Sulla Sinistra che sa tutto, ma non ha compreso niente
di Katia Regina
Sapere è avere la mappa stesa sul tavolo di noce; comprendere è aver camminato il territorio, con il fango addosso e le suole spaccate.
Il sapere è un meticoloso accumulo di nozioni: sapere a che temperatura spacca il gelo, che l'Ade di Omero è grigio o che una fabbrica ha chiuso lasciando per strada trecento persone. Lo puoi mandare a memoria, esibire a cena o impaginare in un editoriale impeccabile: sta tutto lì, comodamente seduto in testa, al riparo dalle intemperie.
Comprendere, invece, pretende tutt'altro peso. Ce lo ricorda l’etimo latino: cum-prehendere, prendere insieme, abbracciare, fare spazio all'altro dentro di sé senza mutilarlo per farlo entrare nei nostri schemi mentali. Comprendere è quando il dato ti attraversa i muscoli e ti scombina l'equilibrio: è sentire che la terra gelata ti manda in fumo il raccolto; è avvertire che quel licenziamento non è una cifra da vertenza sindacale, ma l’angoscia dell'affitto che scade e la vergogna muta di guardare i figli a tavola. Il sapere si impartisce nelle aule climatizzate; il comprendere si sconta sulla propria pelle e richiede quell'abbraccio profondo che non tollera recinti.
Ed è esattamente questa la faglia geologica che separa la sinistra dalla realtà del Paese: sappiamo tutto, ma non comprendiamo più nulla.
Prendiamo Stefano Bonaccini quando sentenzia che il voto alla destra è «in maniera maggioritaria il voto di chi ha poco studiato, di chi vive nelle aree interne o nelle periferie, di chi sta peggio economicamente». Sul piano puramente notarile scatta una fotografia ineccepibile, confermata dai dati: la destra sfonda tra chi si è fermato alla terza media, il PD si barrica tra i laureati. Ma fermarsi a questo è mero sapere, per giunta pigro. Non è comprendere.
Verrebbe anzi da chiedergli cosa intenda esattamente per studiare. Perché se ne fa una questione di titoli accademici, lui per primo non figura proprio tra i baroni universitari: se si cerca il suo curriculum vitae, la laurea non c'è, e sul portale del Parlamento Europeo alla voce CV campeggiava persino un laconico non disponibile. Sia chiaro: l'esperienza amministrativa e politica sul campo non gli manca affatto e vale quanto e più di un diploma di laurea. Proprio per questo, però, avrebbe fatto meglio a maneggiare il concetto con maggiore cautela e vera inclusione, anziché liquidare il disagio sociale con la scorciatoia un po' snob del titolo di studio.
Il sapere classifica dall'alto: quelli non hanno studiato. Il comprendere scende in trincea: ti sbatte in faccia che quel cittadino si sveglia alle quattro per raccogliere meloni a cinque euro l’ora o macina dodici ore di camion, e alle urne voterà chiunque gli parli del costo del gasolio e della spesa, non delle nostre geometrie lessicali. E per chi vive in un borgo arroccato, periferia non è una categoria sociologica da convegno: è il panico che il primo pronto soccorso sia a quaranta chilometri di curve. Quel voto non è un deficit cognitivo: è una scelta disperatamente razionale dentro condizioni materiali durissime.
Certa sinistra si è convinta che una pergamena appesa al muro conferisca d'ufficio la patente di pedagogisti del popolo, autorizzati a spiegare la vita a chi il mondo lo regge sulle spalle: operai, artigiani, camionisti e badanti che mandano avanti le nostre case. Il cortocircuito diventa tragicomico quando si addentra nel dibattito identitario. Giuseppe Conte ha sbrigativamente sentenziato che la sinistra deve «sbarazzarsi del woke». Nel suo significato autentico, la cultura woke altro non è che la propensione a restare svegli di fronte alle ingiustizie, vigili contro le discriminazioni verso i fragili e gli esclusi. E chi, più di Conte – che da presidente del Consiglio annunciò trionfalmente di aver «abolito la povertà» con il Reddito di cittadinanza, facendone ancora oggi la propria bandiera –, meriterebbe la presidenza onoraria del mondo woke? Il sospetto è che non sappia bene di cosa parla, esattamente come i tanti che agitano questo spauracchio per pura convenienza da talk show. Senza contare che, da lui, gradiremmo semmai un po' di sana umiltà politica: rinunciare all'ansia di guidare a tutti i costi la carovana del fu "campo largo", o magari affidare la scelta della leadership a un più trasparente ambarabà ciccì coccò invece che all'ennesimo equilibrismo di palazzo. L'ossessione per i capi carismatici e l'uomo solo al comando lasciamola volentieri alla destra.
I diritti civili e la tutela delle minoranze restano sacrosanti. Ma la sinistra ha commesso l'errore imperdonabile di amputarli dal loro corpo naturale: i diritti sociali.
