Caro direttore di Tp24, sono un assiduo cliente-utente della libreria Feltrinelli di viale Guglielmo Marconi, a Roma. Il 3 settembre, diversamente dagli altri giorni, anziché fare la mia solita visita di routine – che varia a seconda dell’interesse e della curiosità suscitati dai libri esposti sui banchi o che vado a cercare di proposito fra gli scaffali – mi reco direttamente al desk per chiedere a un operatore se il libro appena uscito, "La vita in verticale. Cronache dal precipizio" - il Saggiatore - di Giacomo Di Girolamo
, sia arrivato.
Una veloce consultazione al personal computer e giunge immediata la risposta che desideravo: «Sì, proprio stamattina. Vado subito a prenderglielo». «Voglio dare appena uno sguardo». «Faccia pure, tanto noi stiamo qui per questo», risponde la ragazza con la grazia di chi è avvezza a mettere a proprio agio i frequentatori di quell’ambiente.
Io appartengo ai più ostinati. Quando se ne presenta l’occasione, scambio volentieri con il personale un parere, un giudizio, una battuta sui libri che hanno avuto e continuano ad avere maggiore presa fra i lettori e gli avventori. Ho pensato che il libro che stavo per acquistare avrebbe potuto essere oggetto di un futuro confronto, che mi propongo quanto prima di realizzare.
Avendo terminato di leggere il libro del direttore di questo giornale, con molto interesse e, allo stesso tempo, con grande soddisfazione, non mi resta ora che esporre alcune mie impressioni.
Prima di accingermi a leggere un romanzo, un saggio, un giallo, un’autobiografia, sono solito soffermarmi sul cosiddetto paratesto. Anche questa volta il primo stimolante impatto è stato con la copertina e il titolo. La vita in verticale non ha né una prefazione né una postfazione. In compenso è dotata di un prologo – Lettera da un naufrago – con cui si cerca di farne un riassunto: «il passaggio dall’orizzonte della speranza alla verticalità della caduta: a me resta solo di tracciare la scia che lasciamo mentre precipitiamo». C’è anche un epilogo: Nel pozzo.
Il prologo e l’epilogo, in questo caso, potrebbero costituire, dal punto di vista letterario e figurato, secondo me, le parti esterne di un prelibato sandwich, composto da tanti elementi e da cinque importanti ingredienti: Lo sposo, La bambina, Madre, Le testimoni, Il bambino.
Avverto subito che questa non è una recensione, che in genere ha molte analogie con la prefazione, rispetto alla quale Umberto Eco non aveva un’alta considerazione. «Sono sempre contrario alle prefazioni perché le ritengo offensive per il prefato. Il quale, se ha le frecce al proprio arco, non ha bisogno che altri tenda l’arma per lui». E nel caso dell’autore del libro, Eco ha pienamente ragione.
Ho trovato molto intrigante il titolo e, in special modo, il termine “verticale”. A proposito di verticalità, Emmanuel Carrère, nel suo ultimo romanzo Kolchoz, pubblicato pochi mesi fa, definisce l’esperienza umana e la letteratura attraverso l’intersezione di due assi cartesiani: l’orizzontalità e la verticalità. Per lo scrittore francese, i libri più coinvolgenti sono proprio quelli capaci di muoversi lungo queste due fondamentali coordinate.
Nessuno può negare il successo di chi ha saputo accedere contemporaneamente all’una e all’altra dimensione dell’esperienza umana. In campo letterario basterebbe citare, per tutti, Guerra e pace di Lev Tolstoj. Ma subito dopo Carrère – ed è questo il motivo per cui l’ho citato – tiene a far sapere di essere più interessato alla dimensione “verticale”, come peraltro fa in maniera perentoria e risoluta il nostro autore. Non tanto gli amici e gli amori, quanto i genitori, i figli, il bambino e l’adolescente che si è stati.
In particolare, mentre leggevo le pagine dedicate a La bambina, mi è venuta in mente Adolescence, la produzione Netflix di cui si è parlato molto anche da noi, che è una lente d’ingrandimento capace di far riflettere su come la società abbia sempre più bisogno di organizzarsi per sostenere i genitori davanti a situazioni familiari a rischio.
Mi è capitato di leggere e ascoltare commenti su questa serie molto simili fra loro e solo con piccole sfumature l’uno dall’altro. Ne esce un ritratto psicologico stratificato, che implica un conflitto interiore ben più radicato rispetto a quello delle generazioni precedenti, anche solo di un paio di decenni fa. Forse un vuoto affettivo derivante da un attaccamento disfunzionale con i genitori, costruito su legami fragili, mancanze affettive e percorsi scolastici problematici ed escludenti.
