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30/08/2026 06:00:00

Lilibeo racconta, l'"animo lieto" di Crispia Salvia
 

Duemila anni fa si chiamava Crispia Salvia. Morì a quasi 45 anni, dopo averne trascorsi quindici accanto al marito Julius Demetrius, che nell’epigrafe la ricordò come la sua «dolcissima moglie». Di lei non conosciamo molto altro. Eppure il suo nome, la sua storia e perfino il ricordo del legame con il marito sono arrivati fino a noi, custoditi in una piccola camera funeraria interamente affrescata.

 

È l’ipogeo di Crispia Salvia, uno dei luoghi più straordinari e meno conosciuti dell’antica Lilibeo. Si trova sotto un moderno condominio di Marsala e fu scoperto per caso nel 1994, durante i lavori per la costruzione dell’edificio. Mentre si scavava per realizzare le fondamenta, riemerse una porzione della necropoli punica e romana. Tra le sepolture c’era anche quella piccola camera, appena cinque metri quadrati, con le pareti ancora ricoperte da scene di banchetto, musica e danza.

La nuova puntata di “Lilibeo racconta”, la serie realizzata da Tp24 insieme al Parco archeologico di Lilibeo-Marsala, ci porta questa volta sotto la città. Perché quello di Crispia Salvia non è un caso isolato: sotto abitazioni, strade e condomini si nascondono ancora domus, tombe, mosaici e frammenti dell’antica Lilibeo. Reperti spesso conservati ma non accessibili, storie che i marsalesi hanno letteralmente sotto i piedi senza saperlo.

A guidarci nell’ipogeo è Marco Correra di Archeofficina, la cooperativa che cura e gestisce il sito e che, insieme al Parco archeologico, lavora per restituire alla città altri luoghi della Marsala sotterranea.

 

La scoperta durante la costruzione del condominio

L’ipogeo venne scoperto nel 1994 durante i lavori per la costruzione del complesso condominiale che oggi si trova esattamente sopra la camera funeraria. Gli scavi per le fondazioni, eseguiti sotto la tutela della Soprintendenza di Trapani, riportarono alla luce una piccola parte della vasta necropoli punica e romana dell’antica Lilibeo.

Tra le diverse sepolture emerse subito un ambiente eccezionale: una camera funeraria di età imperiale romana, databile al II secolo dopo Cristo, raggiungibile attraverso un dromos, cioè un corridoio gradinato scavato nel terreno.

Le dimensioni dell’ambiente sono molto ridotte, circa cinque metri quadrati. Il suo valore, però, è enorme: le pareti conservano un articolato ciclo pittorico che rende l’ipogeo uno dei più importanti contesti funerari romani non soltanto di Lilibeo, ma dell’intero Mediterraneo.

Il banchetto per i defunti

Il racconto dipinto comincia sulla parete destra, all’interno di una nicchia. La scena si sviluppa su due registri adiacenti e rappresenta cinque commensali, probabilmente familiari o amici delle persone sepolte nell’ipogeo.

Sono seduti attorno a una mensa semicircolare e semisdraiati sui triclini, i letti utilizzati dai Romani durante i banchetti. Ma ciò che colpisce è soprattutto l’atmosfera della scena. Non c’è dolore, non ci sono lacrime. I commensali sollevano i calici, brindano e lanciano in aria ghirlande floreali.

«Tutto rimanda a un tema estremamente festoso, nonostante si tratti di una libagione funeraria», spiega Correra.

Nella cultura pagana greca e romana, infatti, la morte non veniva rappresentata soltanto attraverso il lutto. Durante i funerali e nelle ricorrenze dedicate ai defunti si svolgevano banchetti e libagioni. La persona morta era immaginata nell’aldilà, insieme alle divinità e a coloro che l’avevano preceduta, in una condizione di serenità e benessere.

 

Il calice di vino e gli arredi della casa

Davanti alla mensa è raffigurato un piccolo tavolo a tre piedi, con sostegni a forma di zampa leonina. È un arredo tipico delle domus romane, simile a quelli ritrovati anche a Pompei.

Sul tavolo è poggiato un calice contenente vino rosso. L’artista riesce a restituire perfino la trasparenza del vetro, mostrando un oggetto che doveva appartenere alla normale suppellettile domestica dell’epoca.

