Sono otto le raccomandate arrivate giovedì pomeriggio direttamente al Museo regionale di Messina. Altrettanti sono i custodi destinatari di un provvedimento disciplinare disposto dalla Regione nell’ambito degli accertamenti interni sul furto delle tavole di Antonello da Messina, avvenuto lo scorso 15 agosto.
Un numero che, però, solleva un interrogativo: la sera del furto i custodi effettivamente in servizio erano soltanto quattro. Due di loro erano dipendenti Sas, appena inseriti nell’organico. Uno, fino al maggio precedente, prestava addirittura servizio come aiuto giardiniere.
L’indagine interna della Regione
I procedimenti disciplinari sono scattati al termine dell’indagine interna avviata dal dipartimento regionale dei Beni culturali, guidato da Mario La Rocca. Il dipartimento aveva chiesto alla direttrice del Museo di Messina di predisporre una relazione dettagliata su quanto accaduto nella notte del furto.
Gli accertamenti hanno finito così per estendere le responsabilità anche ai custodi che avevano prestato servizio nelle ore precedenti al colpo. Tra gli elementi al centro dell’attenzione c’è il funzionamento dell’impianto di allarme: secondo quanto emerso, in alcune circostanze non sarebbe stato attivato oppure sarebbe stato attivato in maniera non corretta.
Gli otto dipendenti dovranno ora presentarsi in assessorato per fornire la propria versione dei fatti.
L’allarme scattò, ma nessuno chiamò la polizia
A un mese e mezzo dal furto, uno degli aspetti più controversi sembra essere proprio la gestione dell’allarme. Quella sera il sistema scattò, ma i custodi si sarebbero limitati a spegnerlo.
Secondo il loro contratto non avevano il compito di affrontare eventuali ladri: non sono guardie armate e non avrebbero potuto materialmente impedire il furto. Avrebbero però dovuto, secondo quanto viene contestato, allertare le forze dell’ordine.
Quando l’allarme è entrato in funzione, invece, non sarebbe stata effettuata alcuna chiamata alla polizia. Non sarebbero state neppure accese le luci, che avrebbero potuto rappresentare un deterrente per i malviventi.
«Al lupo, al lupo: sono caduti in questa trappola», è il commento raccolto da La Sicilia da una fonte vicina alla vicenda. Nei giorni precedenti, infatti, l’allarme avrebbe suonato più volte per motivi banali. Ancora recentemente sarebbe scattato a causa dei botti esplosi in strada.
Due custodi senza una formazione specifica
Le due custodi presenti quella sera, secondo quanto ricostruito, erano le uniche due adeguatamente formate. La loro reazione all’allarme sarebbe stata condizionata proprio dalla frequenza con cui il sistema aveva dato falsi allarmi: si sarebbero limitate a spegnere l’impianto.
A scoprire quanto stava realmente accadendo sarebbero stati successivamente gli agenti di polizia, che avrebbero avvertito i custodi.
Un episodio che la Regione considera particolarmente grave, tanto da inserire nel provvedimento disciplinare un riferimento alla perdita del rapporto fiduciario. Resta ora da capire quali saranno le conseguenze per i dipendenti e se si arriverà al licenziamento.
I ricorsi degli avvocati e le accuse alla Regione
Intanto sarebbe già al lavoro un pool di avvocati pronto a impugnare i provvedimenti disciplinari.
Tra i lavoratori c’è anche chi contesta alla Regione di voler scaricare tutte le responsabilità sui dipendenti, senza affrontare le criticità strutturali della sicurezza nei siti culturali regionali.
«Si cerca di dare tutta la colpa ai lavoratori, ma tutti i siti regionali sono in queste condizioni, tutti in condizioni di sicurezza molto precarie», è la posizione espressa da alcuni lavoratori che preferiscono non essere identificati.
La notte del furto e i 100 mila presenti in città
La notte del 15 agosto il contesto era particolarmente complesso. A Messina erano presenti circa 100 mila persone per la processione della Vara e l'attenzione delle forze dell’ordine era concentrata sul resto della città.
Al Museo, invece, erano in servizio anche due dipendenti Sas, ex Asu assorbiti dalla partecipata regionale e assunti soltanto nel maggio precedente. Per loro era prevista una specifica formazione, che però non sarebbe stata ancora effettuata.
Un altro elemento riguarda l’impianto di sicurezza. Alcune porte di ingresso del Museo, secondo quanto emerge, non sarebbero state collegate all’allarme perché era attesa la consegna di un ordine da parte di un rider.
I ladri entrarono dal retro
La dinamica del furto è ormai in parte ricostruita. I due malviventi, con il volto nascosto dai caschi, entrarono nel Museo dopo avere forzato con un semplice piede di porco la serratura di una porta sul retro.
Una volta all’interno, l’allarme scattò. I due si fermarono per alcuni secondi all’esterno, quindi tornarono dentro e in pochissimo tempo riuscirono a impossessarsi delle tavole.
Due delle cinque tavole del polittico furono poi ritrovate sulla strada esterna al Museo, dove vennero individuate da alcuni passanti.
Le indagini della Squadra Mobile proseguono a 360 gradi
Resta ancora da capire chi siano i responsabili e soprattutto quale fosse il loro obiettivo. Nei primi interrogatori era emerso che uno dei custodi avrebbe fornito versioni contrastanti dei fatti. L’uomo, tuttavia, non è mai stato iscritto nel registro degli indagati e l’ipotesi che possa avere svolto il ruolo di basista non sembra, al momento, essere stata suffragata da elementi concreti.
Le indagini della Squadra Mobile e della Procura di Messina proseguono quindi a 360 gradi. Gli investigatori stanno verificando anche l’attività delle ditte che nei mesi precedenti al furto erano entrate nel Museo per effettuare lavori interni.
Convocati anche i custodi dei turni precedenti
Nel frattempo, oltre ai quattro custodi che erano in servizio la sera del colpo, sono stati convocati anche coloro che avevano lavorato nei turni precedenti.
L’obiettivo è ricostruire nel dettaglio la gestione dell’impianto di sicurezza nelle ore che hanno preceduto il furto e capire se vi siano state anomalie, disattivazioni o procedure non rispettate.
Tra le ipotesi al vaglio c’è anche quella che l’impianto sia stato parzialmente disattivato per consentire la consegna di un rider. Un elemento che potrebbe avere inciso sulle condizioni di sicurezza del Museo proprio nelle ore in cui le cinque tavole di Antonello da Messina sono state sottratte.