Condor, Van Gogh, pizzini e mini-Dvd, così comunicava Matteo Messina Denaro
Trent'anni da latitante, ma tutt'altro che isolato. Matteo Messina Denaro parlava con le sorelle, riceveva notizie sulla madre, seguiva le vicende della figlia, intratteneva rapporti sentimentali, impartiva disposizioni e spostava lettere, denaro e oggetti. Tutto senza WhatsApp, senza mail e quasi sempre senza telefoni.
Aveva costruito una specie di internet mafioso completamente analogico. Pizzini, posta ordinaria, nomi in codice, appuntamenti nelle campagne, intermediari, filmati registrati e trasferiti su mini-Dvd. E protocolli di sicurezza da modificare ogni volta che sentiva avvicinarsi gli investigatori.
A più di tre anni dalla cattura del boss di Castelvetrano, avvenuta il 16 gennaio 2023 davanti alla clinica La Maddalena di Palermo, le inchieste sui suoi fiancheggiatori stanno restituendo una fotografia sempre più precisa del sistema che gli consentì di rimanere in contatto con il suo mondo durante la latitanza.
Ed è forse uno degli aspetti più interessanti dell'intera vicenda Messina Denaro: il boss non era affatto un uomo tagliato fuori dalla realtà. Era nascosto, ma comunicava moltissimo.
L'“Operazione Condor”
Uno dei sistemi aveva persino un nome: “Operazione Condor”.
Messina Denaro lo aveva battezzato così, dal nome del cane di famiglia. Dal 2019 almeno, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, Condor serviva per lo scambio materiale di lettere, oggetti e denaro.
Gli incontri avvenivano almeno un paio di volte l'anno in una proprietà di campagna della famiglia Messina Denaro a Castelvetrano, nella disponibilità della sorella Rosalia.
Il latitante poteva arrivare personalmente oppure servirsi di uomini fidati.
Era un sistema semplice. E proprio per questo difficile da intercettare: niente rete, niente account, niente dispositivo da localizzare. Solo persone, carta e appuntamenti.
Ma Messina Denaro era ossessionato dalla possibilità che gli investigatori riuscissero a vedere quello che accadeva attorno alla proprietà.
Le istruzioni alle sorelle Bice e Giovanna erano minuziose.
“Quando c'è Condor stacca sempre la corrente elettrica, stacca sempre tutto”, scriveva. E spiegava anche come riconoscere eventuali telecamere nascoste: bisognava cercare il foro dell'obiettivo, “rotondo o rettangolare”, staccare gli apparecchi e buttarli a terra.
Altro che vita da eremita.
Messina Denaro dirigeva da lontano persino la bonifica della zona nella quale sarebbe dovuto passare.
Il sospetto delle telecamere. E quello di una talpa
C'è un episodio particolarmente significativo. Un pizzino indicava un appuntamento per mercoledì 18 maggio 2022 alle 11. Doveva essere uno dei passaggi dell'Operazione Condor. Ma qualcosa cambiò. L'incontro venne annullato e, quando dopo l'arresto gli investigatori perquisirono uno dei covi del boss a Campobello di Mazara, trovarono dentro un'intercapedine del forno della corrispondenza che non era stata consegnata, già suddivisa per destinatario.
Messina Denaro aveva capito che attorno alla zona della vecchia ferrovia, accanto alla proprietà utilizzata per gli scambi, c'erano delle telecamere.
Ed è qui che resta uno dei grandi interrogativi investigativi: le aveva individuate da solo oppure qualcuno lo aveva avvertito?
Il sospetto che durante la lunga latitanza il boss abbia ricevuto informazioni sulle attività delle forze dell'ordine non è mai scomparso. Il fatto che alcuni sistemi di comunicazione siano stati improvvisamente interrotti proprio quando stavano per essere scoperti alimenta ancora oggi gli interrogativi.
