Restano in piedi le condanne per mafia decise in primo grado nel processo nato dall’operazione “Ruina”, il blitz che nel dicembre del 2020 colpì la cosca di Calatafimi-Segesta. La terza sezione della Corte d’Appello di Palermo ha confermato le pene per Giuseppe Aceste e Giuseppe Fanara e l’assoluzione di Stefano Leo.
Una sentenza che consolida, dunque, l’impianto del primo grado per uno dei procedimenti antimafia più importanti degli ultimi anni nel territorio di Calatafimi.
Le condanne confermate
Per Giuseppe Aceste, difeso dall’avvocato Vito Mancuso, è stata confermata la condanna a 13 anni di carcere.
Confermata anche la pena per Giuseppe Fanara, difeso dagli avvocati Saro Lauria ed Enrico Sanseverino: 12 anni e sei mesi.
La Corte ha inoltre confermato l’assoluzione di Stefano Leo, difeso dall’avvocato Vito Di Graziano. Per lui il procuratore generale aveva chiesto una condanna a 12 anni.
In primo grado, sui cinque imputati arrivati davanti al Tribunale di Trapani, soltanto due erano stati condannati. La Procura distrettuale antimafia di Palermo aveva invece chiesto complessivamente 78 anni di carcere.
L’operazione “Ruina”
L’inchiesta, condotta dalla Squadra Mobile di Trapani, aveva come obiettivo la ricostruzione della famiglia mafiosa di Calatafimi-Segesta e della rete di uomini che, secondo gli investigatori, ne sostenevano le attività.
Nel dicembre del 2020 l’operazione portò a 13 provvedimenti di fermo per ipotesi di reato che comprendevano associazione mafiosa, estorsione e corruzione.
Le indagini, anche attraverso strumenti tecnologici e attività investigative prolungate, avrebbero consentito di delineare una rete di affiliati e fiancheggiatori della cosca inserita nel mandamento mafioso di Alcamo.
Il ruolo attribuito a Nicolò Pidone
Tra le condanne più pesanti emerse dall’inchiesta vi era quella nei confronti di Nicolò Pidone, indicato dagli investigatori come il capo della famiglia mafiosa di Calatafimi e condannato a 20 anni.
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, gli uomini vicini alla cosca si sarebbero incontrati anche all’interno di un locale nella disponibilità di un fiancheggiatore, dove sarebbero state discusse questioni riguardanti gli interessi di Cosa nostra.
L’operazione “Ruina” aveva inoltre fatto emergere collegamenti con soggetti ritenuti vicini all’allora latitante Matteo Messina Denaro.
La decisione della Corte d’Appello di Palermo conferma adesso le principali condanne arrivate nel primo grado di giudizio. Il procedimento potrà ancora approdare davanti alla Corte di Cassazione.