È uno degli aspetti più affascinanti dell’ipogeo: il mondo dei morti viene rappresentato attraverso gesti e oggetti della vita quotidiana. Il vino, la tavola, i letti da banchetto, la musica e la compagnia diventano immagini di una vita che, secondo quella concezione, sarebbe continuata anche dopo la morte.

 

Dopo il banchetto, la danza

Gli stessi cinque commensali ricompaiono nella scena successiva. Questa volta stanno danzando e avanzano verso una musicista seduta davanti a loro.

La donna suona con la bocca un aulos, un doppio flauto, mentre con i piedi aziona un secondo strumento, probabilmente a percussione o a pedale. Alcuni dei danzatori hanno le vesti sollevate e strette alla vita, come se fossero accaldati dal movimento e dal vino bevuto durante il banchetto.

La scena è immersa in uno sfondo di rose rosse, altro richiamo alla felicità e all’abbondanza attribuite alla vita ultraterrena. Il funerale diventa così un racconto di festa: i defunti non sono rappresentati come figure immobili e lontane, ma partecipano a un banchetto, brindano, danzano e ascoltano musica.

 

Pavoni, amorini e simboli di abbondanza

Anche le altre pareti sono ricoperte da immagini caratteristiche dell’arte funeraria romana. Tra gli elementi più ricorrenti ci sono i pavoni, raffigurati sia sulla parete d’ingresso sia su quella di fondo.

Due pavoni maschi, riconoscibili dalla cresta e dalla lunga coda, sono accovacciati sopra vasi tronco-conici colmi di uva rossa. La forma dei recipienti e l’abbondanza della frutta rimandano alla prosperità e richiamano il simbolo della cornucopia.

Sulla parete di fondo sono dipinti anche due amorini che sorreggono una ghirlanda floreale. Sulla parete sinistra, invece, appare una colomba color ocra che vola sopra un recipiente a graticcio, probabilmente un cesto di vimini.

Non sono semplici decorazioni. Ogni figura contribuisce a costruire l’immagine di un aldilà ricco, sereno e vitale: un luogo di abbondanza nel quale la morte non interrompe completamente i piaceri e le relazioni della vita terrena.

 

Chi era Crispia Salvia

A permettere di attribuire un nome alla proprietaria dell’ipogeo è l’iscrizione ritrovata al momento della scoperta. Una parte si conserva ancora sul posto, fissata alla parete con due chiodi di ferro. Altri due frammenti, recuperati successivamente durante lo scavo, sono esposti al Museo archeologico regionale Lilibeo.

L’epigrafe racconta che Crispia Salvia visse poco meno di 45 anni e fu la moglie di Julius Demetrius. È lui, con ogni probabilità, a ricordarla come la sua «dolcissima moglie», con la quale aveva condiviso quindici anni.

L’iscrizione si conclude con la formula latina libenti animo, letteralmente “con animo lieto” o “volentieri”. Secondo una possibile interpretazione, potrebbe indicare che il loro matrimonio, tra due persone appartenenti a un ambiente aristocratico, non fosse stato semplicemente concordato dalle famiglie, ma fosse nato da una scelta libera. Un’ipotesi suggestiva, da maneggiare con prudenza, che aggiunge comunque un tratto profondamente umano alla vicenda.

Dietro gli affreschi, le sepolture e i simboli funerari appare così la storia di una donna realmente vissuta e di un uomo che volle affidarne il ricordo alla pietra.

 

Le offerte lasciate ai morti

Nel pavimento dell’ipogeo si trovano quattro sepolture e altrettante piccole olle globulari in terracotta. I recipienti erano incassati direttamente nel piano pavimentale e servivano per deporre offerte di cibo e bevande durante le cerimonie dedicate ai defunti.

Anche le pareti presentano tre piccole nicchie, probabilmente destinate a contenere altre offerte. Potevano essere utilizzate anche per deporre fiori e sostanze profumate, che contribuivano a rendere più gradevole l’aria all’interno della camera.

L’ipogeo, dunque, non era soltanto il luogo della sepoltura. Era uno spazio frequentato dai familiari, che vi tornavano per ricordare i morti, celebrare riti e mantenere vivo il rapporto con loro.