“Van Gogh”, le lettere spedite dal latitante
Quando un canale diventava troppo pericoloso, ce n'era un altro. Messina Denaro lo chiamava “Van Gogh” oppure semplicemente “l'altra via”.
Ed era quasi disarmante nella sua normalità: la posta ordinaria. Il latitante spediva lettere all'abitazione della sorella Giovanna Messina Denaro, in via Piave. Utilizzava mittenti di comodo e una periodicità abbastanza regolare. Per gli investigatori quella casa era diventata una vera centrale operativa familiare.
Arrivavano le lettere. Le sorelle Giovanna, Bice e Rosalia le prendevano, le leggevano e si organizzavano per eseguire le disposizioni del fratello.
Con un'altra precauzione: i pizzini venivano letti nel bagno. Niente conversazioni nel soggiorno o in cucina, dove una cimice avrebbe potuto raccogliere tutto.
Era un sistema rudimentale ma costruito sulla conoscenza delle tecniche investigative.
I filmati per raccontare la famiglia al latitante
La comunicazione non serviva soltanto alla mafia e agli affari. Messina Denaro voleva sapere cosa accadeva dentro casa.
Giovanna registrava per lui dei filmati. Le immagini raccontavano le condizioni di salute dell'anziana madre, le vicende dei familiari detenuti e anche i rapporti con la figlia del boss, Lorenza Alagna. I video venivano poi trasferiti su mini-Dvd e, secondo la ricostruzione degli investigatori, consegnati probabilmente attraverso il circuito dell'Operazione Condor. Una sorta di videochiamata differita, senza internet. Anche i momenti familiari potevano diventare materiale da spedire al capo.
In un pizzino Messina Denaro ordinò, ad esempio, alle sorelle di filmare una festa organizzata dalla figlia Lorenza. Voleva vedere. Sapere. Controllare.
La latitanza, insomma, non aveva interrotto il rapporto di comando.
Ciliegia, Uva, Ananas, Coca Cola: il vocabolario di Messina Denaro
Poi c'erano i nomi in codice. Per parlare delle persone vicine senza renderle immediatamente riconoscibili, il boss aveva creato un piccolo dizionario personale.
Giovanna era “Ciliegia”. Bice “Uva”. Patrizia “Ananas”. Il boss Giuseppe Guttadauro diventava “Mela”. Francesco Guttadauro era “Fragolino”. L'imprenditore Vito Nicastri era indicato con la lettera “W”. Una delle storiche compagne, Maria Mesi, compariva come “Coca Cola”. Perfino Messina Denaro, quando doveva parlare di sé, poteva trasformarsi nel “Reparto”. Con la figlia Lorenza, invece, i soprannomi raccontavano anche la durezza del rapporto personale: nei suoi scritti il boss la chiamava, tra l'altro, “Pinokkia” o “Sciacqualattuga”. Dietro parole apparentemente innocue c'era dunque una mappa di persone, relazioni e incarichi che gli investigatori hanno dovuto decifrare una alla volta.
Laura Bonafede era il “cugino”
Lo stesso sistema emerge nel rapporto con Laura Bonafede, figlia dello storico boss di Campobello di Mazara Leonardo Bonafede e una delle donne più vicine a Messina Denaro. Tra loro c'era una corrispondenza intensissima. Laura, però, nelle lettere scriveva di sé al maschile. Era il “cugino”, l'“amico”.
Un ulteriore livello di protezione.
Nel suo lungo diario destinato al latitante compaiono altri pseudonimi. L'auto Giulietta utilizzata da Messina Denaro era “Margot”. Lorena Lanceri, altra figura centrale della rete di protezione, diventava “Tramite”.
Ed è proprio una parola apparentemente banale a consentire agli investigatori di capire chi fosse il misterioso “cugino”.
Due giorni prima dell'arresto, il 14 gennaio 2023, Messina Denaro incontrò Laura Bonafede davanti al banco dei salumi di un supermercato di Campobello.
