato sia alle difficoltà economiche dei consumatori sia al cambiamento delle abitudini nei mercati maturi. Anche il commercio internazionale ha registrato una diminuzione sia nei volumi sia nel valore.

Non è dunque una semplice oscillazione di mercato.

Si beve meno, soprattutto in alcuni segmenti tradizionali. Le nuove generazioni hanno un rapporto diverso con l'alcol, crescono il consumo occasionale e la ricerca di prodotti più leggeri, mentre perdono terreno alcune tipologie di vino fermo, in particolare i rossi.

Ed è un tema che tocca direttamente la Sicilia, terra di grandi vitigni rossi e di una produzione cooperativa storicamente molto importante.

Nel frattempo sono aumentati energia, trasporti, carburante, fertilizzanti, manodopera e costi finanziari. Così può accadere che un vino venga venduto, ma a un prezzo insufficiente a remunerare davvero tutta la filiera.

È una differenza fondamentale: vendere non significa necessariamente guadagnare.

 

La Regione prepara 20-25 milioni per distillare il vino

 

È in questo quadro che torna la parola che nessun produttore ama particolarmente sentire: distillazione di crisi.

Il 7 luglio Legacoop Sicilia, Confcooperative, Unci e Unicoop Sicilia hanno incontrato l'assessore regionale all'Agricoltura Luca Sammartino. Dal Governo regionale è arrivato l'impegno a reperire tra 20 e 25 milioni di euro da inserire nella prossima manovra finanziaria per finanziare la distillazione straordinaria.

In pratica una parte del vino verrebbe ritirata dal mercato e trasformata in alcol destinato ad impieghi industriali o energetici.

L'obiettivo è semplice: togliere prodotto dalle cantine, liberare serbatoi e ridurre l'offerta per impedire che le eccedenze facciano precipitare ulteriormente i prezzi.

Non è la prima misura di contenimento. Per la campagna 2025/2026 la Regione aveva già destinato 10 milioni di euro alla vendemmia verde, cioè all'eliminazione dei grappoli prima della maturazione, proprio con l'obiettivo dichiarato di riequilibrare domanda e offerta.

Ora arriva la distillazione.

Solo che i soldi non sono ancora nelle casse delle cantine. Lo stanziamento dovrà trovare posto nella manovra regionale e passare dall'Ars.

E la vendemmia, intanto, non aspetta i tempi dell'Assemblea regionale.

 

Distillare serve. Ma non è una politica industriale

 

Qui sta il punto più delicato.

La distillazione di crisi può essere utile. In una fase eccezionale può evitare il collasso dei prezzi e consentire alle cantine di recuperare spazio e liquidità.

Ma se ogni vendemmia comincia discutendo di come distruggere o distillare una parte della produzione precedente, evidentemente qualcosa nel modello non funziona.

La stessa cooperazione ammette che l'intervento deve essere accompagnato da misure strutturali. Servono capitalizzazione delle cantine, programmazione produttiva, innovazione commerciale, promozione sui mercati esteri e capacità di creare maggiore valore.

Perché spendere decine di milioni per produrre vino e poi altri milioni per toglierlo dal mercato rischia di trasformarsi in una curiosa politica economica circolare: prima finanziamo la produzione, poi finanziamo la sua eliminazione.

Può essere necessario una volta. Non può diventare il piano industriale del vino siciliano.

 

Una regione enorme nei vigneti, molto meno nel valore

 

La Sicilia parte da una forza straordinaria.

Secondo l'Irvo conta 96.903 ettari di vigneto, il 14% della superficie vitata italiana. È la seconda regione del Paese dopo il Veneto. Ed è la prima in Italia per vigneto biologico, con 33.823 ettari.

È un patrimonio gigantesco.

Ma proprio qui emerge una delle contraddizioni del sistema siciliano: essere grandi produttori non significa automaticamente essere grandi creatori di valore.

Il vino siciliano ha compiuto negli ultimi trent'anni una trasformazione enorme. È cresciuta la qualità, sono cresciute le denominazioni, il Grillo è diventato un vitigno riconoscibile, il Nero d'Avola ha conquistato mercati internazionali, sono nate centinaia di etichette di alto livello.

