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16/09/2026 06:00:00

Da Ranucci al silenzio di provincia, quando l’inchiesta diventa eroismo perché il territorio tace

 Perché la vicenda di Ranucci e Lavitola continua a prendere così tanto? Come mai tanta attesa e tanto furore per le inchieste televisive di Report? Perché, alla fine, tutto si è ridotto alla “sinistra” schierata con Ranucci e alla “destra” schierata contro?

Forse abbiamo bisogno di eroi. Di giornalisti con la schiena dritta che, senza peli sulla lingua, affrontano il potere, fanno domande scomode, scavano nella vita dei potenti e smascherano le loro bugie.

 

Ne abbiamo bisogno perché il giornalismo locale ha progressivamente abdicato al suo ruolo di contropotere. A livello nazionale il dibattito si concentra sui palazzi della politica romana ma, in genere, la provincia soffoca nel silenzio. A livello locale la cronaca si limita a registrare le conferenze stampa delle procure e i comunicati dei sindaci con la diligenza formale di un notaio. Non c’è però (a parte pochissime eccezioni) un giornalismo che si impegni a collegare i tasselli e ad offrire una lettura critica di ciò che succede. Il rischio è quello di prestare il fianco alla disintermediazione: c’è sempre qualcuno che, da semplice cittadino “che non le manda a dire”, scrive come stanno le cose e gliele canta al sindaco senza alcun timore. Il sindaco poi magari replica con una sua diretta su Facebook per spiegare al popolo dei social che in realtà aveva ragione lui.

 

Certo, le cause di questo deserto del giornalismo locale sono diverse: l’asfissia economica delle redazioni, la prossimità soffocante tra cronisti e potentati locali e soprattutto il ricatto delle querele temerarie, che spingono verso l’autocensura. E allora, se la stampa di territorio tace, serve l’intervento di un inviato nazionale per rompere l’incantesimo dell’omertà e fare luce su vicende amministrative opache.

Un esempio lampante è rappresentato dal caso della sindaca di Rovigo, Valeria Cittadin, finita al centro di un servizio del programma L’Aria che tira, di La7, per aver rinunciato ad oltre un milione di euro di fondi del PNRR, per il contrasto allo sfruttamento lavorativo e al caporalato. Il finanziamento, già ottenuto dalla precedente amministrazione, prevedeva la ristrutturazione di immobili di proprietà comunale per ricavarne alloggi temporanei destinati a lavoratori stranieri regolarmente impiegati nell'agricoltura locale.

Motivo della rinuncia? Evitare la “percezione di insicurezza” della cittadinanza.

Ecco, una cosa così avrebbe dovuto dare il via ad una serie di approfondimenti della stampa provinciale e regionale che però non ci sono stati. Ci si è limitati a scrivere che la sindaca “tuona” e che l’opposizione “attacca”.

 

In casi come questo, l’inviato di una rete nazionale colma il vuoto giornalistico locale, evidenziando il divario tra la propaganda e la realtà degli atti amministrativi. E quando l’ultimo riflettore si spegne, il potere politico dei territori di provincia smette di dover rendere conto delle proprie decisioni e delle proprie contraddizioni. Tutto si riduce ad un fatto circoscritto e alla reazione delle opposizioni. E poi si passa ad altro. Nascondendosi dietro una presunta obiettività, si finisce per evitare di approfondire i problemi, scambiando la semplice cronaca per giornalismo. Report e Ranucci diventano allora degli eroi, unico baluardo dell’informazione libera, che non ha eguali in questo deserto dove la voce delle redazioni locali sembra essere appiattita sulle posizioni del potere. A riprova di questa passività, persino i disservizi quotidiani (come le buche o l’illuminazione) vengono raccontati solo se segnalati direttamente dai lettori.

 

Così, senza un giornalismo capace di scavare e collegare i tasselli, anche la politica locale può continuare a rifugiarsi nelle dirette social e nella propaganda quotidiana. E quando anche l’ultimo riflettore della TV nazionale si spegne, il potere nei territori smette di dover rendere conto delle proprie contraddizioni. E’ proprio in quel silenzio, dove la mera cronaca sostituisce la lettura della realtà, che si misura il prezzo più alto pagato dai cittadini. Conta (a volte) il fatto. Tutto il resto è come se non contasse nulla. Invece no: ciò che conta è proprio tutto il resto. Se no ci sarebbe un solo giornale. E, nel caso di una completa disintermediazione, nemmeno quello: i leader politici fanno la propria diretta video, l’incendio viene documentato dal passante che tira fuori il suo smartphone, con tanto di voce fuori campo (la sua) a commentare quello che succede, le foto dei rifiuti abbandonati, con le solite didascalie “Vergogna! Vergogna!”.

Insomma, l’informazione senza filtri. Una manna per coloro che credono che i giornalisti non dicono la verità e sono tutti venduti.

 

E allora rimane l’inchiesta di trasmissioni come Report, incarnata da Ranucci. Che diventa l’unico uomo da difendere, perché rappresenta tutti gli altri “costretti” all’autocensura. L’unica voce (a parte poche eccezioni) nel deserto del silenzio locale.

 

Egidio Morici