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09/09/2026 10:54:00

San Vito Jazz 2026 chiude con un pubblico in crescita dopo cinque sere di musica

Per cinque sere San Vito Lo Capo ha lasciato spazio al jazz. Dal Brasile alla grande tradizione americana, fino alle contaminazioni africane e mediterranee, dall’1 al 5 settembre il Giardino di Palazzo La Porta ha ospitato la nuova edizione del San Vito Jazz, rassegna nata nel 1993 e tornata quest’anno con cinque concerti consecutivi.

Sul palco sono passati Barbara Casini, Dario Carnovale, Francesco Cafiso, Eddie Gomez e Jerusa Barros, con formazioni e repertori molto diversi. Dall’altra parte, sera dopo sera, un pubblico numeroso e soprattutto costante.

Ed è forse questo il dato più interessante dell’edizione 2026: la capacità di tenere insieme cinque appuntamenti diversi senza allargare il cartellone a qualunque genere pur di intercettare pubblico.

Cinque serate, senza inseguire un unico linguaggio

L’apertura con Barbara Casini ha portato a San Vito Lo Capo Jobim 100 Anos, progetto che anticipa il centenario della nascita di Antônio Carlos Jobim, nel 2027. Con lei Alessandro Lanzoni, Ares Tavolazzi e Jorge Rossy, per un repertorio che ha guardato anche oltre la parte più conosciuta della produzione del compositore brasiliano.

Poi il festival ha cambiato registro con il Dario Carnovale Trio, insieme a Gabrio Bevilacqua e Gaetano Presti, riportando il concerto alla dimensione essenziale del piano trio.

La terza sera è arrivato Francesco Cafiso, uno dei musicisti siciliani che più precocemente hanno trovato spazio sulla scena jazz internazionale. Nel suo Special Quartet suonavano Alessandro Lanzoni, Dario Deidda e Jorge Rossy.

Tre serate e già tre prospettive differenti. È una delle caratteristiche che hanno funzionato meglio nel programma: non proporre cinque variazioni dello stesso concerto, ma utilizzare il jazz come terreno comune per musicisti con storie e sensibilità diverse.

Eddie Gomez e la memoria del festival

Il passaggio più netto verso la grande storia del jazz americano è arrivato il 4 settembre con Eddie Gomez.

Contrabbassista dalla carriera lunghissima, Gomez ha suonato per undici anni nel trio di Bill Evans, dal 1966 al 1977, collaborando poi con alcuni dei maggiori protagonisti del jazz internazionale. A San Vito Lo Capo si è presentato con Salvatore Bonafede al pianoforte e Joe Santoro alla batteria.

Per il festival è stato anche un ritorno. Ed è un dettaglio che racconta bene una rassegna con oltre trent’anni alle spalle: alcuni rapporti costruiti nel tempo rimangono, mentre intorno cambiano musicisti, formazioni e pubblico.

La chiusura con Jerusa Barros ha spostato nuovamente l’asse. Capoverdiana di nascita e siciliana d’adozione, Barros ha portato sul palco una musica nella quale radici africane e lusofone incontrano quelle mediterranee.

Dal Brasile della prima sera a Capo Verde dell’ultima, il programma ha così seguito un percorso riconoscibile senza diventare rigido.

Una storia cominciata nel 1993

La rassegna nasce nel 1993, per iniziativa di Dario Peraino, come omaggio al fratello Roberto, giovane musicista jazz scomparso prematuramente.

Nelle prime edizioni passarono da San Vito Lo Capo musicisti italiani e internazionali; dopo un lungo periodo di pausa il festival riprese nei primi anni Duemila. Nel corso della sua storia ha ospitato, tra gli altri, Paolo Fresu, Fabrizio Bosso, Joe Locke, Aaron Goldberg e Irio De Paula.

Più che l’età del festival, però, interessa ciò che quella storia permette di fare oggi: costruire un cartellone senza partire ogni anno da zero e mantenere un’identità riconoscibile senza trasformarla in nostalgia.

L’edizione 2026 ha evidenziato anche un aspetto che normalmente rimane dietro le quinte. Diverse attività locali della ricettività e della ristorazione hanno fornito gratuitamente servizi e ospitalità destinati agli artisti e all’organizzazione.

Il San Vito Jazz 2026 è stato organizzato dal Comune di San Vito Lo Capo e realizzato da Sound Power Service, con la direzione artistica del fondatore Dario Peraino.

Le cinque serate appena concluse restituiscono soprattutto un’indicazione: il festival sembra trovare la propria misura quando non prova a diventare altro. Un luogo raccolto, una programmazione coerente ma non monotona, musicisti di provenienze e generazioni differenti e un pubblico disposto ancora a dedicare una serata all’ascolto.

Archiviata l’edizione 2026, il San Vito Jazz dà appuntamento al 2027.