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21/08/2026 08:39:00

Antonello, l'allarme scattò ma fu disattivato: trasferiti i quatto custodi

 L’allarme, a quanto emerge, aveva funzionato. Il problema è capire cosa sia successo subito dopo. Perché mentre al Museo regionale “Maria Accascina” di Messina i ladri impiegavano appena un paio di minuti per portare via alcune opere attribuite ad Antonello da Messina, qualcuno avrebbe considerato quel segnale un falso allarme. E lo avrebbe disattivato.

È uno dei passaggi più delicati dell’inchiesta sul clamoroso furto della sera di Ferragosto. Intanto una prima conseguenza amministrativa c’è già: i quattro custodi in servizio quella sera saranno trasferiti in altri siti dei Beni culturali.

Si tratta di due dipendenti regionali e due lavoratori Asu, attualmente in ferie forzate. Al loro rientro non torneranno al museo Accascina.

Il trasferimento, va precisato, non equivale all’accertamento di una responsabilità. Su eventuali colpe, omissioni o violazioni delle procedure bisognerà attendere gli esiti degli accertamenti interni e dell’inchiesta giudiziaria.

 

Il furto durato due minuti

La sera del 15 agosto i quattro addetti coprivano il turno dalle 19.30 alle 7.30.

Poco prima delle 21 almeno due persone, con il volto coperto da caschi integrali, sarebbero entrate nel museo da un accesso laterale. All’esterno altri complici avrebbero atteso la conclusione del colpo.

Le immagini della videosorveglianza mostrerebbero un’azione rapidissima: circa due minuti.

I ladri hanno staccato le cinque tavole superstiti del Polittico di San Gregorio e forzato la teca che custodiva la tavoletta bifronte con la Madonna e il Cristo in pietà.

Durante la fuga due pannelli sono stati abbandonati nei pressi della recinzione. All’appello mancano dunque tre tavole del Polittico e la tavoletta bifronte.

Un furto studiato, veloce, chirurgico. E proprio per questo adesso gli investigatori stanno cercando di capire quanto la banda conoscesse il museo, i suoi accessi e soprattutto le procedure di sicurezza.

 

L’allarme scattò, ma sarebbe stato disattivato

È qui che si concentra una parte importante degli accertamenti.

Secondo una prima ricostruzione, ancora da verificare, il sistema di allarme sarebbe entrato regolarmente in funzione. Uno dei custodi lo avrebbe però disattivato, ritenendo che si trattasse di un falso segnale.

Non solo. Gli addetti non avrebbero avvisato immediatamente le forze dell’ordine.

È un passaggio decisivo, ma sul quale bisogna ancora usare prudenza: saranno i registri elettronici, le immagini delle telecamere e le dichiarazioni dei presenti a stabilire con precisione cosa sia accaduto e in quale sequenza.

La prima chiamata al 112 sarebbe arrivata dall’esterno

C’è poi un altro elemento che rende la vicenda ancora più delicata.

La prima telefonata al 112, secondo quanto ricostruito finora, sarebbe arrivata alle 21.02 da una famiglia che aveva notato due tavole appoggiate sul muretto all’esterno del museo.

In pratica, a dare l’allarme sarebbero stati dei cittadini.

Una testimone ha inoltre riferito di avere avuto difficoltà nel contattare il museo e che due custodi sarebbero usciti dalla struttura circa venti minuti dopo l’arrivo della polizia.

Anche queste circostanze dovranno essere verificate attraverso tabulati, registrazioni delle chiamate e immagini della videosorveglianza.

 

Dove erano i custodi?

È la domanda che adesso dovrà trovare una risposta precisa.

L’inchiesta interna dovrà stabilire dove si trovassero i quattro addetti nel momento del furto, chi stesse controllando i monitor e quale fosse la procedura prevista dopo l’attivazione dell’allarme.

Bisognerà anche ricostruire la catena delle comunicazioni tra sala di controllo, direzione del museo, eventuale vigilanza privata e forze dell’ordine.

I registri del sistema di sicurezza potranno indicare l’orario esatto in cui è scattato il sensore, quale zona abbia generato il segnale e quando l’allarme sia stato disattivato. I fogli di servizio, invece, serviranno a capire quali compiti fossero stati assegnati a ciascun custode.

Solo mettendo insieme tutti questi elementi sarà possibile capire se ci sia stato un errore individuale, una violazione delle procedure oppure un problema più generale nell’organizzazione della sicurezza.

 

Possibile procedimento disciplinare

Il passaggio successivo sarà la relazione della direttrice del museo, Marisa Mercurio, al dipartimento regionale dei Beni culturali.

Da quella relazione potrebbe partire un procedimento disciplinare nei confronti dei quattro lavoratori. Le sanzioni, a seconda degli eventuali addebiti, possono arrivare fino al licenziamento.

I dipendenti avranno naturalmente la possibilità di fornire la propria versione dei fatti e contestare le accuse.

L’assessore regionale ai Beni culturali Francesco Scarpinato ha annunciato “tolleranza zero verso chi ha sbagliato”, chiarendo però che prima dovranno essere individuate con precisione eventuali inadempienze.

La Regione sta valutando anche l’ipotesi di introdurre forme di vigilanza armata nei musei siciliani.

 

L’inchiesta sul furto continua

Parallelamente all’indagine amministrativa proseguono gli accertamenti della Polizia e dei Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale, coordinati dalla Procura di Messina.

Gli investigatori stanno analizzando filmati, accessi e tracce lasciate dalla banda.

Resta soprattutto da capire se chi ha agito potesse contare su informazioni interne. Perché due minuti per entrare, individuare esattamente le opere, staccarle e fuggire non sono molti.

E in questa storia, più ancora di quello che è accaduto durante quei due minuti, potrebbe essere decisivo ricostruire cosa non è accaduto subito dopo il primo allarme.



Native | 11/08/2026
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