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17/09/2026 09:10:00

L’estate è finita, l’emergenza climatica no

Gentile direttore di Tp24,

 

è bastato che la temperatura scendesse di qualche grado perché l’estate che abbiamo appena attraversato cominciasse a sembrarci più lontana. E forse è proprio questo il momento in cui dovremmo sforzarci di ricordarla. Ricordarci delle settimane in cui, prima delle sette di sera, uscire di casa ha significato esporsi a temperature che stiamo quasi smettendo di considerare anomale. Delle notti in cui dormire senza aria condizionata era quasi impossibile, mentre, per difenderci dal caldo, aumentavamo i consumi energetici e contribuivamo, paradossalmente, ad alimentare il problema da cui cercavamo riparo.

 

Io vorrei che quest’anno non funzionasse così. Che non bastasse l’arrivo di settembre a farci dimenticare luglio e agosto. Anche perché proprio in questi giorni un nuovo rapporto delle Nazioni Unite ci ha detto una cosa che dovrebbe essere difficile ignorare: il superamento della soglia di 1,5 gradi di riscaldamento globale rispetto all’epoca preindustriale è ormai considerato inevitabile. Non stiamo più parlando, insomma, di qualcosa che potrebbe accadere in un futuro lontano. Stiamo parlando di qualcosa con cui avremmo dovuto cominciare a fare i conti molto tempo fa.

 

E allora mi piacerebbe che iniziassimo a farli anche qui, dal basso, nei nostri comuni, nei nostri paesi, nelle nostre città. Perché è evidente che la soluzione al mutamento climatico non è nelle mani del singolo cittadino o di una piccola amministrazione comunale. Ma questo non significa che non ci siano moltissime cose che possiamo cominciare a fare — e soprattutto a chiedere — per adattare i luoghi in cui viviamo a un clima che è già cambiato.

Per esempio, non sento parlare abbastanza di rifugi climatici: spazi pubblici freschi e accessibili in cui trovare riparo durante le ondate di calore, soprattutto per chi non ha un condizionatore in casa. Non sento parlare di depavimentazione, dove possibile, di suolo permeabile, di rinverdimento urbano, di alberi, di zone d’ombra, di fontanelle e punti d’acqua.

 

E forse dovremmo cominciare a ripensare anche cose molto più banali. Gli orari, per esempio. Se alle sei o alle sette di sera ci sono ancora 35 gradi, ha davvero senso continuare a organizzare eventi, manifestazioni, spettacoli e attività all’aperto agli stessi orari di vent’anni fa? Se le nostre estati non sono più quelle di vent’anni fa, forse non possiamo continuare a viverle e organizzarle come se lo fossero.

Sono piccole cose, certo. Non sarà un albero in più, una fontanella, un rifugio climatico o un evento spostato di due ore a fermare il riscaldamento globale. Ma possono rendere più abitabili i luoghi in cui viviamo. E soprattutto significano cominciare a prendere atto, collettivamente, che qualcosa è già cambiato.

Perché il mutamento climatico non è più soltanto una questione di gradi, grafici e previsioni. È il modo in cui dormiamo. È l’ora in cui possiamo uscire di casa. È quanto possiamo stare in una piazza sotto il sole. È il lavoro di chi passa otto ore all’aperto. È la vita di un anziano che magari l’aria condizionata non ce l’ha. È l’acqua che abbiamo a disposizione. È il modo in cui dovremo ripensare i luoghi che abitiamo.

 

E soprattutto vorrei che non ce ne dimenticassimo quando torneranno le maniche lunghe. Perché al caldo seguiranno le piogge, il maltempo, le tempeste, gli eventi estremi. E al prossimo ciclone, alla prossima alluvione, saremo di nuovo lì, come dei poveri cretini, a domandarci che cosa stia succedendo. Come se fossero problemi diversi. Come se ogni volta fosse una disgrazia isolata: un’estate eccezionale, una siccità eccezionale, una tempesta eccezionale. Continuiamo ad accumulare eccezioni finché l’eccezione diventa la normalità.

Naturalmente, la parte più grande del problema sta molto più in alto di noi. Sta nelle mani di chi ha il potere politico ed economico per intervenire davvero sulle emissioni, sull’energia, sui trasporti, sulla produzione e sul consumo di suolo. E credo sia importante dirlo, perché non possiamo continuare a scaricare sui comportamenti individuali la responsabilità di un problema di queste dimensioni.

Ma dal basso possiamo cominciare a chiedere che i luoghi in cui viviamo siano preparati a quello che sta già accadendo. Possiamo chiedere più verde, più ombra, più acqua, più spazi accessibili, orari pensati per il clima che abbiamo oggi e non per quello che avevamo trent’anni fa. Possiamo continuare a parlarne anche quando non lo sentiamo più sulla pelle. E soprattutto possiamo pretendere che chi sta in alto faccia finalmente la sua parte.

Perché forse la prima cosa che possiamo fare è proprio questa: non aspettare di avere di nuovo caldo, o paura, per ricordarci che il problema esiste.

 

Rosita Manuguerra