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29/09/2026 06:00:00

Storie dal manicomio - Ettore, l’altro Gesubambino

 Ci sono storie che sembrano nascere dagli accordi di una canzone… Dice che era un bell'uomo e veniva, veniva dal mare, ma che la realtà devia per dei tragitti freddi, conducendo il treno della poesia lungo un binario morto. Nel pezzo di Lucio Dalla, un bambino nasce nel 1943 dall'incontro tra una giovane donna e un soldato straniero venuto dal mare. Un figlio della guerra cresciuto nella povertà del porto e circondato dall’affetto della gente del posto, che lo ribattezza con un nome difficile da dimenticare: Gesubambino.

 

Ma sempre verso la fine della seconda guerra mondiale, tra le valli aspre della Garfagnana, un destino simile nelle premesse ma tragicamente opposto nel finale si stava compiendo per un altro bambino. Quel bambino si chiamava Ettore.

Anche Ettore era un “figlio del mare” a modo suo: la sua giovane mamma lo aveva concepito con un soldato americano di colore giunto con le truppe alleate. Nell’Italia rurale dell’immediato dopoguerra però, quella pelle scura non divenne l’occasione per una ballata di riscatto. Per la famiglia e per la comunità, Ettore non fu un Gesubambino da mostrare con fiera protezione; fu invece la pietra dello scandalo, un marchio di vergogna che andava nascosto agli occhi del mondo.

 

E così, a soli quattro anni, Ettore fu spinto dietro i cancelli di ferro del manicomio di Maggiano non dalla propria follia (che ovviamente non c’era), ma per la colpa di essere nato con la pelle sbagliata nel momento sbagliato. Quello era il periodo in cui in manicomio finivano anche le ragazze madri coi lori figli illegittimi. Ettore però ci finì da solo: un’eccezione perfino alla Legge Giolitti del 1904, che prevedeva l’internamento coatto di chiunque fosse considerato di pubblico scandalo o non allineato alla morale comune. Bastava che un parente ne facesse richiesta. La famiglia della madre era “salva”, senza di lui avrebbe potuto dimenticare quello che era stato considerato uno spiacevole incidente di percorso e ricostruire la propria dignità.

 

Ettore non rimane tra la sua gente, ai tavoli delle osterie, giocando a carte e bevendo vino, come nella canzone di Lucio Dalla.  Per lui il tempo si è fermato a quel giorno d’infanzia in cui il portone di Maggiano si è chiuso alle sue spalle. La “gente del luogo”, tra i paesi della Garfagnana, non ha mai cambiato idea su di lui. Per i suoi compaesani e per la sua stessa famiglia, è rimasto un fantasma da dimenticare, un segreto indicibile sepolto vivo tra le colline di Lucca. La comunità che avrebbe dovuto accoglierlo ha preferito l’oblio, confermando quel rifiuto originario come una condanna perpetua.

 

Fu tra gli ultimi reclusi ad uscire dal manicomio, alla fine degli anni ’90, quando si cercò tardivamente di restituirgli la libertà che gli era stata rubata da bambino. Tentarono un inserimento in una famiglia affidataria, ma non funzionò: Ettore non poteva più integrarsi nella società esterna. L’ospedale psichiatrico era stato il suo mondo, la sua unica casa, la sua sola famiglia. Non poteva ritornare libero, perché non lo era stato mai. Ma ormai non sarebbe più potuto tornare nemmeno in manicomio. Cacciato via per la prima volta a quattro anni e cacciato via una seconda volta a quasi sessanta, morì quasi cieco in una RSA, senza poter distinguere più i colori. E soprattutto senza dover più fare la differenza tra il bianco e il nero.

 

Prima della sua scomparsa, la Fondazione Tobino riuscì a intervistarlo per raccogliere la sua testimonianza. Ad un certo punto gli fecero una domanda chiara e diretta: “Ma perché? Che problemi avevi a quattro anni?”. “Problemi di famiglia”, aveva risposto con la dignità mite dei vinti, Nessuna rabbia, nessun rancore per chi lo aveva condannato a una non-vita.

Racconterà anche delle bastonate, dei lividi che gli segnavano il collo, del supplizio del lenzuolo bagnato stretto sulla testa.

 

Di Ettore oggi rimangono i suoi colori sulle tavolette di legno, dipinte su entrambi i lati per non sprecare nemmeno un centimetro di spazio. Sono i suoi sogni compressi. Una traccia di sé in quella che oggi è diventata la “piccola pinacoteca di Maggiano”.

Alla fine, “la gente del posto” non l’ha dimenticato: la sua storia continua ad essere raccontata ai visitatori dell’ex manicomio durante le interessantissime visite guidate, per non dimenticare la realtà di quell’ospedale psichiatrico. E ricordare un altro Gesubambino.

 

Egidio Morici



Cultura | 2026-09-29 06:00:00
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