Eppure una parte consistente della filiera continua a dipendere dalla vendita di vino sfuso o da produzioni nelle quali il margine economico rimane limitato.

Quando il mercato rallenta, è proprio quella parte della filiera a soffrire per prima.

 

Il problema dei rossi

 

C'è poi una questione dentro la questione: il vino rosso.

Il calo della domanda dei rossi non è una sensazione siciliana. È una tendenza internazionale di lungo periodo. Già l'Oiv aveva documentato come il consumo mondiale di vino rosso fosse diminuito sensibilmente rispetto ai primi anni Duemila, soprattutto nei grandi mercati europei.

Per la Sicilia questo significa interrogarsi non soltanto su quanto vino produrre, ma su quale vino produrre e per chi.

Non significa certo smettere di produrre Nero d'Avola o Perricone. Significa costruire intorno ai vitigni autoctoni un'identità e un valore che consentano di sottrarli alla battaglia sul prezzo.

Perché se un vino viene percepito come intercambiabile con decine di altri prodotti, alla fine vince chi costa meno. E su quella strada la viticoltura siciliana, con i costi europei del lavoro, dell'energia e delle regole ambientali, difficilmente può vincere.

 

Il prezzo dell'uva e quella legge che esiste già

 

Le richieste di Salvaggio richiamano anche un altro problema: il prezzo riconosciuto all'agricoltore.

In Italia la normativa sulle pratiche commerciali sleali è stata rafforzata nel 2024 stabilendo che i prezzi dei prodotti agricoli devono tenere conto dei costi di produzione. La norma, è bene precisarlo, non introduce automaticamente un “prezzo minimo di Stato”, ma impone che i costi abbiano un ruolo nella costruzione dei rapporti contrattuali della filiera.

È un passaggio decisivo.

Perché un'azienda agricola che vende stabilmente sotto costo non è un'azienda aiutata dal mercato: è un'impresa che sta trasferendo valore agli anelli successivi della filiera attraverso il proprio lavoro, i propri terreni e il proprio indebitamento.

E allora non basta stanziare un contributo quando i conti non tornano più.

Bisogna capire perché non tornano.

 

Il vizio dei ristori

 

Quello del vino è in fondo lo stesso problema che attraversa oggi buona parte dell'agricoltura siciliana.

Succede con il grano, per il quale la Regione ha annunciato altri 50 milioni di euro. Succede con alcuni comparti dell'ortofrutta. Succede quando il prezzo riconosciuto al produttore non riesce più a coprire carburante, irrigazione, manodopera e raccolta.

La politica interviene quasi sempre dopo.

Arriva il ristoro, il contributo straordinario, la compensazione, la misura emergenziale.

Sono strumenti che possono essere indispensabili. Ma il ristoro fotografa una sconfitta già avvenuta. Paga una parte del danno, non elimina la causa.

E soprattutto rischia di creare una pericolosa abitudine: l'agricoltore produce, il mercato non remunera, la politica mette una toppa e l'anno successivo si ricomincia.

Non può funzionare all'infinito.

 

Il vino deve produrre reddito, non soltanto ettolitri

 

La questione siciliana è allora molto più ambiziosa della distillazione di qualche centinaio di migliaia di ettolitri.

Bisogna spostare sempre di più il vino siciliano dalla quantità al valore.

Significa internazionalizzazione vera, non soltanto partecipazione alle fiere. Significa e-commerce, mercati asiatici, Nord Europa, turismo del vino, ristorazione, racconto dei territori, denominazioni più forti, controllo della filiera e investimenti sull'imbottigliato.

Significa anche interrogarsi sulla programmazione delle rese e, dove necessario, sulla stessa estensione produttiva.

La vendemmia verde è già una forma di regolazione dell'offerta. In altre regioni italiane e in altri Paesi europei si discute anche di riduzione delle rese e di estirpazione volontaria incentivata per riequilibrare i mercati.

Sono scelte dolorose, ma almeno affrontano la domanda fondamentale: quanto vino può assorbire il mercato e a quale prezzo?

 

E poi c'è il clima

 

Come se il mercato non bastasse, resta la variabile climatica.

Siccità, ondate di calore, fitopatie e fenomeni estremi rendono la produzione sempre più costosa e imprevedibile.

La vendemmia 2026 è partita presto proprio per l'accelerazione del ciclo vegetativo determinata dalle alte temperature.

