Sicilia, arrivano 50 milioni per le "mancette" dei deputati regionali
Alla fine, nella manovra regionale, sono arrivati anche loro: 50 milioni di euro per i cosiddetti “territoriali”. Una parola elegante per indicare quel grande contenitore di contributi destinati a Comuni, enti pubblici ed enti ecclesiastici che da anni, a Palazzo dei Normanni, alimenta una delle polemiche più antiche della politica siciliana.
Le opposizioni usano una parola molto meno elegante: “mancette”.
Il governo e la maggioranza hanno dato il primo via libera in Commissione Bilancio al Fondo per gli investimenti territoriali, Fit, dotato di 50 milioni di euro. Il provvedimento fa parte della variazione di bilancio che oggi, 7 ottobre, approda all’Ars. La seduta di Sala d’Ercole è convocata alle 15.
E proprio sul Fit si è consumata la rottura finale: Pd, Movimento 5 Stelle e Controcorrente hanno abbandonato i lavori della Commissione, mentre la maggioranza ha approvato il testo. Sud chiama Nord si è astenuta sul voto complessivo della manovra.
Cinquanta milioni da distribuire sul territorio
Formalmente l’obiettivo del nuovo Fondo è ampio e difficilmente contestabile: finanziare investimenti di interesse economico, sociale, sociosanitario, infrastrutturale, sportivo, culturale e scolastico, oltre alla mobilità, alla riqualificazione ambientale e al recupero del patrimonio storico e architettonico.
Il problema politico viene dopo: chi decide dove finiscono i soldi?
Ed è qui che comincia la discussione.
Nel testo licenziato dalla Commissione una quota compresa tra il 60 e l’80 per cento delle risorse, calcolata su base provinciale, è destinata agli investimenti degli enti pubblici. I beneficiari saranno individuati attraverso un ordine del giorno approvato dall’Assemblea regionale siciliana.
Tradotto dal burocratese: una parte molto consistente dei 50 milioni potrà essere indirizzata direttamente attraverso le indicazioni che arriveranno dal Parlamento regionale.
Ed è esattamente questo il punto sul quale le opposizioni parlano di “mancette”.
Da 50 mila euro a un milione per intervento
Secondo il testo approvato i singoli contributi potranno andare da 50 mila euro fino a un milione di euro. Una quota non inferiore al 5 per cento dovrà essere riservata agli enti locali rimasti fuori dalla prima distribuzione: questi potranno presentare propri progetti alla Regione.
La parte rimanente del Fondo è destinata agli investimenti degli enti ecclesiastici per immobili e beni presenti in Sicilia, prevedendo anche qui una riserva per i soggetti non beneficiari della prima assegnazione.
L’ordine del giorno dell’Ars dovrà indicare analiticamente beneficiari, progetti e importi. Per il 2026 dovrà essere approvato entro trenta giorni dall’entrata in vigore della legge.
Il meccanismo, nelle intenzioni della maggioranza, dovrebbe poi diventare stabile e ripetersi anche nelle prossime manovre finanziarie.
Il governo: servono per i territori
La tesi del governo è che non si tratti affatto di elargizioni discrezionali, ma di uno strumento attraverso il quale finanziare opere richieste dalle comunità locali.
La relazione tecnica parla di coesione economica, sociale e territoriale, riduzione dei divari infrastrutturali, sostegno alle comunità e valorizzazione del patrimonio pubblico e religioso.
Il ragionamento politico della maggioranza è altrettanto semplice: i deputati conoscono i territori nei quali sono stati eletti e possono quindi indicare interventi considerati prioritari.
È un sistema che prova a mettere un vestito nuovo a una pratica molto conosciuta all’Ars: il parlamentare segnala un’opera, un Comune, una struttura o un ente del proprio collegio e la Regione mette il finanziamento.
Solo che adesso c’è un fondo con un nome, Fit, e regole pensate per renderlo strutturale.
Le opposizioni lasciano la Commissione
Pd, Movimento 5 Stelle e Controcorrente non hanno voluto partecipare alla distribuzione.
I capigruppo Michele Catanzaro, Antonio De Luca e Jose Marano accusano il governo di frammentare le risorse per soddisfare le richieste dei deputati della maggioranza e denunciano il rischio che i finanziamenti diventino strumenti di consenso politico sui territori.
La loro posizione è netta: niente partecipazione al meccanismo e battaglia in Aula.
È un passaggio politicamente significativo, perché per anni i contributi territoriali hanno avuto una natura largamente bipartisan: maggioranza e opposizione presentavano ciascuna le proprie richieste e alla fine, in un modo o nell’altro, qualcosa arrivava quasi a tutti.
Questa volta la minoranza prova invece a chiamarsi fuori.
Una manovra diventata sempre più ricca
I 50 milioni dei territoriali arrivano proprio mentre la variazione di bilancio si è gonfiata grazie ai 150 milioni aggiuntivi messi sul tavolo dal governo Schifani dopo il riconoscimento di ulteriori entrate alla Regione.
Nei giorni scorsi la Commissione ha già approvato 19 milioni per le cantine sociali, 20 milioni per il comparto del grano, 20 milioni per il gasolio agricolo, 16 milioni per la climatizzazione delle scuole e 22 milioni per nuove attrezzature delle Asp.
Poi ci sono i cinque milioni per il caro carburante della pesca, otto milioni per aumentare le giornate dei forestali, sei milioni per il programma “Campagne sicure”, due milioni per i teatri, fondi per intelligenza artificiale, università, bonifiche, porti, sicurezza e decine di altri interventi.
Insomma, una manovra nella quale ormai trovare una voce senza finanziamento rischia di essere più difficile che trovarne una con finanziamento.
Dopo gli stipendi delle Province, un’altra polemica
Il via libera ai 50 milioni arriva inoltre a pochi giorni dalla polemica sull’aumento delle indennità dei presidenti dei Liberi Consorzi.
Prima i compensi delle ex Province, adesso il Fondo territoriale. Due questioni diverse, naturalmente. Ma entrambe finiscono dentro la stessa discussione politica: come vengono spesi i soldi disponibili e chi decide le priorità.
E proprio questo sarà uno dei punti centrali dello scontro in Aula.
La Commissione Bilancio ha terminato il proprio lavoro. Adesso toccherà a Sala d’Ercole. E sarà lì che si vedrà se il nuovo Fondo da 50 milioni diventerà davvero la versione regolamentata dei vecchi contributi territoriali oppure se, come sostengono le opposizioni, cambierà il nome ma resterà il solito, intramontabile sistema delle “mancette”.
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