Franco Gabrielli: "Contro la paura. Il mio manifesto per una sicurezza democratica"
La conversazione durante il festival "Battiti", con il direttore di Tp24, Giacomo Di Girolamo, a partire dal libro “Contro la paura”. Le mafie scomparse dal dibattito, l’integrazione mai costruita, le responsabilità scaricate sulle divise. E il caso di Palermo, tra sicurezza pubblica e vigilanza privata.
Stare dalla parte delle divise non significa limitarsi a dichiararlo. Significa mettere poliziotti e carabinieri nelle condizioni di fare il proprio lavoro, senza chiedere loro di risolvere ogni problema della società. E parlare di sicurezza non significa scegliere tra repressione e prevenzione: significa capire come farle funzionare insieme. È uno dei punti centrali del ragionamento di Franco Gabrielli.
Franco Gabrielli la sicurezza l’ha affrontata da investigatore, da prefetto e dai vertici delle istituzioni. È stato capo della Polizia, direttore dei servizi segreti civili — prima il Sisde e poi l’Aisi —, capo del Dipartimento della Protezione civile e prefetto dell’Aquila e di Roma. Nel governo Draghi ha ricoperto l’incarico di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alla sicurezza della Repubblica.
Un percorso che comprende la direzione del Servizio centrale antiterrorismo, la gestione dell’emergenza all’Aquila dopo il terremoto del 2009 e le operazioni di recupero della Costa Concordia. Oggi è Professor of Practice di Public Management alla SDA Bocconi. Esperienze diverse, tenute insieme da una questione che attraversa anche questa conversazione: come proteggere le persone e quali responsabilità attribuire alle istituzioni.
Lo abbiamo incontrato, durante la rassegna Battiti, per discutere del suo libro Contro la paura. Manifesto per una sicurezza democratica, scritto con il giornalista Carlo Bonini e pubblicato da Feltrinelli. Una conversazione sull’uso politico dell’insicurezza, sull’immigrazione, sulle mafie e sulle responsabilità scaricate sulle divise. Con una domanda di fondo, che Gabrielli pone nel corso dell’incontro: stiamo costruendo una società più sicura oppure stiamo alimentando le condizioni che la renderanno più fragile?
Il suo libro parte dall'11 Settembre, giorno dell'attentatoi alle Torri Gemelle. Perché?
«Perché rappresenta l’inizio di quello che nel libro chiamiamo un “baratto fraudolento”. Un mondo che si scopre insicuro, vulnerabile, esposto a una minaccia devastante comincia a immaginare di poter cedere pezzi di libertà per rispondere alle proprie paure. Prima di quella mattina, dopo il crollo del sistema sovietico, sembrava che la democrazia liberale fosse destinata a governare il mondo. Poi quel mondo si è ritrovato davanti a tutte le proprie fragilità».
L’Italia ha attraversato terrorismo, guerre di mafia, sequestri di persona. Perché oggi sembra vivere in una paura permanente?
«A volte faccio fatica a collegare tutto questo con la memoria di ciò che siamo stati. Abbiamo avuto un terrorismo interno sanguinario, organizzazioni mafiose che hanno fatto, putroppo, scuola nel mondo, una stagione nella quale le persone venivano sequestrate per ottenere riscatti.
Oggi sono cambiati almeno due elementi. Il primo è la condizione sociale: viviamo in una società impaurita, nella quale l’ascensore sociale non funziona e molte persone non vedono prospettive, dentro una condizione di precarietà.
Il secondo è la circolazione delle informazioni. Una rapina, trent’anni fa, era conosciuta dalla vittima e da una cerchia limitata di persone. Oggi la conosce il mondo. Pensate alle chat: quelle delle mamme, del calcetto, di qualsiasi gruppo. La minaccia diventa continuamente prossima. Questo non significa che gli episodi non esistano o che la percezione dell’insicurezza vada sottovalutata. Sono elementi ai quali bisogna dare risposte, senza confonderli».
E la politica che cosa fa di questa paura?