Il viticoltore deve quindi sostenere maggiori costi per difendere il vigneto e contemporaneamente affrontare un mercato che gli chiede prezzi più bassi.

Un piccolo capolavoro di equilibrismo economico.

 

La vera domanda dopo la vendemmia

Nelle prossime settimane si parlerà molto della qualità delle uve 2026. Si discuterà di gradazioni, rese, acidità, Grillo, Chardonnay, Catarratto e Nero d'Avola.

Ma la domanda più importante arriverà dopo.

Quanto verrà pagata quell'uva?

Perché la Sicilia può avere quasi 97 mila ettari di vigneti, essere leader del biologico, produrre grandi vini e avere una tradizione millenaria. Tutto vero.

Ma se chi coltiva quei vigneti non riesce a ricavarne un reddito dignitoso, prima o poi smetterà di coltivarli.

Ed è questo il vero rischio.

Non perdere qualche ettolitro di vino.

Perdere i viticoltori.

La distillazione di crisi può svuotare qualche serbatoio. La politica agricola, però, dovrebbe evitare che ogni estate ci si ritrovi a chiedersi come svuotarlo.

 

E la crisi arriva fino a chi raccoglie l’uva

 

C’è poi un altro prezzo che rischia di scendere insieme a quello dell’uva: quello del lavoro nei vigneti.

In questi giorni sui gruppi social del Trapanese si discute anche delle paghe offerte per la vendemmia. Il dibattito è partito dalla domanda di una lavoratrice: «Ma voi ci andreste a fare la vendemmia per 50 euro al giorno?». Da lì decine di commenti: c’è chi considera accettabili 70 euro, chi sostiene che per un lavoro pesante, svolto sotto il sole, ne servano 80 o 90, chi ricorda quando negli anni Novanta la vendemmia consentiva davvero di mettere da parte qualche soldo.

Il punto interessante è che nelle discussioni emerge lo stesso cortocircuito raccontato fin qui. I viticoltori spiegano di ricevere sempre meno per l’uva e di non riuscire ad aumentare il costo della manodopera. I lavoratori rispondono che la crisi delle cantine non può essere pagata da chi trascorre ore tra i filari. E, in mezzo, diventa sempre più difficile trovare persone disponibili alla raccolta manuale.

C’è anche un dato che aiuta a mettere ordine nella discussione. Le tabelle retributive ufficiali dell’Ente Bilaterale Agricolo Territoriale di Trapani, in vigore dal primo giugno 2026 e sottoscritte dalle organizzazioni datoriali e sindacali, prevedono per gli operai agricoli a tempo determinato una retribuzione giornaliera che, a seconda dell’inquadramento, va da circa 73,77 euro nel livello più basso a 95,16 euro nel livello più alto. Dunque i 50 euro al giorno citati nelle discussioni social sono comunque inferiori alla retribuzione giornaliera prevista dalla tabella provinciale anche per il livello più basso. Il nuovo contratto nazionale degli operai agricoli, rinnovato nel maggio scorso, ha inoltre previsto un aumento delle retribuzioni del 3,4% dal primo giugno 2026 e un ulteriore 1,7% dal gennaio 2027.

Naturalmente non tutte le aziende pagano 50 euro e non tutte le giornate di vendemmia hanno la stessa durata o lo stesso inquadramento. I commenti raccolti sui social non sono una statistica. Sono però una spia di una tensione reale: se il prezzo dell’uva crolla, il produttore tenta di comprimere i costi; se il salario è troppo basso, il lavoratore semplicemente non va più in campagna. E allora arrivano la difficoltà nel reperire manodopera, la meccanizzazione dove è possibile e, nel peggiore dei casi, il rischio del lavoro irregolare.

Alla fine il problema è sempre lo stesso. Una filiera che non riesce a creare abbastanza valore comincia a contendersi quello poco che resta. La cantina dice di non poter pagare di più l’uva. Il viticoltore dice di non poter pagare di più chi la raccoglie. Il lavoratore dice che per quella cifra resta a casa.

E così la crisi del vino, partita dai serbatoi pieni, arriva fino alle forbici di chi taglia i grappoli.



Agroalimentare | 2026-08-20 00:15:00
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