Il 4 settembre, con il superamento della soglia dei quattro anni consecutivi a Palazzo Chigi, Giorgia Meloni diventerà il presidente del Consiglio più longevo dell’Italia repubblicana. Un traguardo che assume un significato particolare perché è la prima donna alla guida di un governo della Repubblica Italiana e una leader cresciuta nella destra post-fascista.
Per tale ragione ha concesso una lunghissima e rara intervista, lo ha fatto con uno dei quotidiani più prestigiosi e popolari del mondo occidentale: il New York Times. Meloni motiva la propria longevità politica con una regola semplice: non dire mai ciò in cui non crede. «Sono una persona che si impone delle regole. La prima regola è che non dico mai qualcosa che non penso. Non c’è modo di farmi dire qualcosa in cui non credo: il mio cervello va in cortocircuito».
La sua carriera politica è iniziata a quindici anni, nella Garbatella romana dove è cresciuta, quando scelse di aderire alla destra post-fascista. Una scelta che lei stessa riconduce soprattutto all’indignazione per l’assassinio dei magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino nel 1992. E particolarmente all’esperienza di Borsellino, che da studente universitario a Palermo si iscrisse al FUAN, il Fronte Universitario d’Azione Nazionale, organizzazione vicina al Movimento Sociale Italiano, nel quale fu eletto rappresentante studentesco.
Ma dal suo ingresso in magistratura Borsellino mantenne un’assoluta indipendenza di pensiero e di azione: il suo credo fu la legge. I familiari e i collaboratori più stretti hanno più volte ribadito che il suo impegno antimafia appartiene all’intera nazione e non può essere ridotto o strumentalizzato da alcuna fazione politica.
Altri passaggi significativi della conversazione riguardano il rapporto con Donald Trump. Meloni racconta di aver immaginato un rapporto più semplice, anche alla luce delle posizioni condivise sull’immigrazione e sulla cultura woke: «Pensavo sarebbe stato più facile con lui». E aggiunge: «Continuo a credere nell’unità dell’Occidente».
Parole che raccontano una relazione diventata più complessa rispetto alle aspettative iniziali. La premier ha infatti ammesso che i due non si parlano da diverse settimane, pur ribadendo che la strategia italiana non può essere determinata dai rapporti personali con il presidente americano.
L’altro passaggio significativo è quello sul fascismo e sulla memoria ancora irrisolta. Meloni, che è stata capace di portare nel mainstream un partito post-fascista senza recidere completamente tutti i legami simbolici e identitari con quella tradizione, ha affermato: «Ovviamente, se oggi guardiamo a questa storia, è una cosa. Se l’avessimo osservata mentre ci trovavamo nel bel mezzo di essa, probabilmente l’avremmo vista in modo diverso, no?».
Infatti ha sempre evitato di definirsi antifascista.
Sorvolando sui socialisti e comunisti Matteotti, Pertini e Gramsci, nel contesto di quella storia ci furono anche uomini di Chiesa che pagarono con la vita o con la persecuzione la loro opposizione al fascismo. Don Giovanni Minzoni, parroco di Argenta, fu assassinato nel 1923 da una squadra fascista. Don Nilo Greco fu deportato in Germania. Don Giuseppe Tani, sospettato di favorire la Resistenza, venne arrestato dai fascisti, torturato e ucciso nel 1944. Don Emanuele Toso e don Giovanni Battista Bobbio, attivi nella Resistenza, furono arrestati e giustiziati dai repubblichini.
E poi don Luigi Sturzo, costretto all’esilio all’estero per sfuggire alle persecuzioni del regime.
Loro quelle pagine le hanno vissute. Hanno conosciuto il fascismo mentre si manifestava nella sua concreta realtà, nelle persecuzioni, nelle violenze, negli omicidi e nell’oppressione. E hanno compreso la volontà del Duce. Non l’hanno vista in modo diverso.
LORO, e non Giorgio Almirante, suo riferimento politico.
Vittorio Alfieri