I diritti civili ti riconoscono la libertà di esistere, di amare, di non essere discriminato; i diritti sociali – il lavoro dignitoso, la casa, la sanità pubblica, un salario che non sia elemosina – ti offrono gli strumenti materiali per esercitare davvero quella libertà. Sono le due gambe dell'articolo 3 della nostra Costituzione: se ne tagli una, l'intero impianto della dignità umana crolla. Che te ne fai della parità formale se sei ricattabile con un contratto a termine da fame? A cosa serve celebrare l'emancipazione femminile se una madre lavoratrice non trova un asilo nido pubblico nel raggio di trenta chilometri? Senza tutele materiali, i diritti civili rischiano di sembrare un cosmetico da salotto per chi ha già la pancia piena.
Guardiamo l’ascesa di Roberto Vannacci. Quando propone di cancellare il reato di femminicidio o riabilita il «patriarcato mediterraneo», la tentazione è bollarlo con un risolino di superiorità. Errore fatale: lì si consuma un furto semantico perfetto. Prende un sistema arcaico fatto di sottomissione e delitti d’onore, gli attacca l’aggettivo rassicurante di «mediterraneo» e lo spaccia per nobile cavalleria protettiva. È l'equivalente di vendere una gabbia dicendo che è una poltrona comoda. Eppure raccoglie consensi tra giovani disorientati, padri di famiglia e donne. Perché non offre una raffinata teoria sociologica, ma intercetta bisogni primari che noi liquidiamo con fastidio.
A un ragazzo precario e senza futuro, a cui ripetiamo solo che la sua identità è tossica e che deve «decostruire il privilegio» (quale, esattamente?), Vannacci regala una scorciatoia rassicurante: «Tu servi, devi difendere la tradizione». È una favola retorica, ma funziona come un balsamo. A una donna che attende invano un braccialetto elettronico bloccato dalla burocrazia e dai tagli, le nostre dissertazioni astratte suonano come rumore di fondo; lui promette sicurezza immediata. Prima ancora di voler essere eticamente corretta, la gente ha il bisogno disperato di sentirsi protetta.
E qui l'aggravante si fa davvero imperdonabile: la cosiddetta sinistra colta queste dinamiche le dovrebbe conoscere a memoria. Ci sarà pure qualcuno che queste cose le ha studiate, maledizione!
Ci sarà pure qualcuno che sui libri ha incrociato la reattanza psicologica di Brehm, sapendo fin troppo bene che l’imposizione pedagogica e il ditino alzato scatenano un rifiuto viscerale («Ci date degli ignoranti? E noi, per principio, votiamo a destra»).
Ci sarà qualcuno che ha citato Goffman e la sua teoria dello stigma a ogni convegno utile, e che dovrebbe sapere che marchiare all'istante come retrogrado chiunque non reciti il nostro catechismo non fa che moltiplicarne la rivalsa.
Ci sarà qualcuno che ricorda la piramide di Maslow, e che trova quantomeno grottesco pretendere di vendere l'apice dell'autorealizzazione a chi è ancora bloccato al pianterreno a fare i conti con pane, tetto e salute.
E ci sarà pure qualcuno capace di ammettere che siamo diventati identici a quei medici illustri che padroneggiano ogni minimo dettaglio dell'anatomia, sventolano una diagnosi impeccabile, ma davanti al paziente che urla dal dolore si ostinano a spiegargli in perfetto latino perché la sua sofferenza sia scientificamente scorretta, dimenticandosi di somministrargli l'antidolorifico.
La cultura, se non si traduce in un ambulatorio che funziona, in salari giusti, in trasporti decenti e in una capacità autentica di comprendere, non è pensiero critico: è solo supponenza di classe. La sinistra non sta arretrando perché la gente non ha studiato, ma perché chi ha studiato continua a specchiarsi nella propria bacheca, convinto che sventolare una mappa perfetta basti a spiegare a chi sta affogando che non dovrebbe aver paura dell'acqua.
Nel frattempo, il teatrino delle coalizioni continua a baloccarsi tra veti incrociati, misurazioni millimetriche degli ego e alchimie di palazzo, consegnando il Paese su un piatto d'argento a chi quei diritti li smonta ogni giorno. E torna in mente, amarissima e puntuale, Bomba o non bomba di Venditti: «A Firenze dormimmo da un intellettuale, la faccia giusta e tutto quanto il resto / Ci disse: "No, compagni, amici, io disapprovo il passo: manca l’analisi e poi non c’ho l’elmetto"».
Noi l'analisi ce l'abbiamo, lucidissima e con tanto di bibliografia. Non è l'elmetto che ci manca, ma il coraggio di sporcarci nel fango della realtà, siamo rimasti una sinistra convinta di sapere tutto.
Senza accorgerci che questo, ormai, è tutto ciò che sa.
Consigli per la lettura: Giustizia. Il nostro bene comune di Michael J. Sandel (Feltrinelli)
Consigli per la visione: Io, Daniel Blake. Il film mostra come l'umiliazione delle classi popolari non nasca solo dalla povertà, ma dal sentirsi trattati da "inadeguati" o "arretrati" da un sistema che pretende di insegnare la vita dall'alto senza sporcarsi le mani.
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