Mi viene in mente anche l’articolo scritto sul Corriere da Walter Veltroni, intitolato Gli Hikikomori in Italia sono 200 mila – Crepaldi e i ragazzi in casa. Qui vengono descritte le tre fasi in cui avviene questo processo, per arrivare, è il caso di dire, sul ciglio del “precipizio”: l’abbandono della socialità; il momento in cui il ragazzo non vuole più andare a scuola; quello in cui si chiude nella sua stanza e finiscono i rapporti con i genitori.
Padri e madri vengono vissuti come una fonte di ansia sociale equiparabile a quella da cui si fugge nella società. Si cercano tutte le cause di questo fenomeno che, purtroppo, negli ultimi tempi è in crescita esponenziale, e l’origine principale a cui imputare la colpa è ormai da individuare nei social, in tutte le loro forme e nelle loro conseguenze nefaste, che Carlo Verdelli, anche lui editorialista del Corriere, indica nel suo Il diavolo in tasca – Genitori e figli prigionieri del telefonino: «La realtà è che il cellulare, inteso come smartphone, è un carcere e noi ci siamo dentro».
Ho cercato di riassumere al massimo un argomento di cui sono piene le librerie. Quello che mi preme dire è che, accanto a tutto questo “cosmico trambusto”, siamo sempre più numerosi e sempre più convinti che stiamo andando incontro a una catastrofe senza precedenti, verso il tracollo della nostra civiltà, se si è ottimisti, e, se si è pessimisti, nella direzione dell’estinzione della nostra specie.
Se poi cerchiamo di allargare lo sguardo e rimaniamo inerti, non possiamo evitare di inciampare nel disastro ecologico irreversibile, nella crisi migratoria, di trovarci davanti all’intelligenza artificiale, alla fine della democrazia e di tutti i nostri valori.
Eppure, davanti a tutto ciò e all’interno di questo quadro apocalittico appena delineato, a Giacomo Di Girolamo non pare fuori luogo scrivere, oltre che della propria vita, della propria famiglia e della giovinezza dei propri genitori, per raccontare anche le storie delle esistenze ridotte a contenuti che chiedono disperatamente di essere viste.
Lo fa da giornalista, da docente di giornalismo, da padre. Lo fa con la passione di chi sa di correre continuamente rischi di ogni genere, di chi sa di andare incontro ad altri pericoli insiti nel suo mestiere e nella sua professione, proprio perché, e nella misura in cui, mestiere e professione vengono esercitati secondo i principi etici e deontologici fissati dalla Carta dei doveri del giornalista. Un protocollo che dal primo gennaio 2025 è confluito nel nuovo Codice deontologico delle giornaliste e dei giornalisti.
Ci sono altre due categorie importanti nella società di sempre che impongono comportamenti irreprensibili: i medici, che devono ispirarsi al Giuramento di Ippocrate, e i giudici, che devono immettersi e incamminarsi sulla scia tracciata dal Codice di Giustiniano, che ha realizzato la prima vera riforma dei giudici attraverso un’etica professionale rigorosa, in virtù della quale bisogna agire senza inganno e senza frode, lottare contro la corruzione e istituire un ordinamento giudiziario autonomo formato da magistrati professionisti.
Una parte politica del Paese, attualmente maggioranza, ne voleva invece separare le carriere e le funzioni, smantellando il Titolo IV della Costituzione, senza riuscirci.
Quanto ai politici – che sono una categoria a sé stante – ci hanno pensato le madri e i padri costituenti, scrivendo l’articolo 54 della Costituzione, l’ultimo che riguarda i diritti e i doveri dei cittadini: «I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle, con disciplina e onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge».
Ho voluto ricostruire questa sorta di prospetto attingendo alle pagine del libro, dove sono chiamate in causa tutte le istituzioni, da quelle centrali a quelle locali, passando per quelle intermedie e collaterali, ciascuna nell’ambito dei propri ruoli e delle proprie responsabilità. Principalmente la scuola e la società, che un giornalista in generale, e un giornalista come Giacomo Di Girolamo, non può limitarsi soltanto a guardare per poi girarsi dall’altra parte.
Oltre al giornalista, c’è in lui anche lo scrittore. Cosa posso aggiungere a tal proposito? Prima di tutto che, per apprezzare un libro, bisogna leggerlo. Nei cinque punti affrontati c’è un’intera biografia, ricca, intensa, drammatica, fatta di sfide, di vittorie e di sconfitte, ma con la testardaggine di voler spiegare gli eventi con i loro misteri e le loro evidenze. Con il piglio del poeta e del narratore.
Non so se ci sia riuscito. Per quanto mi riguarda, sì: l’obiettivo è stato centrato in pieno.
Filippo Piccione