In una lettera il boss si interrogava su cosa potesse aver pensato l'“affetta-formaggi”, cioè l'addetta del supermercato che li aveva visti parlare.
Gli investigatori collegarono quella frase a uno scontrino trovato nel covo, acquisirono le telecamere del supermercato e nelle immagini trovarono Messina Denaro e Laura Bonafede che conversavano tranquillamente.
Il codice, questa volta, aveva finito per aiutare chi indagava.
Il paradosso: trent'anni di cautele, poi un pizzino in una sedia
È questa la grande contraddizione della latitanza di Matteo Messina Denaro. Per trent'anni telecamere da individuare, soprannomi da utilizzare, lettere da leggere in bagno, incontri da annullare, intermediari, posta con falsi mittenti, mini-Dvd e istruzioni ossessive alla famiglia.
Eppure una parte decisiva della strada verso il suo arresto partì da un pezzo di carta inuna gamba di una sedia.
Il 6 dicembre 2022 gli uomini del Ros entrarono segretamente nell'abitazione della sorella Rosalia Messina Denaro per piazzare delle microspie.
Dovevano muoversi con estrema cautela. Secondo il racconto successivo degli investigatori, la donna utilizzava piccoli accorgimenti per accorgersi di eventuali intrusioni: polvere lasciata in alcuni punti, cuscini posizionati in un determinato modo, perfino capelli sistemati sulle mattonelle.
Nella camera da letto i militari notarono però una vecchia sedia in ferro. Controllarono le gambe. Dentro trovarono alcuni foglietti arrotolati e protetti dal cellophane. Uno conteneva annotazioni sulle condizioni di salute di un uomo affetto da un tumore e sulle date delle terapie.
Gli investigatori seguirono quella traccia fino alla clinica La Maddalena di Palermo e all'identità utilizzata dal paziente: Andrea Bonafede.
L'invisibile che parlava continuamente
Le inchieste aperte dopo la cattura stanno quindi smontando anche un pezzo della leggenda costruita attorno alla latitanza di Messina Denaro.
Non visse trent'anni nascosto in una grotta.
Negli ultimi anni si muoveva tra Castelvetrano, Campobello di Mazara e il resto della provincia, faceva la spesa, andava al ristorante, si curava, frequentava persone. E soprattutto comunicava. La sua forza non era il silenzio.
Era la rete umana che gli permetteva di parlare senza apparire.
Sorelle, familiari, donne a lui vicine, intermediari e uomini di fiducia costituivano un sistema nel quale una lettera poteva attraversare diversi passaggi prima di raggiungere il destinatario e un semplice Dvd poteva raccontare al latitante quello che era successo in famiglia.
Oggi è proprio quella montagna di carte a parlare.
Messina Denaro è morto il 25 settembre 2023. Ma nei covi ha lasciato lettere, appunti, diari e codici. E ogni volta che gli investigatori riescono a dare un nome a uno pseudonimo, si apre un altro pezzo dei trent'anni nei quali il boss più ricercato d'Italia riuscì a vivere nascosto senza essere mai davvero isolato.
Ed è per questo che, tre anni dopo la cattura, la domanda resta ancora la stessa: quante persone sapevano? E quante, in tutti quegli anni, hanno fatto funzionare la rete?
Condor, Van Gogh, pizzini e mini-Dvd, così comunicava Matteo Messina Denaro
Trent'anni da latitante, ma tutt'altro che isolato. Matteo Messina Denaro parlava con le sorelle, riceveva notizie sulla madre, seguiva le vicende della figlia, intratteneva rapporti sentimentali, impartiva disposizioni e spostava lettere,...
Come scegliere la scuola calcio giusta per il proprio figlio o la propria...
Quando si iscrive un figlio a una scuola calcio non si sceglie soltanto dove farà allenamento. Si scelgono le persone con cui trascorrerà diverse ore della settimana, l'ambiente nel quale imparerà a stare in...
Sezioni