«Cavalcarla è una modalità irresponsabile. Il meccanismo è elementare: sollecito la paura e poi mi propongo come colui che la risolve. È facile suscitare timori, ma è ancora più perverso proporre soluzioni semplici. La sicurezza è diventata un tema sul quale, nel nostro Paese, si vincono e si perdono le elezioni».
Una delle associazioni più frequenti è quella tra immigrazione e insicurezza. Dopo ogni episodio grave si torna a dire che l’integrazione è fallita.
«Ora voi mi dovete dire come fa a fallire qualcosa che non c’è. Qualcuno mi mostri attraverso quali modalità, in questo Paese, accompagniamo davvero le persone in un percorso di integrazione.
Su questo non faccio sconti né alla destra né alla sinistra. L’immigrazione è un fenomeno complesso, sul quale anche Paesi più attrezzati del nostro hanno incontrato difficoltà. Noi non l’abbiamo adeguatamente governata. Per anni l’abbiamo affrontata attraverso ordinanze di protezione civile, nella logica dell’emergenza da superare. Con il retropensiero che, in fondo, ci riguardasse relativamente, perché quelle persone sarebbero andate altrove».
Che cosa dovrebbe cambiare concretamente?
«Bisogna passare dall’emergenza alla programmazione. Da sottosegretario proposi al presidente Draghi un ministero che si occupasse delle politiche migratorie, e lui si convinse della necessità di perseguire questa strada.
Servono flussi regolari. Invece abbiamo un meccanismo come quello del click day, che considero criminogeno perché favorisce chi intermedia, i caporali. Si pretende che un imprenditore scelga una persona che, in teoria, dovrebbe trovarsi dall’altra parte del mondo e che non conosce. Si creano così modalità fittizie.
Il paradosso è che abbiamo bisogno di lavoratori stranieri, ma spesso li vogliamo con un retropensiero di neoschiavismo: ci servono per fare i lavori che noi non facciamo più, purché alle diciotto si dissolvano. Come se, finito il lavoro, non avessero più esigenze di vita nella comunità».
Governare l’immigrazione, nella sua proposta, comprende anche i rimpatri e i Cpr?
«Certamente. Non significa accogliere tutti. Significa avere flussi regolari, fare i rimpatri e soprattutto costruire percorsi di integrazione. Ho detto anche che i Cpr vanno fatti.
Mi è capitato di essere attaccato per una posizione e poi indicato come un autorevole rappresentante delle istituzioni per un’altra. In questo Paese troppo spesso si valutano le cose che una persona dice secondo la convenienza, anziché riconoscerne la coerenza».
Quale integrazione immagina? E quale identità comune?
«Quando sento parlare di salvaguardia dell’identità italica, personalmente inorridisco. Ritengo che questo Paese debba la sua genialità al suo meticciato. Dovremmo lavorare per un’identità civica: i nuovi italiani devono accettare che esiste una Carta costituzionale, a partire dai suoi primi cinquantaquattro articoli, che vale per tutti.
Poi bisogna accompagnare concretamente le persone. Penso ai piccoli centri, che costituiscono una parte fondamentale della morfologia sociale italiana e stanno invecchiando. Chi arriva trova naturalmente un primo riferimento nella propria comunità: è accaduto anche agli italiani emigrati all’estero. Ma se quella comunità non si evolve dentro un percorso di integrazione, si creano separazioni e lacerazioni.
C’è anche un tema molto concreto: la lingua. La nostra bella lingua la parliamo sostanzialmente noi. A chi arriva va insegnata».
Lei rimprovera alla parte progressista di avere abbandonato parole come sicurezza, ordine, confini.
«Alcune parole le abbiamo completamente delegate agli altri. Le parole non sono neutre, ma smettere di usarle perché si teme di declinarle come fa l’avversario significa avere già perso. Gli altri continuano a utilizzarle, anche in maniera efficace, mentre dall’altra parte non c’è più una proposta.
Se la sicurezza viene declinata soltanto sotto il profilo repressivo, non va bene. Ma attenzione: la repressione non è una bestemmia. Diventa un’aberrazione quando è fine a se stessa, quando è l’unica modalità con cui si gestisce la sicurezza. Altra cosa è tenere insieme repressione e prevenzione, cercando di risolvere le cause dei problemi».
