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06/09/2026 06:00:00

Il grande bluff degli Ospedali di Comunità in provincia di Trapani

La carta dice una cosa. La realtà ne racconta un’altra. Il primo settembre un paziente è arrivato in un ospedale della provincia di Trapani, è stato valutato dai medici e sottoposto agli accertamenti clinici e diagnostici necessari. 

 

A un certo punto emerge la necessità di un ricovero presso l’Ospedale di Comunità. È esattamente il tipo di situazione per cui la sanità territoriale dovrebbe essere stata costruita: evitare che pazienti che non necessitano di un ricovero ospedaliero tradizionale finiscano per occupare posti nei reparti per acuti, garantendo comunque assistenza e continuità delle cure.

Solo che, quando si prova concretamente ad attivare quel percorso, arriva il problema. Il posto può anche esserci. La struttura può anche esistere. Ma manca il personale medico. E quindi il ricovero non è possibile.

Per attivare il posto in Ospedale di Comunità, infatti, i medici seguono il protocollo, cioè la normale procedura che prevede di contattare il bed manager, verificare il posto disponibile e avviare il ricovero.

Solo che, nel caso specifico e negli altri a seguire, la risposta è stata chiara: «Il ricovero non è attuabile per mancanza di personale medico». Spiazzante.

Il paziente, quindi, è stato dimesso a domicilio. Non è un dettaglio burocratico. È il punto. Perché si fa spazio una domanda molto più grande: a cosa serve una rete di strutture territoriali se, nel momento in cui il sistema ospedaliero prova a trasferirvi un paziente appropriato, il trasferimento non può essere effettuato perché non ci sono medici?

 

Le strutture sulla carta

Da anni si parla di Case della Comunità e Ospedali di Comunità come della grande trasformazione della sanità siciliana. Soldi pubblici, e tanti, non a fondo perduto.

Il PNRR avrebbe dovuto disegnare una sanità più vicina ai cittadini, capace di intercettare i bisogni prima che arrivino all’ospedale. Una sanità in grado di garantire assistenza intermedia e continuità dopo la fase acuta. Scremare i Pronto soccorso.

Perché tutto questo funzioni è necessario che le strutture siano operative e dotate del personale necessario, quindi non solo inaugurate con foto e brindisi.

E oggi si può solo parlare di una sanità fatta di targhe, edifici, annunci e numeri sulla carta. Ed è quello che è accaduto ieri: il paziente è arrivato in ospedale, è stato valutato e si è cercato il ricovero in Ospedale di Comunità. Il percorso si è interrotto per la mancanza di medici.

 

Il paradosso è tutto in una riga

La sanità territoriale dovrebbe alleggerire gli ospedali. Ma se l’Ospedale di Comunità non riesce ad accogliere il paziente per carenza di medici, il risultato rischia di essere esattamente l’opposto: il paziente torna a casa oppure resta nell’orbita dell’assistenza ospedaliera, mentre una struttura nata proprio per garantire un livello assistenziale intermedio non riesce ad assolvere alla propria funzione.

Il caso del paziente evidenzia la stortura del sistema: il paziente viene dimesso a domicilio con indicazione della terapia farmacologica da assumere, ma con controllo del medico di base. Le dimissioni, però, dicono una cosa molto chiara: il ricovero in Ospedale di Comunità è stato preso in considerazione e non è stato attuato perché mancava personale medico. Ed è questo il fatto che dovrebbe interessare chi governa la sanità.

Ora, non basta sapere quanti Ospedali di Comunità sono stati previsti, non basta sapere quanti ne sono stati inaugurati. Non basta nemmeno sapere quanti posti letto risultano formalmente disponibili. La domanda da fare è un’altra: quanti posti sono realmente utilizzabili oggi, 24 ore su 24, sette giorni su sette, con il personale medico necessario? E ancora: quante richieste di ricovero vengono effettivamente accolte e quante, invece, non possono essere prese in carico?

Sono queste le informazioni che permetterebbero di capire se la rivoluzione della sanità territoriale sia realmente partita oppure se, almeno in alcuni casi, siamo ancora davanti a una gigantesca operazione sulla carta.

 

Il rischio del grande bluff

Il mancato ricovero presso l’Ospedale di Comunità è un campanello d’allarme.

Perché, se si costruiscono strutture nuove senza riuscire contemporaneamente a garantire il personale, si corre il rischio di creare l’ennesimo pezzo di sanità che esiste formalmente ma che, quando serve davvero, non riesce a funzionare. L’operazione portata avanti finora è stata puramente di edilizia sanitaria: dove sono i medici per riempire questi contenitori?

E quale responsabilità assume l’Asp di fronte a un territorio che chiede chiarezza, efficacia e prontezza nella risposta alla cura? Belli i nastri tagliati, le benedizioni ai reparti, ma se tutto questo non è operativo è solo l’ennesima presa in giro per un territorio che chiede soltanto che sia garantito l’accesso alle cure.