 

La città antica sotto quella moderna

La scoperta dell’ipogeo di Crispia Salvia racconta anche qualcosa di più grande. L’antica Lilibeo non si trova soltanto nell’area del Parco archeologico o nelle sale del museo. Una parte consistente della città punica e romana continua a vivere sotto la Marsala moderna.

Lilibeo fu uno dei principali centri della Sicilia antica e ricoprì per secoli un ruolo fondamentale negli equilibri politici e commerciali del Mediterraneo. A partire dall’Ottocento, e poi soprattutto negli anni Sessanta, Settanta e Ottanta del Novecento, gli scavi hanno restituito un patrimonio archeologico vastissimo.

Molti di questi resti sono stati tutelati e conservati sotto gli edifici costruiti successivamente. Il problema è che, al momento della realizzazione dei condomini, raramente furono previste modalità che ne consentissero la visita.

«Sono siti custoditi sotto strutture moderne e non sempre sono state previste delle modalità di fruizione», osserva Correra. In alcuni palazzi basta guardare con attenzione per accorgersi della presenza di lastre di vetro o plexiglas attraverso le quali si intravedono murature e testimonianze archeologiche conservate da decenni.

 

Le altre domus da restituire alla città

L’ipogeo di Crispia Salvia, riaperto al pubblico da quasi due anni, rappresenta uno dei primi esempi del lavoro avviato per rendere nuovamente accessibili questi luoghi.

Durante una recente edizione delle Vie dei Tesori è stato possibile visitare anche una domus romana conservata sotto il cosiddetto Condominio della Vittoria, nei pressi di Porta Nuova, di fronte al Parco archeologico. Una casa antica che si conserva per tutta la sua estensione, ma che normalmente resta nascosta sotto l’edificio moderno.

Il Parco archeologico e Archeofficina stanno lavorando alla progettazione di altri interventi. Non è un percorso semplice: alcuni siti necessitano di lavori limitati, che possono essere sostenuti direttamente dalla cooperativa; altri richiedono investimenti ben più consistenti per garantirne la sicurezza e l’apertura al pubblico.

 

Gli affreschi salvati e il progetto del Baglio Tumbarello

Non tutto, nel corso dei decenni, ha potuto essere conservato nel luogo originario. Correra ricorda il caso di alcune domus intercettate durante la realizzazione di infrastrutture moderne, come la rete fognaria. Parti degli edifici antichi furono rimosse per consentire il passaggio delle opere.

Gli apparati pittorici di una di queste domus vennero staccati dalle pareti e ricollocati su appositi supporti. Adesso dovrebbero trovare posto nel progetto di ampliamento del Museo archeologico regionale Lilibeo all’interno del Baglio Tumbarello.

Qui è già stata allestita, insieme al Parco archeologico, una selezione dei reperti più importanti. Non ci sono soltanto oggetti in ceramica: una parte delle strutture murarie e dell’atrio della domus è stata ricostruita attraverso un intervento di anastilosi, riutilizzando gli elementi originali conservati.

 

Rendere visibile la Marsala sotterranea

L’obiettivo è restituire ai marsalesi e ai visitatori non soltanto i reperti, ma la storia complessiva della città. L’ipogeo di Crispia Salvia dimostra quanto possa essere potente il racconto di un luogo quando ai dati archeologici si uniscono le vite delle persone.

Sotto un condominio moderno, una piccola scala conduce indietro di quasi duemila anni. In fondo ci sono Crispia Salvia, Julius Demetrius, i commensali che brindano, i danzatori, la musica, il vino e le rose. E poi c’è tutto quello che ancora non vediamo: un’altra città nascosta sotto Marsala, conservata tra le fondamenta dei palazzi e in attesa di essere finalmente riscoperta.



Cultura | 2026-08-30 06:00:00
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Lilibeo racconta, l'"animo lieto" di Crispia Salvia
 

Duemila anni fa si chiamava Crispia Salvia. Morì a quasi 45 anni, dopo averne trascorsi quindici accanto al marito Julius Demetrius, che nell’epigrafe la ricordò come la sua «dolcissima moglie». Di lei non conosciamo...