In questo dibattito, però, le mafie sembrano scomparse.
«Adesso hanno abrogato anche la criminalità organizzata. Ne sentite più parlare? Il problema è lo straniero, la baby gang. Che sono problemi, sia chiaro, non vanno nascosti. Però della criminalità organizzata non se ne parla più.
Questo è facilitato anche dal fatto che le organizzazioni hanno cambiato strategia. Ricordo le immagini di Palermo durante la seconda guerra di mafia, agli inizi degli anni Ottanta: il numero degli omicidi veniva aggiornato continuamente. Oggi quella modalità non è più la stessa e si immagina che non ci sia più nulla di cui occuparsi».
Che cosa significa, allora, stare davvero dalla parte delle forze dell’ordine?
«Non significa dire “io sto con le divise”. Significa mettere le divise nelle condizioni di fare quello che compete loro e che vogliono fare.
Se tutto diventa penale, anche il disagio, chi deve portare a casa i risultati? Le forze di polizia. Vengono caricate di responsabilità sulle quali non hanno gli strumenti per intervenire. E quando i risultati non arrivano, sul banco degli imputati finiscono loro.
Ai miei ex colleghi capita di dire: non fatevi lisciare troppo il pelo. Perché quando vi sarà stato apparentemente dato tutto, ma non arriveranno risultati che non sono nella vostra disponibilità, sarete voi a essere ritenuti responsabili».
Di fronte a qualsiasi emergenza, però, la richiesta è sempre la stessa: più poliziotti e più carabinieri.
«È diventato uno sport nazionale. Ma le forze di polizia stanno attraversando una tempesta perfetta. Le grandi immissioni di personale tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta si stanno trasformando in grandi uscite.
Si accorciano i tempi della formazione, e questo lo considero pericoloso: mentre la società diventa più complessa, mandiamo a confrontarsi con quella complessità persone meno attrezzate. Inoltre, per effetto del blocco del turnover, manca una parte di quella generazione intermedia che dovrebbe affiancare i nuovi arrivati. Il mestiere si impara anche da chi è più anziano, attraverso la trasmissione dell’esperienza.
Non è una responsabilità attribuibile soltanto a questo governo: sarebbe ingiusto e disonesto dirlo. Ma almeno fino al 2030 ripianare gli organici sarà complicato. Il tema, quindi, non è soltanto chiedere più agenti: è utilizzare meglio quelli che abbiamo».
Lei è contrario alle zone rosse. Perché?
«Perché nell’era delle social community forse bisognerebbe recuperare un senso di comunità. Sono contrario alla creazione di spazi vuoti quando il problema è, al contrario, occupare gli spazi e renderli vivi.
Mi è stato raccontato di misure adottate dopo un gravissimo episodio di violenza, tra cui la chiusura anticipata dei negozi. Alla fine si è prodotta una desertificazione, anche angosciante. Quando invece dovremmo parlare, dialogare, vivere i luoghi.
La sicurezza dovrebbe diventare un terreno di confronto, non soltanto il luogo dello scontro, nel quale si brandiscono le statistiche quando convengono oppure il singolo episodio utile a sostenere la propria tesi».
Come si esce da questa contrapposizione continua?
«Guardate, ormai capita anche a me: leggo un fatto di cronaca e la prima cosa che vado a vedere è la nazionalità. Se ci pensate, è pazzesco. Questa lacerazione sta attraversando tutte le nostre relazioni.
Dovremmo spendere tempo, energie e anche un po’ di cuore sull’integrazione, perché è lì che si costruirà la società di domani. E dovremmo ricordarci della nostra storia: per quanto tempo noi italiani siamo stati identificati come mafiosi? Proprio noi dovremmo comprendere la condizione di chi cerca fortuna nel nostro Paese, perché la loro fortuna sarà inevitabilmente la nostra.
La marginalità che vediamo è anche una condizione che noi stessi favoriamo. Stiamo creando i presupposti di una società insicura. Mi piacerebbe che almeno su alcune questioni ci fosse una sorta di patto costituzionale, invece di esaurire tutto nella competizione elettorale».
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